La solitudine – Eugen Galasso



La solitudine può essere al calor bianco, oppure non esistere: a parte il bellissimo poemetto omonimo – poi chanson - di Léo Ferré, dove nella scrittura poetica lucidamente surrealista, “la solitude” si introduce/inserisce sempre e improvvisamente, quale presenza perturbante, atrocemente invasiva, nel contenutissimo, monolemmatico réfrain, mentre poi  in un’altra chanson omonima, “La solitude…ça n’existe pas” di Gilbert Bécaud,  essa sembra venir derubricata  a semplice condizione soggettiva, anzi individuale. Inutile che io in questa sede citi i precedenti poetici in Baudelaire, che però parla di spleen, che è una condizione altra, non di pura solitudine, ma anche di noia e “mal d’e^tre moi” (male di esistere).  Chiaro che in questo “mix” la solitudine (scelta, voluta, subita) è solo una componente.  Inutile poi (o no?) tornare alla famosa frase di impronta stoica: “Beata solitudo, sola beatitudo” (Beata solitudine, sola beatitudine), che però, ovviamente, vale come motto – frase programmatica per la solitudine scelta-voluta quasi come “filosofia di vita”. Per la scrittrice e poetessa Maria Teresa Bernabei, che però in questo caso commenta il volume fotografico di Paolo di Giosia “Solitudini” essa è “condizione, quasi una dote peculiare dell’uomo… Fa parte del nostro essere impastati di tempo ed eternità, di spirito e di carne, del nostro collocarci tra terra e cielo” (op.cit., p.59). Specifica poi anche, per l’autrice, la solitudine femminile, in quanto, come dice con bella espressione, “amante non amata”(p.609),  condizione non scelta,  e qui, giustamente, la Bernabei parla della condizione in absentia per cui non ci sono anacorete donne… Anche per quella che l’autrice considera il culmine della condizione femminile, Maria di Nazareth, “figura femminile per eccellenza”(cit. p.62). Di formazione e cultura anche cattolica, ma “eretico”, di convinzione mistico-gnostica (non agnostica, preciso) posso rispettare la “Vergine madre, figlia del tuo Figlio” (Dante, Divina Commedia),  ma non venerarla. , in quanto credo che sarebbe uno scalfire l’unicità (beninteso tutt’altro che maschile, anzi!) del mistero dell’Assoluto.  Credo comunque che storicamente e antropologicamene la sua condizione fosse migliore di quella delle donne greche, dove la pòlis “democratica” solo di nome, chiaramente, escludeva la donna e la separava rigorosamente dagli uomini, trattandola al pari dei non cittadini, metèci, schiavi etc. , escludendola  da ogni diritto civile, rinchiudendola nel recinto della casa, quel recinto che è ancora previsto dall’autoeducazione di Jean-Jacques Rousseau (cfr.l’Emile) e dalla condizione mediterranea così ben emblematizzata in “La casa de Bernarda Alba” di Garcia Lorca.  Belle, anche quando non ne condivido alcune, le considerazioni di Maria Teresa, con l’invito, per es., a partire della solitudine per conoscere (e qui anche il genere maschile dovrebbe sentirsi coinvolto, sperabilmente!). Aggiungo solo che luoghi di reclusioni quali manicomi e altre istituzioni totali possono essere orribili prove di solitudine, nell’accezione, ovvio, di quella subita-imposta. E chi invece vorrebbe essere solo, anche “naturaliter”, quali coloro che vengono etichettati/e quali “soggetti autistici”.  O c’è la volontà di capire-comprendere vivendo con loro(Deligny) oppure vengono prese misure quali medicalizzazione forzata ed esclusione, che derivano comunque dalla non-comprensione, come si è già detto. E chissà se anche  per chi scrive, decisamente convinto, del tutto gnosticamente,  di  “essere stato gettato nel mondo bassamente materiale” non si prenderebbero volentieri misure di emarginazione, magari fino al TSO… Si potrebbero addurre elementi quali le “caratteristiche asociali”, per andare un po’ più in là.  Ma qui, forse, saremmo già fuori dal perimetro  conosciuto di quanto definiamo come “solitudine”.


Eugen Galasso

Pubblicato il: 30 maggio, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo