Guy de Maupassant “pazzo” – Eugen Galasso



La vita di Guy de Maupassant (1850-1893) si può considerare terribile: cresciuto tra un padre violento e scioccamente libertino (libertinismo non dichiarato, ma imposto alle donne, in particolare alla moglie come regola di vita maschile intangibile) e una madre vittima, un fratello vittima della psichiatria meccanicistica del tempo, lo scrittore descrive le condizioni liminali dell’esistenza (paura estrema, che poi certa psichiatria e psicologia chiameranno fobia,  terrore, angoscia, la deprivazione di ogni pulsione vitale) in alcuni racconti che per comodità chiamiamo “fantastici”, “de l’étrange”, “grotteschi”, senza che alcuna di queste approssimazioni raggiunga in qualche modo l’obiettivo. Nulla a che vedere con Hoffmann, Poe, Stevenson (solo alcuni nomi di autori grosso modo coevi) , dove l’”Altro” è dichiarato come tale:  se in Stevenson  “The strange case of the dr.Jekyll and Mr. Hyde” lo “sdoppiamento di personalità” e comunque attribuito alla ricerca, al filtro-intruglio dello scienziato, quindi causato dall’esterno, dalla “droga”, comunque da un tramite, se in “WIlliam Wilson” di Poe e in Hoffmann vale l’elemento ancora metafisico del “doppio”, del “Doppelgaenger” (in parte, volendo, il duende spagnolo), in Maupassant è interna, la scossa, anzi meglio il dissidio tra l’io-l’altro. A parte il più famoso “L’Horlà”, conviene esaminare “La nuit”(1)(1)cito dalla raccolta “Apparition”, Paris, Gallimard, 2009, pp.89-97, in cui il protagonista-io narrante che dichiara programmaticamente all’inizio “J’aime la nuit avec passion”, ma anche “Le jour me fatigue et m’ennuie”(2)(2) op.cit, p.89 (“Il giorno m’affatica e annoia”), si trova ad attraversare Parigi (?) di notte, dove però la notte sarà più che altro simbolica… Lungi dallo happy end, “La nuit” propone uno scenario terribile, da deprivazione sensoriale atroce, “spaventoso”, con l’assenza di luce, il freddo (il lemma”froid”è ripetuto molte volte, insistentemente), per cui alla fine l’io narrante dice:”Et je sentais bien que je n’aurais plus jamais la force de remonter… et que j’allais mourir là… moi aussi, de faim- de fatigue-et de froid”(3)(3)op.cit., p.97.(“E sentivo chiaramente che non avrei mai più avuto la forza di risalire.. e che sarei morto là…anch’io, di fame, stanchezza, e freddo”). Con il consueto stile, contratto, paratattico, improntato alla brevitas, in una parola modernissimo, Maupassant ci descrive l’emozione più atavica, cioè la paura, portata all’estremo (“fobia”, l’ho detto e lo ripeto, è lemma che serve agli psichiatri per “sorvegliare e punire” o, se volete, per aiutare a farlo), in una condizione liminale, da “altro stato” (uso l’espressione con prudenza, anche perché quando essa viene usata molto frequentemente – Musil – siamo già negli anni Trenta del 1900, quindi comunque parecchio dopo Maupassant e in una “temperie culturale” del tutto diversa, indicando altro, oltre a tutto) quello che danno le febbri e (o) l’eccesso di alcol o, in determinate condizioni, le droghe…   Ho scelto di analizzare questo racconto, perché trascurato dalle analisi più diffuse. Certo, anche “L’endormeuse” (l’addormentatrice”), dà ragione dell’interesse e del “senso” di questo intervento:  in questo  racconto, del 1889, quindi di due anni dopo quello prima analizzato, Maupassant immagine un’organizzazione, segreta ma “ufficiale”, dove si aiutano gli aspiranti suicidi a compiere il loro proposito, se ciò viene richiesto seriamente, con convinzione. Che ciò sia attribuito a una sorta di cauchemar-nightmare-Incubo, non toglie la “gravità” del tema e del suo svolgimento. Una prospettiva che anticipa prese di posizione ulteriori, da quelle di Jean Amery, scrittore tedesco del Novecento, che parlerà di “Freitod”, “libera morte”, come anche le importanti riflessioni di Giorgio Antonucci sul suicidio, ma l’orizzonte storico-critico di Maupassant è rivolto ai romantici, spesso tentati dal suicidio e autori di tentativi di suicidio (Schumann, in particolare) o direttamente suicidi (Nerval). L’atteggiamento di Maupassant è oltremodo rispettoso verso la “tentazione suicidiaria” romantica, pur se l’orizzonte di pensiero e azione romantica è lontanissimo dal suo. Non contemplo qui le riflessioni di Emile Durkheimn (“Essai sur le suicide”), perché lontanissime da quelle maupassantiane ab imo.   Anche il problematismo che è in un racconto come “Magnétisme” (1882) è degno di nota: ovvio che Maupassant si riferisca alle teorie psichiatriche dell’epoca (Charcot, in primis, su cui si forma Freud), ma non le assolutizza mai. Come quando commemora il mistico-rivoluzionario italiano (il “profeta dell’Amiata”) David Lazzaretti, morto ucciso sul Monte Labaro nel 1878, Maupassant non ricorre alle argomentazioni “castranti” cui invece ricorse nello studio dello stesso Lazzaretti,  Cesare Lombroso, che non sapeva far a meno di applicare rigidamente le sue categorie tassonomiche.

Eugen Galasso

Pubblicato il: 30 ottobre, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo