Il concetto di follia messo in discussione già all’inizio del 1600 – Eugen Galasso

Già nel 1600 il concetto di certezza riguardo alla follia era tutt’altro che assodato: la rigida partizione (dualismo) di René Descartes (Cartesio) tra anima e corpo, chiaramente, comporta che vi siano malattie del corpo, ma…dell’anima? Più difficile riscontrarle, quantomeno. C’è  poi un testo, che tutti (o quasi)considerano giustamente il primo romanzo dell’età moderna, il “Don Quijote”di Miguel de Cervantes Saavedra, nel quale la “follia” presunta del protagonista è invece la riaffermazione di un’epoca e di ideali ( valori, se volete e ci tenete) perduti in epoca “borghese”- mercantile, ma c’è anche una novella “ejemplar” (esemplare) dello stesso Cervantes, “El licenciado Vidriera” (in italiano “il Dottor Vetrata”, in cui un giovane studioso, a causa di un intruglio amoroso confezionato da una fattucchiera “morisca” (musulmana, convertita a forza al cristianesimo, condizione “normale” nella Spagna dell’Inquisizione) diviene “folle” e si crede di vetro, ma inizia a sparar sentenze, non certo sciocche…anzi.  Alcune osservazioni: il “filtro” che l’amante ignorata commissiona alla morisca sa di meccanicismo, ma sappiamo come gli psicofarmaci creino un “trouble cerebrale”, per non dir altro, quindi l’idea non è così peregrina. Poi: quella dell’uomo di vetro è un’allegoria, chiaramente, di un uomo (intellettuale o meno, ma soprattutto nel primo caso) che si chiude in sé (introversione estrema, al limite dell’autismo, direbbe il solito psichiatra…), perché “fuori” trova sola sciocchezze, ma in questo caso risponde alle domande in modo “intelligente” (chi scrive non crede alla “saggezza”, dunque dirà solo “intelligente” ) o un simbolo, come tale polisemico, dai molti significati cui può rimandare. Dunque “El licenciado Vidriera” è non “folle”, ma uno che vuol dire le cose senza essere sempre disturbato-contraddetto, semmai. Del resto, quando torna allo stadio che qualcuno (il buon borghese incapace di vedere oltre il proprio naso, diciamo così) chiama “normale” e prova a fare l’avvocato, non ha successo ed è costretto a tornare nelle Fiandre (dov’era stato da giovanissimo studente) a fare il “soldado” (militare, dove si sa che all’epoca c’erano solo soldati “di ventura”, cosa che fu Cervantes come anche Descartes, anch’egli citato sopra). Ecco allora che ogni certezza viene qui messa in scacco: del resto anche Pedro Calderòn de la Barca nel suo “La vida es sueno” (La vita è sogno) e siamo un po’ dopo Cervantes ma sempre nella prima metà del 1600 ice: “?Qué es la vida?Un frenesì/?QUé es la vida?Una ilusiòn, /una sombra, una ficciòn, (un’ombra, una finzione)/y el mayor bien es pequeno (il maggiore invero è piccolo),/que toda la vida e sueno, /y los suenos suenos son”. Ho tradotto solo quanto forse non è chiarissimo, mentre il resto va da sé, scusandomi perché il computer ora non mi consente il punto di domanda rovesciato all’inizio, come non mi consente la “cedilla” per la “n” di sueno, oltre a qualche accento “diverso”.    Come si vede, una bella sfida al “buon senso comune” che in genere non capisce nulla o, come direbbe il pastore-giudice-politico, “non c’azzecca”. Per dirla con un altro grande Seicentista, WIlliam Shakespeare “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quanto ne sogni la tua filosofia” (There are more things in heaven and earth , Horatio, Than are dreamt of in our philosophy” (Hamlet, Atto I°, scena quinta).

  Eugen Galasso

Pubblicato il: 29 ottobre, 2012
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo