“La fabbrica della cura mentale” di P.Cipriano e i distinguo inutili – Eugen Galasso

Tra le tante genericità e i luoghi comuni su psichiatria, antipsichiatria, TSO etc., diffuse e diffusi a più non posso, anche tra gli operatori e le operatrici del settore spicca questo testo, quest’intervista che mi viene segnalata e inviata, che Piero Cipriano, psichiatra  basagliano ha rilasciato a Laura Antonella Carli in A-Rivista anarchica di febbraio 2014, n.386, un’intervista  che nasce intorno a un libro del dott.Cipriano.  Le contraddizioni di questo testo (l’intervista, intendo, ma anche il libro) sono flagranti:  Cipriano dice che “La diagnosi in psichiatria è un modo brutale per annullare una biografia con una semplice etichetta”. Dopodiché lo schizofrenico sarà uguale a tutti gli altri schizofrenici: incomprensibile e inguaribile come tutti gli schizofrenici”. Già qui ci sarebbe molto da dire, in quanto per es. il concetto di schizofrenia non viene messo in discussione, ma il problema in realtà non sta qui, in quanto comunque Cipriano mette seriamente in dubbio le “certezze” della logica psichiatrica. Ma poi, parlando del TSO, si dice che “Il TSO è il nervo scoperto della legge 180; obbligare una persona con disturbo psichico alla cura. E’ l’atto non libertario di questa legge libertaria: atto delicatissimo, che avrebbe dovuto essere l’ultima ratio, invece ormai i TSO vengono proposti e convalidati in maniera facile e stereotipata, per non perdere tempo a negoziare”. Attenzione alle parole: già qui Cipriano accetta la logica del TSO, che, dunque “non deve venir proposto e convalidato in maniera facile e stereotipata”.  Affermando, inter cetera, di essere di formazione anarchica, l’autore in questione, che ricorda anche nel libro Mastrogiovanni, il maestro libertario sottoposto a TSO e fatto morire nel reparto psichiatrico di un ospedale campano (a Vallo della Lucania, Ospedale San Luca) , parla di lui come di colui “che ha subito un TSO, probabilmente ingiusto e, davvero persecutorio, che ha rappresentato l’ultimo anello di una catena persecutoria che subiva già da molti anni”.   Tutta questa “manfrina” (mi scusi anche Cipriano, ma lo è)contraddetta da quell’avverbio “probabilmente”: o il TSO (di Mastrogiovanni come di qualunque altra persona) è ingiusto o è giusto, tertium non datur, non vale il “probabilmente”, altrimenti varrebbe l’eccezione, anzi varrebbero le numerose eccezioni, confermando dunque una regola e una prassi. Cipriano, spinto dall’intervistatrice (ma tutto questo è già nel libro, “la fabbrica della cura mentale”, Milano, Eleuthera) parla poi di “realtà buone”, di “esempi virtuosi”. E qui già enumerando: Trieste, Mantova, Trento, Merano etc. Ora: sarebbe sciocco negare che ci siano realtà “meno peggiori” di altre, ma così il problema non si risolve: o si è contro, con Szasz e Antonucci, il “mito della malattia mentale”, oppure si opera a favore dello stesso, con un riformismo più o meno blando al suo interno. Il basagliano di ferro romano, che richiama il nichilismo di chi scrive bellissimi libri ma non agisce nella prassi, forse dimentica che “gli antipsichiatri (i Laing, i Cooper, i Szasz) che , nonostante i bellissimi libri che hanno scritto, non hanno inciso minimamente rispetto alle pratiche manicomiali dei loro paesi”. Ora, la questione è ovviamente più complessa: in Gran Bretagna le opere di Laing e Cooper non sono state recepite a livello politico legislativo, ma hanno inciso sull’opera non solo teorica di molte persone (Basaglia stesso leggeva gli autori citati con entusiasmo), negli States, paese ancora più conservatore della Gran Bretagna, Szasz non ha aperto quasi nessuna breccia a livello istituzionale, ma ne ha aperte molte a livello di coscienza. Anche Cipriano e anche la casa editrice Eleuthera, che pure qualcosa di suo aveva pubblicato (“Il pregiudizio psichiatrico” e “Pensieri sul suicidio”) sembrano dimenticare o voler dimenticare Giorgio Antonucci, che certi distinguo inutili non li fa…
Eugen Galasso

Pubblicato il: 23 febbraio, 2014
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo