Algranati il riformista e Antonucci il rivoluzionario – Giuseppe Gozzini – Storia di un obiettore “Non complice” – 2014

Da: Non complice
Storia di un obiettore
Giuseppe Gozzini
edizioni dell’asino 2014

Algranati il riformista e Antonucci il rivoluzionario
.

 

Bene ha fatto Elèuthera a ristampare il libro di Giorgio Antonucci Il pregiudizio psichiatrico, e a publicare in contemporanea quello di Paolo Algranati, Voci dal silenzio. Rappresentano infatti due esperienze parallele,che invogliano a lettura sinottica per capire che cosa le rende apparentemente cosi vicine e tuttavia non coincidenti. Sono parallele nell’evidenza di un risultato comune lo smantellamento delle strutture manicomiali con apertura dei reparti “chiusi” ma non si incontrano nelle premesse, soprattuto su un punto: il giudizio sulla malattia mentale. In realta Algranati e Antonucci ripropongono i due filoni interpretativi del cambiamento sociale, presenti ­ non a caso ­ anche nell’approccio alla psichiatria: il riformismo e la rivoluzione. Anticipando il contenuto dei due libri, diciamo che Algranati vuole riformare l’istituzione psichiatrica liberandone le vittime per curarle meglio, mentre per Antonucci l’unica alternativa alla psichiatria è la soppressione della psichiatria (anche quella “democratica”).
Paolo Algranati: il riformismo
“A tre anni di distanza dall’approvazione nel 1978 della ’180′, la legge Basaglia, iniziavo a lavorare nel manicomio di Roma con l’incarico di assistente psichiatra. Assegnato al padiglione 22, il più grande dei reparti ‘chiusi’ dell’ospedale, mi accingevo, con l’animo combattivo ed entusiasta del ventiseienne, a verificare, nell’impatto concreto con l’istituzione manicomiale, i miei anni precedenti di formazione teorica”.
Comincia cosi il libro di Algranati, un rapporto dall’interno del manicomio Santa Maria della Pietà, scritto con l’immediatezza di un diario di bordo. Algranati, che si definisce “psichiatra anomalo”, descrive, anno per anno, il lungo cammino dello smantellamento del padiglione 22, definito la “fossa dei serpenti” (1981) al lavoro di riabilitazione in un “zona autogestita” (1983) al passaggio padiglione 8, completamente aperto (1987), che prefigura il concetto di Comunita terapeutica come “un continuo training tra gli operatori e poi tra questi e i pazienti, e infine tra tutti noi e il mondo esterno”.
Ecco alcune tappe di questo cammino: l’incontro con la caposala “una suora bassa e corpulenta, vestita di bianco” che gli apre il cancello di ferro e lo immette nelle corsie del padiglione 22 come nei gironi dell’inferno dantesco (i dannati sono i pazienti con le loro storie di segregazione); lo scontro immediato con la suora sulla cosiddetta “ergo­terapia”: un sistema di lavoro per cui sessanta pazienti, con ruoli e mansioni tutt’altro che trasparenti “tenevano in piedi o comunque contribuivano in maniera decisiva al funzionamento della struttura che li segregava”; la conoscenza, uno per uno, di tutti i 114 pazienti, 70% dei quali ­attraverso un sistema di sfruttamento capillare, basato su ricatti, favori, intimidazioni ­ era adibito “senza nessun compenso ai lavori piu umili, di pertinenza, teoricamente, di infermieri e ausiliari di pulizia”; la messa in discussione dei mezzi di contenzione (camicie di forza, sbarre alle finestre, porte chiuse a chiave) e dell’abuso degli psicofarmaci; l’analisi del comportamento degli infermieri in base alla loro appartenenza alle tre categorie dei “sottomessi”, dei “ribelli” e dei “neutrali ricattati” (senza contare “i cani sciolti”); l’inizio della collaborazione con alcuni infermieri che porta alla prima timida uscita dalle mura del manicomio (un soggiorno di quindici giorni per dodici pazienti in una località di montagna del Lazio); la formazione di una “zona autogestita”, due corsie, con quattordici pazienti e sei infermieri (la cronaca di questa “zona liberata” ricostruita in “un poderoso quaderno utilizzato indifferentemente dai pazienti e dagli operatori”, di cui sono publicati ampi stralci); la guerra aperta con la suora caposala fino al suo trasferimento nel 1984 a un altro reparto (“finiva al 22 l’epoca arcaica del potere religioso sulla pazzia”).
Il racconto fin troppo minuzioso, scritto con amore e un grado di partecipazione e di simpatia umana eccezionali, interrotto dalle bellissime (e illuminanti) “storie di vita” degli internati, ha il merito di portare il lettore dentro la realtà manicomiale. Paolo Algranati, con l’attenzione costante ai concreti problemi di gestione, dimostra di avere la stoffa del riformatore e registra con la pignoleria del cronista tutti i cambiamenti: l’apertura del manicomio ai parenti dei ricoverati “reclusi”; l’importanza del lavoro in una coperativa; la logistica dei reparti dopo i vari traslochi; le sorti dei pazienti dimessi con tutti i problemi di inserimento sociale al di fuori del manicomio; la vita quotidiana nel padiglione 8 aperto senza “nessuna sbarra, nessun cancello, nessuna chiave”; l’iniziativa di un laboratorio di pittura.
Tutto preso dalla passione anti­istituzionale, dal fervore organizzativo per rendere più umana e vivibile la condizione dei segregati nel manicomio, Algranati vede (e denuncia, nel lavoro con gli operatori) gli effetti
devastanti degli “stereotipi universali” sulla pazzia (pericolosità, incomprensibilità, inguaribilità); dall’altro non rinuncia all’approccio clinico, al giudizio psichiatrico e alle classificazioni diagnostiche dei comportamenti (psicosi maniaco­depressiva, eccitazione sub maniacale….) e al recupero terapeutico con interventi psicofarmacologici. In fondo ripropone, in modo meno schematico e più contraddittorio, il vecchio errore di ritenere che i ricoverati siano diversi non perchè segregati ma perchè “malati”, non perchè privati della libertà personale ma perchè hanno nel cervello qualcosa che non va. Il discorso “basato sull’impalpabilità del confine normali-­folli e sul profondo radicamento dei pregiudizzi sulla follia “è ritenuto” indispensabile per prendere le distanze dalla propria ‘follia’ personale e per controllare con continuità consapevolezza la proprio paura di impazzire”, che percorre come un leit­motiv tutto il libro (pagg.14, 43­,44,156/­57, 162/­63). Rimane cioè a livello strumentale. E annota come una vittoria il fatto che “i pazienti miglioravano in modo evidente senza che, al di là di crisi evolutive, impazzissero gli operatori” (sic).
Algranati è sicuramente uno “psichiatra anomalo” nel senso che non fa ricorso soltanto al criterio patologico (diagnosi/terapia) per giudicare uomini e comportamenti (di questi tempi è già molto!) e arriva a porsi (e a porre alla sua èquipe) le domande giuste: “L’intervento migliore per la pazzia è forse quello di lasciarla vivere? Di osservarla da lontano con discreta protezione, senza interferire pesantemente in un suo qualche sviluppo ‘fisiologico’? E ancora: come definire la normalità? Possiede nuclei pazzi, psicotici? Non è forse ora che la psichiatria punti maggiormente la sua attenzione sulla normalià piuttosto che sulla pazzia? Infine, come definire la ‘sanità’?” Ma queste domande rimangono senza risposta.
Giorgio Antonucci: la rivoluzione
Il libro di Antonucci parte proprio dalla risposta a queste domande, cioè dalla critica alla psichiatria come scienza. La sua esperienza professionale a Cividale del Friuli (1968), a Gorizia (1969), a Reggio Emilia (1970/­72) e dal 1973 a Imola per più di vent’anni (ora è in pensione), è una lunga battaglia all’interno dei reparti manicomiali per la liberazione delle vittime del pregiudizio psichiatrico. Solo in parte il libro riflette il significato fulminante della “lunga marcia” di Antonucci attraverso le istituzioni manicomiali, un esperienza che non ha uguali al mondo (fra gli “addetti ai lavori” l’unico che la pensa come lui è il professore americano Thomas Szasz, che ha scritto la prefazione del libro).
La tesi di fondo di Antonucci è dura e perentoria: i manicomi stanno alla psichiatria come nella conchiglia il guscio sta all’animale. Se elimini l’animale il guscio inaridisce e muore. Per quanto possa sembrare paradossale, se non esistesse la psichiatria non esisterebbe la cosiddetta malattia mentale. “Ritengo”, scrive Antonucci, “che a ben poco serve attaccare l’istituto del manicomio se non si porta un attacco radicale allo stesso giudizio psichiatrico che ne è alla base, mostrandone l’insufficenza scentifica. Finchè non sarà abolito il giudizio psichiatrico, la realtà della segregazione continuerà a fiorire dentro e fuori le pareti del manicomio”. E quindi ­ malgrado i lodevoli sforzi di Algranati per umanizzare l’intervento psichiatrico ­la segregazione si riproduce in altre forme anche nelle varie Comunità terapeutiche, nei Centri di igene mentale e così via.
La “rivoluzione” di Antonucci non nasce da una teoria elaborata a tavolino ma dal contatto con uomini e donne, vittime dei trattamenti psichiatrici. Storie e volti che ritroviamo nelle cartelle cliniche pubblicate nel libro: prove documentali impressionanti e inconfutabili, della funzione repressiva della psichiatria. C’è un baratro tra le diagnosi (più fantasione) di malattie mentali, che leggiamo nelle cartelle cliniche, e la realtà di sofferenza dei cosiddetti pazienti. Nel percorrere tutta la sua esperienza, Antonucci ci offre anche preziosi documenti sulle lotte popolari contro il manicomio S.Lazzaro di Reggio Emilia all’inizio degli anni settanta,sulle difficoltà da lui incontrate nell’apertura dei reparti chiusi e nella liberazione dei “segregati” a vita, sull’esperimento di Rosenham che introdusse degli pseudo pazienti in alcuni ospedali psichiatrici americani (nessuno fu identificato come sano di mente!). Antonucci rifiuta il cosiddetto Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), slega i matti, abolisce le terapie psichiatriche (strumenti di contenzione e psicofarmaci) e li lascia liberi di uscire dal manicomio, di disporre dei propri soldi, li porta in giro per il mondo, al mare e in montagna, a Venezia e a Parigi, al Parlamento europeo di Strasburgo e dal Papa in Vaticano. Per la sua attività è stato perseguidato dall’autorità giudiziaria subendo diversi processi che meriterebbero una trattazione a parte. Antonucci ha tenuto conferenze in diverse città d’Italia accompagnato spesso dai suoi “matti”, ha diffuso le sue idee soprattutto fra i giovani sensibili al pericolo rappresentato dalla psichiatria.
Solo ma non isolato è stato invece emarginato dall’ establishment psichiatrico malgrado le numerose interviste alla stampa e alla radio e le sue apparizioni in tv.
Un pensiero come quello di Antonucci, molto critico anche nei confronti dell’impostazione autoritaria della medicina, implica una rivoluzione culturale che chiama in causa scienza e politica, religione e filosofia.

Tanto piu che oggi, ­ma questa è una mia opinione, ­l’intensificarsi dei fenomeni di emarginazione accresce nei non-­emarginati il bisogno di difesa e protezione estendendo a tutti i livelli il ricorso a quella che io ormai chiamo la psichica ­ comprendendo la psichiatria, la psicanalisi, la psicologia (e annesse pseudoscienze) ­per oscurare e manipolare le coscienze, attutire e fuorviare i conflitti personali e sociali. Alla psichica come instrumentum regni, penetra ormai in tutte le strutture sociali: nella scuola e nella famiglia, nelle aziende e nei media, nei tribunali e nelle carceri; alla psichica utilizzata di volta in volta per il dominio culturale, come supporto dei modelli omologanti o in funzione repressiva per la difesa dello stato di cose presente; alla psichica si addice quello che scriveva Bakunin nel Narodnoe delo (1866): “Partigiani della rivoluzione noi siamo nemici non solo di tutti i preti religiosi ma anche dei preti della scienza”. Bakunin alludeva alla scienza positivista, quella “specie di chiesa privilegiata della mente e della conoscenza superiore” che allora schiacciava i fermenti di rivolta del “popolo stupido e ignorante” ostacolando “la liberazione mentale” e che ora continua “in versione psichica” come ideologia della conservazione e dell’oppressione sociale.
novembre 1999

Pubblicato il: 31 luglio, 2014
Categoria: Libri, Testimonianze

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo