Psichiatria ieri e oggi – Giorgio Antonucci – ATLANTICA Enciclopedia universale 1991

PSICHIATRIA IERI E OGGI – Giorgio Antonucci

 

Atlantica – Grande Enciclopedia universale – Annuario Enciclopedico 1989 – European Book Milano

 

L’articolo è corredato di immagini fotografiche interne ed esterne dell’Ospedale Psichiatrico “Luigi Lolli” di Imola (Bologna). Foto: http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/galleria/

 

 

“Colui che non rispetta la vita non la merita” Leonardo

Chi si pone il problema di capire le teorie e le pratiche della psichiatria, e cerca di studiarne la storia per comprenderne il significato, si trova subito di fronte a una contraddizione.

Da una parte appare costante e sempre rinnovata l’incertezza sulle conoscenze e sulla validità dei principi, dall’altra si rivelano superficiali e frettolosi gli interventi, così pericolosi per la libertà e l’integrità delle persone.

Scrive Thomas S. Szasz nella prefazione alla prima edizione della sua opera: The Myth Mental Illness. Foundation of a Theory of Personal Conduct (New York 1961): «L’insoddisfazione per la base medica e per la cornice concettuale della psichiatria non è di origine recente, e tuttavia ben poco è stato fatto per rendere esplicito il problema e ancor meno per porvi rimedio.

Negli ambienti psichiatrici è considerato pressappoco atto di indelicatezza chiedere: — Che cosa significa malattia mentale? — E negli ambienti dei profani la malattia mentale troppo spesso si ritiene essere tutto ciò che gli psichiatri dicono che sia. — Chi è malato di mente? — pertanto suona: — Chiunque sia rinchiuso in un ospedale psichiatrico o si rechi a consultare uno psichiatra nel suo ambulatorio privato — ».

Non molto meglio vanno le cose nella casa degli psicanalisti, che, a cominciare da Freud per finire a Lacan, si perdono sempre di più in genericità e astrazioni, senza nessun nesso con la vita reale, e non riescono mai a definire alcuna conoscenza che abbia significato.

Già negli anni ‘30 il filosofo e critico della scienza Bertrand Russell esprimeva con penetrante ironia i suoi ragionevoli dubbi sulla distinzione tra

sano e malato in psicologia, e aggiungeva argutamente di non credere che studiosi della psicanalisi avessero riflettuto molto profondamente sulla distinzione tra fantasia e realtà. In pratica — commentava — la fantasia che crede il paziente, la realtà è ciò che crede l’analista.


Ma un brano che può essere considerato un classico della critica intelligente al senso comune che sembra dare per scontata la problematica distinzione tra saggezza e follia lo si trova, sempre per mano di Russell,nell’opera The Scientific Outlook (1931,George Allen & Unwin Ltd, London), in italiano “La visione scientifica nel mondo” (Universale Laterza 1988). Il brano fa parte del capitolo “La tecnica nella psicologia”, e lo riporto qui per intero considerata la sua chiarezza e la sua importanza per il nostro discorso.

«Vi sono, tuttavia, un gran numero di opinioni che sono basate molto chiaramente sui desideri individuali di coloro che le mantengono, e non su di un terreno di respiro universale. Una volta fui visitato da uno che mostrò il desiderio di studiare la mia filosofia, ma confessò che nell’unico libro mio che aveva letto c’era una sola proposizione che gli riusciva di comprendere, e quella era una proposizione che non poteva accettare. Chiesi quale fosse, ed egli rispose: — Giulio Cesare è morto. — Io naturalmente gli chiesi perché non accettava tale proposizione. Si tirò su e rispose piuttosto rigidamente: — Perché Giulio Cesare sono io. — Trovandomi solo con lui nell’appartamento cercai di raggiungere la strada al più presto, poiché mi sembrava improbabile che la sua opinione derivasseda uno studio obbiettivo della realtà. Questo fatto illustra la differenza fra credenze sane e insane. Le credenze sane sono quelle ispirate da desideri che si accordano ai desideri degli altri; le credenze insane sono quelle ispirate da desideri che cozzano con quelli degli altri. A tutti piacerebbe essere

Giulio Cesare, ma sappiamo che se uno è Giulio Cesare, l’altro non può esserlo; perciò chi pensa di essere Giulio Cesare ci dà fastidio, e noi lo diciamo pazzo. A tutti piacerebbe essere immortali, ma l’immortalità di uno non contrasta con l’immortalità dell’altro, perciò chi si crede immortale non è pazzo. Le delusioni sono quelle opinioni che non riescono a compiere le necessarie modificazioni sociali, e lo scopo della psicanalisi è di compiere quelle modificazioni sociali che faranno abbandonare quelle opinioni. Il lettore, spero, avrà compreso che il suddetto ragguaglio è in qualche modo inadeguato. Per quanto si possa cercare, è difficile sfuggire alla concezione metafisica del fatto. Freud stesso, ad esempio quando per la prima volta espose la sua teoria della onnipervasività sessuale, fu considerato con quella specie di orrore che ispira un pazzo pericoloso. Se l’approvazione sociale è la prova della salute mentale, egli era pazzo, benché divenisse sano quando le sue teorie cominciarono ad essere abbastanza accettate da divenire una fonte di guadagno».

Parlando dell’incertezza dei principi su cui si fonda la psichiatria mi pare opportuno riprendere il racconto della singolare vicenda del cittadino francese indicato da Bruno Cassinelli col nome convenzionale di Lafoi, che nel luglio 1914, alle soglie della prima guerra mondiale, si ricoveri volontario nel manicomio di Parigi, per protestare a favore della pace.

Scrive appunto Cassinelli nel primo capitolo dell’opera “Storia della pazzia” (Dall’ Oglio editore, 30 settembre 1964): «Le nazioni entrano in guerra, l’una dopo l’altra, quasi incalzandosi. — E’ infame — pensa Lafoi. Per tre giorni non mangerà: bisognerà pure che almeno un uomo soffra per l’umanità impazzita. La sua follia sogna di ispirarsi a Cristo e all’amore in terra per gli uomini di buona e di non buona volontà, Lafoi è un pazzo che vuole ragionare più di tutti. La follia di questo infelice, che è stato riconosciuto pazzo dai più grandi psichiatri di Francia, può rincrudire o modificare la morfologia dei suoi accessi».

Risulta così che Lafoi, precorrendo moltissimi contestatori della nostra epoca tra cui Gandhi e lo stesso Russell, intensifica la sua azione e accentua le sue provocazioni al potere costituito promotore di delitti man mano che questi delitti divengono più gravi.

«Lentamente — scrive ancora Cassinelli— ma con sicurezza s’avvia all’ultimo padiglione, se vi entra non gli sarà più permesso di uscire dalle mura del manicomio. Lafoi si sacrifica per gli uomini».

Intanto gli psichiatri si domandano stupiti come possa funzionare questa forma di pazzia così pertinente agli avvenimenti.

E’ bene ricordare che ai tempi di Lafoi l’obbiezione di coscienza, che ora in alcuni Stati è riconosciuta come un diritto se adeguatamente motivata in termini religiosi o filosofici, era ritenuta da molti psichiatri un sintomo di schizofrenia.

Però alcuni dei lettori potrebbero domandarsi:— Ma chi era questo Lafoi? — Come il Don Abbondio manzoniano si chiedeva di Carneade.

Allora noi, per toglierli dal dubbio, ci proponiamo di continuare parlando di un personaggio sicuramente più famoso.

Riferisce Vittorio Messori nel suo libro “Ipotesi su Gesù” (Società editrice internazionale-trentaduesima edizione 1986) a pagina 134 nella nota n. 8 che il famoso psicologo Binet, professore di psicologia alla Sorbona, si mise tenacemente a scrivere quattro volumi con oltre duemila pagine «per classificare scientificamente il carattere di Gesù».

Lascio la parola direttamente a Messori: «Gesù che, per il professore francese, fu TEOMANE (maniaco religioso, cioè, per la degenerazione dell’affetto verso i genitori), SITOFOBO (detestava il cibo, come testimoniato dal digiuno di quaranta giorni), DROMOMANE (non poteva star fermo, come si vede dai continui spostamenti), IMPOTENTE (per le esortazioni al celibato), OMOSESSUALE (per la predilezione per Giovanni), INSONNE (per le notti di preghiera)… Il prof. J. Soury replica: — D’accordo che Gesù fosse “l’alienato tipico”. Ciò però non si deve, come pensa il collega Binet, all’alcolismo del padre aggravato dalla tubercolosi, ma alla meningo-encefalite sifilitica. La prova? I primi segni di follia li dà a dodici anni discutendo con i dottori nel tempio —. Altri professori replicano che in realtà il disordine mentale di Gesù è dovuto al trauma neuropsichico sofferto dalla madre durante il concepimento, per il timore di essere ripudiata dal fidanzato Giuseppe: ne è prova l’ altrimenti inspiegabile mutismo davanti a Pilato».

Molto stimolante, ci pare, questa discussione tra specialisti, non tanto sul fatto se Cristo fosse o non fosse pazzo, quanto su una corretta identificazione delle cause.

 

Poteva trattarsi di un problema organico oppure psicologico, poteva essere una malattia ereditaria oppure acquisita, poteva riferirsi a un vizio di San Giuseppe o a una paura della Madonna.

Noi ci domandiamo, poiché la discussione riguarda il laboratorio di psicologia della Sorbona, se il bambino Gesù, quello appunto che a dodici anni discuteva nel tempio con i dottori, nel caso che fosse vissuto ai tempi del Binet, lui che da un quarto dell’umanità è ritenuto, a torto o a ragione, il figlio di Dio, sarebbe o non sarebbe stato ammesso alle scuole speciali.

Non sono pochi, per fortuna, gli uomini di cultura che, in ogni tempo, si sono posti domande argute sul significato della saggezza, senza naturalmente pretendere di identificarla. Così Franz Kafka quando in un suo frammento dei “Diari” osserva rovesciando il discorso: — Che cos’è la non pazzia? —.

Altri al contrario, benché esperti anche di vita pratica, hanno sfiorato il problema, magari più di una volta, senza arrivare a discuterlo.

Così il giurista Bruno Cassinelli, di cui si è parlato poco prima a proposito della storia di Lafoi.

Cassinelli accetta con entusiasmo i giudizi psichiatrici perfino nell’interpretazione di personaggi dell’arte. Infatti scrive ad esempio a pagina 20 della sua già citata “Storia della pazzia”: «Amleto, il negativista spirituale e morale, non è un pazzo soltanto, ma uno strano, stranissimo pazzo. Vogliamo rendere chiaro il fatto che l’artista ha sentito la necessità di creare, soprattutto per dare una espressione che si avvicinasse il più possibile al criterio artistico dipazzia, un contrasto morale».

Non sono del tutto sicuro che Shakespeare sarebbe in grado di capire questo discorso. Ma non è questo il punto.

Proprio nella pagina precedente (pagina 19) Cassinelli aveva scritto: «Ma perché riteniamo pazzi i pazzi? Perché li mettiamo a confronto con i molti che si ritengono savi in rapporto alla vita comune, ai movimenti sociali, al rispetto delle leggi. Ora questi termini sono, dal punto di vista dialettico, di pertinenza del filosofo. Per un elementare giudizio filosofico, il medico prima di avere analizzato il malato ritiene che “il pazzo è un pazzo” perché di colpo, nei movimenti del folle, riconosce una serie di azioni non permesse dal suo clima sociale e filosofico. Da questa osservazione iniziale nascono le altre che riguardano da vicino la sua cultura medica. Se i filosofi stabilissero altre norme morali e i legislatori le concretassero in leggi, lo psichiatra non avrebbe più una base sicura per il giudizio diagnostico».

Così Bruno Cassinelli in questo brano afferma, anche con discreta chiarezza, che il problema reale non è altro che il rapporto del singolo con i costumi e con il conformismo sociale. Dice inoltre che il medico non fa altro che ratificare e rendere esecutivo un giudizio già preso da altri.

E aggiunge ancora poco dopo a pagina 22: «Lo psichiatra è implacabilmente rigoroso: non ammettendo niente che possa uscire dalle convenzioni che hanno definito il tipo “normale”, egli rifiuta di ritenere come sani coloro che escono da questo schema, anche se li riconosce lampeggianti di qualche genialità. La ragione del filosofo è capace di sorpassare le leggi della relatività e della relazione e riconoscere, qualora sia il caso, nel folle, l’uomo savio».

E poi dice infine: «Lo psichiatra sta al filosofo come il gendarme al giudice».

Appare chiaramente che Bruno Cassinelli nella sua indagine storica finisce per perdersi in molte contraddizioni, come del resto può succedere a molti studiosi, specialmente in epoche di grande trasformazione culturale.

Ma a noi le contraddizioni di Cassinelli interessano appunto per le riflessioni che possono suggerire in rapporto ai cambiamenti degli ultimi anni.

Infatti questo interessante giurista mentre ancora ritiene che il manicomio possa essere in alcuni casi speciali l’alternativa assistenziale al

carcere nello stesso tempo scrive e pone come epigrafe al suo libro sulla storia della pazzia che «le belve, se un giorno dovranno giudicare gli uomini, porteranno come atto di accusa contro di noi la ferocia degli uomini sani contro gli uomini folli».

Il fatto è che fino dai tempi più antichi, probabilmente dal neolitico in poi, quando con la nascita della agricoltura si formano le prime comunità umane stabili, le regole sociali in tutte le società da noi conosciute sono rigide e spietate, e tutti quelli che, per situazione o per comportamento ne escono fuori, vengono o eliminati o perseguitati ferocemente.

«Gli operai, i soldati, il re e la regina costituiscono il fondo permanente ed essenziale della città che, sotto una legge di ferro, più dura di quella di Sparta, trascorre la sua esistenza avara, sorda e monotona.

Ma, vicino a questi tristi prigionieri che non videro mai e mai non vedranno la luce del giorno, l’aspro falansterio alleva, con grandi spese, innumerevoli legioni di adolescenti, ornati di lunghe ali trasparenti e provvisti d’occhi a faccette, che si preparano, nelle tenebre ove formicolano i ciechi-nati, ad affrontare lo splendore del sole tropicale. Sono gli insetti perfetti, maschi e femmine, i soli che abbiano un sesso, dai

quali uscirà, se il caso sempre inclemente vorrà permetterlo, la coppia regale destinata ad assicurare l’avvenire di un’altra colonia. Essi rappresentano la speranza, il lusso pazzesco, la gioia voluttuosa di una città sepolcrale che non ha altro sbocco verso

l’amore e verso il cielo» (“La vita delle termiti” di Maurice Maeterlinck. Rizzoli Edito- re 1980).

Vi sono dei fenomeni sociali, anche profondamente disumani, che restano per lunghi periodi al di fuori della critica degli uomini di cultura ed estranei alla coscienza dei popoli, come ad esempio la tortura e la pena di morte fino all’intervento dell’illuminismo e di Beccaria.

Durante la prima guerra mondiale emerge per la prima volta la consapevolezza radicale della disumanità delle guerre e dell’assurdità del militarismo, che influisce anche profondamente sui risultati della rivoluzione d’ottobre.

Dopo il ‘45 invece emerge una riflessione sempre più approfondita sul significato dei campi di concentramento. Di qui il pensiero si allarga a mettere sotto accusa i manicomi e i pregiudizi sociali su cui sono costruiti.

D’altra parte le tecniche psicologiche sono entrate di anno in anno nella vita degli uomini, non certo per accrescere il loro grado di autonomia.

La psicologia si sviluppa sempre di più con l’intento e la presunzione di misurare le capacità degli individui, considerati in modo puro e semplice come strumenti da usare.

Scrive Hans Joachim Storig in “Breve storia della scienza” (Aldo Martello Editore, dicembre 1956): «La psicologia scientifica è un fondamenti indispensabile dell’educazione, della giurisprudenza, della nostra vita economica, del trattamento scientifico e della razionalizzazione del lavoro, della pubblicità e della vendita. Le dottrine dei grandi psicologi entrano per mille tramiti nella vita di ognuno, come anche nell’arte e nella letteratura».

Tra gli esempi degli aspetti pratici della scienza psicologica non a caso Storig sceglie i tests. Introdotti da Binet per il laboratorio di psicologia della Sorbona, di cui già si è parlato; per incarico del Ministero della Pubblica Istruzione francese, furono usati dal 1904 in poi per distinguere tra i bambini gli alunni più efficienti da quelli meno abili, dirottando i meno rispondenti alle norme prestabilite in classi particolari per loro, dette classi speciali.

I Tests passarono rapidamente dall’Europa agli Stati Uniti, che dettero loro una enorme diffusione applicandoli a tutte le attività possibili, dalle scuole, alle università, alle fabbriche, alle caserme.

Negli Stati Uniti, come racconta ancora Storig, furono usati per la prima volta con gli adulti nel primo conflitto mondiale per selezionare i soldati e per scegliere, gli ufficiali.

In seguito le tecniche psicologiche, sempre più sofisticate, diverranno utili, non solo per scegliere i militari, ma anche per farne, particolarmente nei corpi speciali, degli esecutori abili e possibilmente spietati.

Invece la creatività e l’autonomia dell’individuo, capace di avere un

pensiero suo e di scegliere per conto proprio, verrà considerata sempre di più con sospetto e classificata spesso anormale, secondo la tradizione di Binet e della scuola della Sorbona, da cui era nata l’analisi scientifica della personalità di Cristo, di cui poco prima abbiamo parlato.

Dopo la seconda guerra mondiale, in un procedimento pubblico di grande rilievo internazionale, sarà caratteristico e singolare il giudizio dato dagli esperti in psichiatria al processo di Eichmann, ritenuto sano di mente perché esecutore di ordini al servizio dello stato, mentre il pilota americano di Hiroshima, ribelle all’idea di essere stato usato come strumento, fu definito pazzo da una moltitudine di specialisti.

I Tests psicologici, di cui molto si è discusso, e ancora si sta discutendo, al di là del problema della loro validità come strumenti di misurazione delle attitudini, rientrano indubbiamente in una cultura che considera le persone come strumenti.

La nostra civiltà si è formata in assoluta indipendenza dai contenuti della morale kantiana.

Anche il tentativo, che ora sappiamo non riuscito, di spiegare l’intelligenza dell’uomo, in termini di quantità e di meccanicismo, dimenticando del tutto il lato qualitativo, va preso in considerazione più come conseguenza di un costume sociale, che come effetto di una concezione metafisica.

Scrivono a proposito della struttura del cervello Robert Ornstein e Richard Ihompson nel libro “The amazing Brain” (Il cervello e le sue meraviglie, Rizzoli, febbraio 1987), così iniziando la prefazione, che «da migliaia di anni l’uomo si sforza di capire il cervello. Gli antichi greci pensavano che fosse una sorta di radiatore per raffreddare il sangue. Nel nostro secolo esso è stato assimilato a un centralino telefonico, a un computer o a un ologramma, e senza dubbio sarà paragonato a numerose altre macchine non ancora inventate. Nessuna di queste analogie è però adeguata, poiché il cervello è unico nell’universo, differente da qualsiasi cosa l’uomo abbia mai costruito».

Anche i greci, nonostante alcuni risultati della loro cultura e del loro

pensiero filosofico, consideravano gli uomini come mezzi e vivevano del degli schiavi. Così i pensatori del Rinascimento europeo da cui nascono principi della scienza contemporanea.

La civiltà industriale delle macchine cercava di figurarsi l’uomo come una macchina da utilizzare razionalmente, dopo averne calcolato il rendimento.

lavoro i

stesso

Secondo il Dizionario enciclopedico di psicologia di R. Harré, R. Mecacci (Edizione Laterza 1986) i tests professionali specifici servono appunto come «strumenti della selezione del personale quali si chiede all’aspirante di eseguire dei compiti che sono stati individuati come componenti essenziali della mansione considerata».

La civiltà invece delle molte generazioni successive dei computer, in Giappone come in Europa, in America come in Unione Sovietica, fa il possibile per nascondersi la differenza tra questi apparecchi elettronici e il nostro cervello. Scrive infatti Alberto Oliviero, psicobiologo all’Università «La Sapienza» di Roma nel numero di luglio-agosto 1988 di «Scienza e Dossier» che, nel dibattito animato sulle affinità tra cervello umano e cervelli elettronici, l’ipotesi sulla natura delle intelligenze artificiali cosiddetta forte è orientata a dimostrare che le menti biologiche e quelle elettroniche trattano le informazioni nel medesimo modo.

«Avremo computer più simili ai cervelli biologici? Alcuni, come Daniel Hillis, che può essere considerato il padre delle connession machines, sostengono di sì, mentre altri esprimono molti dubbi. Dubbi che riguardano soprattutto le caratteristiche dell’informazione. L’ipotesi forte dell’Ai (sigla che vuol dire intelligenze artificiali) presuppone infatti che l’organismo umano sia un ricevitore di informazioni e non anche un produttore. Se ci limitiamo a trattare informazioni provenienti dall’esterno, l’equivalenza Ai = intelligenza biologica è forse possibile, ma la situazione è purtroppo,

o per fortuna, ben più complicata. Le informazioni provenienti dall’interno del nostro cervello, cioè la rielaborazione degli inputs esterni sulla base delle esperienze individuali, assumono un ruolo fondamentale nei nostri processi intelligenti, processi che sono estremamente variabili sia per il

Lamb, L. nei

tipo d’informazione che per le strategie utilizzate da individuo a individuo. E QUESTA INDIVIDUALITÀ DELLE MENTI BIOLOGICHE A RENDERE ARDUA L’IPOTESI FORTE DELL’Ai».

Nelle sue riflessioni e considerazioni sulla storia politica e sulla storia della cultura Jacob Burckhardt si preoccupa profondamente del possibile avvento di quegli uomini che lui chiama i grandi semplificatori, nemici della creatività degli individui e pericolosi per lo sviluppo di una civiltà intelligente.

Più micidiali dei semplificatori politici i semplificatori della scienza, quelli che pensano e che agiscono, più o meno consapevolmente, al servizio di interessi particolari per il mantenimento dell’ordine sociale costituito.

Dopo la rivoluzione di Galileo la nostra cultura ha sofferto, tra l’altro, della falsa contrapposizione tra il misticismo dogmatico delle istituzioni religiose autoritarie e il dogmatismo scientifico delle accademie di stato.

Così nel diciottesimo e diciannovesimo secolo le concezioni scientifiche, nella loro maggioranza, hanno cercato di porsi come concezioni totalitarie sul modello delle tradizioni teologiche. Di conseguenza le concezioni sociali del momento si ponevano come assolute, e la ragione dei filosofi si dava come universale essendo invece più semplicemente «la ragione di stato».

Solo nel ventesimo secolo l’allargamento dei campi di esperienza, l’estensione dei contenuti delle singole scienze, e una rinnovata e più approfondita riflessione epistemologica, cominciano ad aprire spiragli di luce nel buio della tradizione dogmatica.

«E un fatto curioso — scrive Bertrand Russell — che, proprio quando l’uomo della strada comincia a credere ciecamente nella scienza, l’uomo del laboratorio comincia a perdere la sua fede. Quando ero giovane, la maggioranza dei fisici non aveva il minimo dubbio che le leggi della fisica ci dessero reali informazioni sui moti dei corpi, e che il mondo fisico realmente consistesse di quelle entità che appaiono nelle equazioni dei fisici. I filosofi, è vero, gettavano dubbi su questa veduta, e hanno fatto così sempre dai tempi di Berkeley, ma siccome la loro critica non si rivolse mai ad alcun punto del dettagliato procedimento della scienza, poteva essere ignorata dagli scienziati, e fu infatti ignorata. Ora le cose sono del tutto diverse; le idee rivoluzionarie della filosofia della fisica sono venute dagli stessi fisici, e sono il risultato di accurati esperimenti. La nuova filosofia della fisica è umile ed esitante, laddove la vecchia era superba e dittatoriale» (The Scientjfic Outlook. “La visione scientifica del mondo”, Universale Laterza, 1988).

D’altra parte, molti anni prima, nel secolo precedente, un uomo profondamente preoccupato dal problema della libertà dell’individuo in una società più umana, Bakunin, aveva scritto che gli uomini di scienza sono portati spesso a ogni genere di stravaganza intellettuale e morale. I loro vizi principali — diceva Bakunin — sono l’esagerazione delle conoscenze che

ritengono il potere tiranni».

di possedere, e il disprezzo per coloro che non le hanno. «Date loro — concludeva il filosofo anarchico — e diventeranno più pericolosi dei

Per con un male inteso concetto della scienza sperimentale, scrivevano sciocchezze sia su gli uomini che sugli animali. Per questi ultimi ci vorrà Konrad Lorenz, che, iniziando lo studio sugli animali in libertà, comincerà a fondare una conoscenza autentica sui caratteri reali del loro comportamento e della loro psicologia.

Nessuna meraviglia però se si pensa che, per gli studiosi di cui si diceva e per i loro datori di lavoro, gli animali condividevano con gli uomini la sorte singolare di essere considerati in modo esclusivo e senza esitazione oggetti d’uso o carne da macello.

Si è visto in precedenza come la psicologia applicata sia servita soprattutto per fini militari, tanto negli Stati Uniti, quanto in Unione Sovietica.

Mi viene in mente una storia, che ancora si racconta nel manicomio di Udine. Quando ci fu bisogno, nella guerra ‘l5-’l8, di soldati al fronte furono scelti e arruolati alcuni degli internati. Poi, alla fine della guerra, quelli che non erano morti furono rimessi in manicomio.

quello che riguarda gli esseri viventi, gli studiosi da laboratorio,

C’è veramente da ridere se si pensa agli psichiatri e agli psicologi scientifici che consideravano, e a volte considerano ancora, l’obbiezione di coscienza come sintomo di schizofrenia, se si pensa a cosa scrive Einstein a proposito della guerra nella sua opera autobiografica e filosofica “Come io vedo il mondo” (Grandi tascabili economici «Newton», 1988): «Questo argomento mi induce a parlare della peggiore fra le creazioni, quella delle masse armate, del regime militare voglio dire, che odio con tutto il cuore. Disprezzo profondamente chi è felice di marciare nei ranghi e nelle formazioni al seguito di una musica: costui solo per errore ha ricevuto un cervello; un midollo spinale gli sarebbe più che sufficiente. Bisogna sopprimere questa vergogna della civiltà il più rapidamente possibile. L’eroismo comandato, gli stupidi corpo a corpo, il nefasto spirito nazionalista, come odio tutto questo! E quanto la guerra mi appare ignobile e spregevole! Sarei piuttosto disposto a farmi tagliare a pezzi che partecipare a una azione così miserabile. Eppure, nonostante tutto, io stimo tanto l’umanità da essere persuaso che questo fantasma malefico sarebbe da lungo tempo scomparso se il buonsenso dei popoli non fosse sistematicamente corrotto, per mezzo della scuola e della stampa, dagli speculatori del mondo politico e del mondo degli affari».

E anche probabile che per Einstein non sarebbe stato così difficile capire la scelta di Lafoi, come lo fu invece per gli psichiatri francesi, come abbiamo visto all’inizio dal racconto di Cassinelli.

Però gli psichiatri hanno, come sappiamo, un modo di ragionare loro tutto particolare. Danno per scontate alcune loro premesse e poi procedono di conseguenza, con invidiabile disinvoltura.

Ricordo una giovane donna di Reggio Emilia, sottomessa a una serie di trattamenti di elettroshock, perché non riusciva a consolarsi della morte del marito, un operaio morto di recente per un incidente di fabbrica. L’avrebbero voluta serena, preferivano una «vedova allegra». La donna era stata molto danneggiata dal trattamento. A livello psicologico ogni giorno di più si sentiva colpevole di non essere efficiente come prima.

A proposito dell’elettroshock scrive dettagliatamente il «Dizionario medico SAIE- Larousse» (quinta edizione 1983): «…Incidenti: apnea prolungata che cede in seguito a pressioni ritmiche del torace; amnesia che regredisce quindici, trenta giorni dopo l’ultimo shock.

Inconvenienti: questo metodo, abbastanza brutale, non mette in pericolo la vita dell’ammalato. Tuttavia sono stati segnalati alcuni inconvenienti: morsicature della lingua, lussazioni della mandibola, fratture del mascellare, avulsioni dentarie, lussazioni e fratture della colonna vertebrale o degli arti nei soggetti decalcificati, lacerazioni muscolari, ascessi del polmone, per deglutizione di particelle settiche; necrosi pancreatica, disturbi del ritmo cardiaco, dilatazione acuta del cuore, con sincope, nei soggetti affetti da insufficienza cardiaca o da ipertensione.

Per evitare le lesioni muscolari od ossee, si può far precedere l’elettroshock da iniezioni endovenose di curaro.

Controindicazioni: prima di praticare l’elettroshock, conviene esaminare con cura l’ammalato; fare un elettrocardiogramma, una radiografia del rachide e delle ossa. L’elettroshock è controindicato nelle cardiopatie mal compensate, coronariti, aneurismi, ictus di vecchia data, tubercolosi, gravidanza, diabete, albuminuria, astenie gravi, ipotensione, anemie, età avanzata, e negli ammalati affetti da decalcificazione ossea, lussazioni recidivanti. L’ulcera gastroduodenale, la colicistite calcolosa, le infezioni acute sono altrettante controindicazioni.

La maggior parte degli psichiatri pensa che nessuna terapia ha ancora dato in psichiatria risultati comparabili all’elettroshock».

Non ci sarebbe da aggiungere commento se non fosse interessante ricordare che il trattamento di cui si parla fu introdotto in terapia da Cerletti sulla base di un metodo usato nei macelli di Roma per stordire i maiali prima di ammazzarli, e poi infine fu rifiutato dallo stesso inventore.

Ci sembra per altro logico che in linea di massima gli psichiatri si siano affezionati sempre più a questo trattamento, tanto da riprenderlo in considerazione con nuove argomentazioni apologetiche anche ai nostri giorni.

Qualche anno fa si parlava molto sui giornali di elettroshock a proposito

dell’efficacia persuasiva dei metodi usati dai governi fascisti sui prigionieri politici.

Ma cerchiamo un po’ ora di vedere come ragiona il cervello di uno psichiatra, e quali sono in pratica le basi del suo intervento.

Un fatto, uno stato d’animo, un pensiero possono essere giudicati più o meno saggi in modo arbitrario, o almeno discutibile, a seconda dei punti di vista.

A ciò si aggiunge la vaghezza e la casualità delle molte interpretazioni possibili, come si vede dalla inconsistenza e arbitrarietà della moltitudine delle teorie psicanalitiche.

Così per esempio la predilezione di Gesù per Giovanni può essere, come fa il Binet, interpretata come inclinazione omosessuale, l’inclinazione omosessuale come segno di irregolarità, e l’irregolarità integrata in un quadro di follia.

Così J. Soury che commenta: «Ecco Gesù, l’alienato tipico».

Per non perdere il filo del discorso, non dobbiamo mai dimenticarci che, come ha capito così bene anche Cassinelli, non è lo psichiatra quello che decide l’internamento, ma è però colui che ad ogni costo per mestiere deve trovarne le adeguate giustificazioni. Ed è anche colui che, ad ogni costo, deve riproporre alla società che glielo ha consegnato, il paziente sufficientemente riproporzionato e sottomesso.

Ricordo che nell’agosto 1973, quando, dopo l’esperienza sul territorio delle montagne di Reggio Emilia, ero appena entrato a far parte del personale medico dell’«Istituto psichiatrico – Osservanza» di Imola, fui denunciato da un collega per essermi opposto alla alimentazione forzata di una degente.

Riferisce Bernard de Fréminville nel libro “La ragione del più forte” (Feltrinelli,1979) nel capitolo «L’esigenza terapeutica» che «.. .Se dei malati rifiutavano di obbedire o si ribellavano, era a titolo puramente individuale: e il conflitto, qualunque fosse il motivo che lo scatenava, si riduceva a un confronto tra un semplice alienato e l’onnipotente autorità medica.

…Ma allo scopo doveva essere rispettata una condizione fondamentale: occorreva che il malato vivesse… Orbene: se molti internati, come si è visto, morivano per cause varie, alcuni di coloro che non morivano spontaneamente non tenevano affatto alla vita e tentavano passivamente o attivamente di porle fine.

Passivamente, rifiutando il cibo. Attivamente, con il suicidio. Il medico allorché un malato si rifiutava di nutrirsi non aveva alcun

dubbio su quello che era il suo dovere: far mangiare il recalcitrante, con qualsiasi mezzo».

Da ciò risulta in modo evidente che lo scopo dello psichiatra non è né l’integrità né la sopravvivenza del paziente, ma la sua sottomissione.

«Fanne dunque quello che vuoi» aveva detto Couthon, l’autorità politica, a Pinel, l’autorità medica. Si potrebbe aggiungere per commento che questo vuol dire che una persona una volta internata e classificata non ha più alcun diritto, non conta più nulla.

Più che altro però è espropriata del tutto del diritto di decidere.

Ma veniamo ora a esaminare la qualità e il significato di alcuni possibili giudizi e di alcune possibili articolazioni di linguaggio nella vita di relazione e nei rapporti sociali che ognuno di noi vive e conduce nel suo ambiente giorno per giorno.

Può ad esempio avvenire che il signor X dica che i suoi rapporti con la signorina Y sono difficili. In questo giudizio c’è una constatazione di fatto e l’espressione di un parere senza valutazioni di alcun tipo per quanto riguarda le persone implicate. 426 medicina

Però il signor X può anche dire che la signorina Y è intrattabile. In questo caso è chiaro che il signor X attribuisce la difficoltà del rapporto a un limite o a un difetto di carattere della persona a cui si riferisce. Si tratta ancora però di valutazioni e di opinioni della vita di tutti i giorni, che vanno e vengono e mutano con il variare degli umori e delle circostanze.

Se però X dice che Y è nevrotica, afferma ormai che la personalità della signorina non funziona bene, e insinua più o meno esplicitamente che le sue funzioni psicologiche avrebbero bisogno, per così dire, di una riguardata, magari dallo psicanalista. Nevrotico infatti è un termine coniato sui modelli di linguaggio della medicina e presume intrinsecamente l’esistenza di una

malattia.

Dicono Manlio Còrtelazzo e Paolo Zolli nel “Dizionario etimologico della lingua italiana” che la parola nevrosi è sostantivo femminile che indica «Malattia psichica che si manifesta con difficoltà nell’adattamento sociale e, a volte, con alterazione della funzione di certi organi».

Ecco come il signor X si è avviato a trasformare un rapporto difficile con una persona con cui è in conflitto in un possibile pericoloso giudizio di svalutazione psichiatrica.

Nella cronaca degli ultimi mesi ha fatto molta eco ed è stata molto discussa la vicenda spiacevole di una insegnante di Mirano, nei pressi di Venezia, che è stata internata con la forza col trattamento sanitario obbligatorio in un reparto psichiatrico di «Diagnosi e Cura», perché le idee didattiche e i metodi d’insegnamento del preside della scuola non collimavano con i suoi.

Conviene ora, per non trascurare alcun aspetto della questione, portare avanti insieme alcune riflessioni sul problema del senno (SEN in francese antico vuol dire «intelligenza, ragione» e sembra che derivi nelle sue origini conosciute dalla voce germanica SINNO che vuoi dire «direzione») e sul problema della saggezza.

Io credo, lo dico subito, che molte sono le direzioni e molte di conseguenza le possibili saggezze.

Di recente un fisico sovietico di rilievo internazionale, dopo essere stato due anni a Chernobyl per indagare su incarico del governo di Mosca, tornato indietro, a 51 anni di età, si è ucciso.

Il diritto o non diritto del singolo individuo di togliersi la vita in determinate circostanze è problema filosofico e problema di costume. In generale le organizzazioni autoritarie non sono disposte a tollerare che il singolo disponga di questa libertà.

Nei tempi più recenti hanno suscitato molta perplessità e aperto ampie discussioni iniziative suicide di persone sempre più giovani, fino ad arrivare alla fanciullezza.

Si leggeva sui principali giornali il 22 aprile 1987: «L’appuntamento era per le quattro del pomeriggio, subito dopo la scuola. A quell’ora, cinque bambini tutti di nove anni, alcuni della quarta elementare del terzo distretto di New York, pochi giorni fa, avevano deciso di suicidarsi insieme, tenendosi per mano, e lanciandosi dall’altissimo cavalcavia sulla “Bruckner Express Way” la grande arteria che collega l’isola di Manhattan al Bronx. Sono stati salvati per caso».

Conviene domandarsi perché.

Qualche anno fa Michael Kidron e Ronald Segal hanno avuto l’idea interessante di pubblicare uno spregiudicato “Atlante dei problemi del mondo di oggi”, in inglese The State of the World Atlas, pubblicato in Italia dalla Zanichelli di Bologna in sei edizione successive, di cui l’ultima nel 1987.

In questa opera, gli autori fanno una mappa della vita dei popoli, sempre più serrati tra guerre, repressioni e strutture sociali intolleranti.

«Laddovelearmisianounbuonaffare— scrivonoiduestudiosi—le guerre diventano delle vetrine di macchinari, dei campi di prova per gli affari del giorno. Ogni guerra viene studiata a fondo, non solo per gli insegnamenti tattici e strategici che se ne possono trarre, ma anche per quel che può insegnare sulle dinamiche di mercato. …Un cinico potrebbe arguirne che la guerra sta diventando la rinnovata veste con cui oggi si perseguono gli obbiettivi del commercio».

Per capire correttamente le pretese e gli arbitri delle discipline che, più o meno direttamente, si riferiscono alla psichiatria e alle attività degli psichiatri, bisogna anche tener conto del significato sociale e dei poteri che vengono tradizionalmente attribuiti alla medicina di cui la psichiatria pretende di essere una componente.

Qualche anno fa Peter Noll, un giurista svizzero, ordinario di diritto penale all’università di Zurigo, dopo avere appreso, all’età di cinquantasei anni, di avere un tumore maligno alla vescica, e dopo avere esaminato a suo giudizio i pro e i contro, decideva di rifiutare l’intervento chirurgico, lasciando che il male seguisse il suo corso, fino alla inevitabile conclusione con la morte.

Racconta Peter Noll nel suo libro in forma di diario “Sul morire e la

morte”, pubblicato in Italia da Mondadori nel settembre del 1985, a pagina 8: «Nella vescica è visibile un piccolo tumore dalla superficie ruvida (il che ne indica il carattere maligno), che copre quasi completamente l’uretere ed è responsabile dell’attività più lenta e ridotta del rene sinistro. E assolutamente indispensabile fare analisi più approfondite: prelevare, sotto narcosi, campioni di tessuto per determinare il grado di malignità del tumore, e poi va fatta la tomografia computerizzata. In ogni caso è necessario operare. Vi sono due alternative, una più semplice e una più difficile: se il tumore ha aggredito solo la membrana della vescica, posso farmi asportare una parte della vescica e condurre la mia solita vita con una vescica un po’ più piccola; se invece il tumore è penetrato dentro la parete vescicale, bisogna asportare l’intera vescica. In quel caso mi farebbero uno scarico artificiale che condurrebbe a un sacchetto di plastica esterno, da portare addosso e da vuotare di tanto in tanto. Allora entrambi i reni riprenderebbero a lavorare. Le probabilità di sopravvivenza nel caso di tumore alla vescica sono relativamente buone soprattutto se si combina l’intervento con irradiazioni. Il livello delle probabilità si può determinare solo statisticamente: circa il 503?4. Risposte alle mie domande: i rapporti sessuali non sono più possibili, perché non vi è più erezione; per il resto non vi sono limitazioni essenziali: si può camminare fare sport in discreta misura, persino sciare — i pazienti che sono sopravvissuti ai cinque anni critici si sono tutti abituati alla vita mutilata. Quando dichiaro che a nessuna condizione acconsentirei a una simile operazione, il medico mi dice che prova un grande rispetto per una simile decisione

ma che comunque prima dovrei informarmi a fondo, anche presso altri medici». Qui ora nella decisione e nella vicenda di Peter Noll, che deciderà

fermamente di non accettare l’operazione, intervengono due problemi sociali di carattere fondamentale.

Primo, il paziente, con una sua scelta precisa e determinante, interferisce con il previsto regolare corso della medicina.

Secondo, tanto per i medici che per gli amici e i parenti ci si trova di fronte al caso imbarazzante di una persona che preferisce accettare la morte che non possibili manipolazioni tecniche, che, nel caso migliore, lo lascerebbero minorato.

Non bisogna dimenticare che Noll è una persona socialmente e culturalmente importante, ed essendo inoltre un giurista, non ha avuto eccessive difficoltà a far rispettare i suoi voleri, nonostante le perplessità dei medici e l’ostilità, più o meno esplicita, di alcuni di quelli che lo circondavano.

Racconta infatti ancora nel suo diario, riflettendo sul problema di cui ci stiamo occupando: «Recentemente è nata una nuova associazione, “Exit”, che svolge una opera di informazione molto ragionevole, non da ultimo a favore della libertà di morire. Ma soprattutto si tratta di consentire al singolo individuo di sfuggire agli automatismi della tecnologia medica. Tutto questo è molto bello. Solo, bisognerebbe unirvi l’opera di informazione sul fatto che il morire e la morte ci sono sempre molto vicini, e che bisognerebbe prepararvisi molto presto».

Generalmente nelle storie della medicina, o nelle storie delle malattie attraverso le epoche, si sottolinea, in modo prevalente, l’impegno di alcuni individui o di alcune corporazioni nella ricerca di strumenti sempre più efficaci e sempre più appropriati per lottare contro il dolore e la sofferenza, e per difendere e mantenere le condizioni di equilibrio e di salute degli individui.

Al contrario, tolto che nelle pubblicazioni più recenti, si parla un p0’ meno della medicina e delle istituzioni mediche come mezzi di potere e di controllo sociale.

Quando ero studente del secondo anno di medicina all’Università di Firenze, ebbi un conflitto vivace con il professore titolare della cattedra di «Semeiotica medica» che di fronte a un folto gruppo di studenti e assistenti, di cui io stesso facevo parte, voleva obbligare una giovane donna, ricoverata in corsia, a spogliarsi completamente nuda, per sottomettersi contro la sua volontà alle esigenze della sua lezione.

La tradizione disumana e autoritaria dell’educazione medica di cui facciamo parte, perché ancora attuale nelle università, fornisce una spiegazione logica alla genesi dello psichiatra.

Merita di ricordare di nuovo la lucida affermazione di Bruno Cassinelli,

quando afferma vivacemente, come prima si è detto, che lo psichiatra sta al filosofo come il gendarme sta al giudice.

La pretesa della medicina di preoccuparsi di tutto e di tutti, e di divenire quasi il punto di riferimento universale di ogni conoscenza ha assunto, come sappiamo, aspetti estremi, che possono più di una volta apparire addirittura umoristici.

Cesare Lombroso introduceva le sue lezioni sui problemi della medicina legale con considerazioni sulla immoralità e sulla delinquenza degli animali, spaziando disinvoltamente e senza il minimo dubbio, dagli animali domestici fino alle formiche.

Raccontava così di aver sentito parlare di cavalli disonesti che erano capaci di far finta di zoppicare per sottrarsi al lavoro.

Si riferiva evidentemente a un concetto astratto di natura, conseguenza di alcune concezioni della metafisica positivista, che attribuiva alle leggi naturali i pregiudizi degli uomini.

Scrive Carl Sagan nella sua opera “Il romanzo della scienza. Il cervello di Paul Broca e altre storie” (Edizione italiana Mondadori, 1982) che Broca era un uomo di grande simpatia e intelligenza, ed era brillante come neurologo, come chirurgo, come antropologo, e anche come filantropo, in quanto si interessava intensamente ai problemi delle persone meno abbienti, e alle cure mediche per i poveri. Fu il fondatore della moderna neurochirurgia, scoperse il centro cerebrale dei linguaggio, studiò la mortalità infantile.

Negli ambienti colti del suo tempo era molto considerato e stimato per la sua apertura mentale e per la sua tolleranza.

Eppure pensava che l’uomo fosse più intelligente della donna, e che i bianchi fossero più intelligenti dei negri. Inoltre aveva raccolto, nella collezione dei suoi cervelli in formalina, che ancora oggi si possono vedere al «Musée de l’Homme» di Parigi, i cervelli di alcuni omicidi condannati a morte per tentare di trovare nella loro struttura il difetto rivelatore della natura del delinquente.

Lo studio da parte di Charcot di alcuni fenomeni di insofferenza o di

protesta individuale, che lui stesso genericamente e superficialmente riunito sotto il termine di isterismo — dal greco hysterikos che vuol «proprio dell’utero» — accompagnato da alcune ipotesi da lui discusse o almeno prospettate ai discepoli più fidati, come riferisce Freud, e delle indagini psicologiche della psicoanalisi, avrebbero potuto far pensare a una possibile limitazione delle competenze e dei poteri della medicina, e delle sue discipline complementari.

aveva dire

l’inizio

Tanto più che Freud aveva detto che aveva smesso di fare il medico per cominciare a fare il biografo.

Invece l’atteggiamento moralistico e conservatore dello stesso Freud e della maggioranza dei suoi seguaci fino ai nostri giorni ha esteso il giudizio di sano e non sano in psicologia a tutti gli aspetti possibili dei conflitti dell’individuo con se stesso e con il suo ambiente, mettendo ognuno di noi per ciascuna caratteristica personale nella virtuale condizione di possibile paziente.

Tutto ciò è avvenuto, come scrive anche Russell, con vantaggi notevoli di carattere economico e anche di carattere sociale per le nuove accademie e per le nuove società e corporazioni che si sono costituite, e che si sono aggiunte alla medicina ufficiale come organi di controllo della moralità dei costumi e come garanti capillari e onnipresenti del mantenimento della tradizione.

La preoccupazione di Ivan Illich che la critica al concetto di malattia mentale possa rafforzare gli altri pregiudizi della medicina deve essere considerata con attenzione, anche se non mi sento in grado di condividerla.

C’è da dire intanto che non bisogna parlare impropriamente di genesi politica della malattia mentale, ma piuttosto di genesi politica del pregiudizio degli psichiatri.

Anzi più precisamente di genesi politica della psichiatria.

D’altra parte è bene tenere chiaramente distinto il giudizio moralistico dello psicanalista o dello psichiatra, che definisce una persona nevrotica o psicotica, svalutandone arbitrariamente il pensiero e il significato sociale, da una diagnosi di cirrosi epatica o di tumore cerebrale, che ha fondamenti precisi di carattere strutturale.

L’antipsichiatria di cui parla Ivan Illich nella sua opera “Nemesi medica.

L ‘espropriazione della salute”, a parte la posizione singolare di Thomas S. Szasz, che attraverso tutte le sue opere dagli anni ‘60 fino ai nostri giorni, porta avanti con coerenza e fino in fondo la critica scientifica al concetto di malattia mentale e al carattere pseudo-scientifico della psichiatria, finisce per riproporre la distinzione convenzionale tra pensiero deviante e pensiero corretto.

Dice Ivan Illich nell’opera citata a pagina 181: «Questa posizione antipsichiatrica, che negando il carattere patologico della devianza mentale finisce col legittimare lo status non politico della malattia fisica, è minoritaria in occidente mentre sembra costituire una dottrina quasi ufficiale nella Cina d’oggi, dove la malattia mentale è vista come un problema politico. I devianti psicotici sono infatti affidati a responsabili maoisti. Bermann (“La salute mentale in Cina. Medicina e politica nella rivoluzione cinese.” Einaudi 1972) riferisce che i cinesi sono contrari alla pratica revisionista russa di spoliticizzare la devianza dei nemici di classe chiudendoli in clinica e curandoli come se avessero una malattia infettiva. Secondo loro, è possibile ottenere dei risultati soltanto col metodo opposto: cioè con la rieducazione politica intensiva di coloro che, forse inconsciamente, sono ora nemici di classe. L’autocritica li renderà politicamente attivi e quindi sani».

Quello che noi vogliamo dire è che il problema non consiste nell’essere curati dall’ antipsichiatra invece che dallo psicanalista, e nemmeno quello di essere sottoposti al lavaggio del cervello dal rappresentante del partito invece che essere chiusi in manicomio, ma più propriamente ciò che noi desideriamo è essere rispettati nella nostra identità e integrità di pensiero.

La medicina da parte sua, e in questo Ivan Illich ha perfettamente ragione, cerca di utilizzare il nostro timore di perdere la salute per infiltrarsi in tutte le articolazioni della società in modo capillare, mettendo tutto sotto controllo.

Così — come osserva Norbert Bensaid — è avvenuto sempre di più negli ultimi anni con l’alibi della prevenzione.

«…la nostra libertà è minacciata dal bisogno di sicurezza e la sicurezza, a sua volta, è minacciata dalla preoccupazione ossessiva che se ne ha. La medicina è un esempio particolarmente pregnante di questo pericolo. Per proteggerci, essa sfrutta la nostra paura di morire e così ci fa morire di paura» (Norbert Bensaid, “Le illusioni della medicina”, Marsilio editore, gennaio 1988).

Il proibizionismo dell’eroina e di altre sostanze neurotrope ha fornito, d’altro canto, sia ai medici che agli psichiatri l’occasione opportuna per estendere ancora di più il loro potere, sia col pretesto della prevenzione, che col pretesto della terapia e del mantenimento della sicurezza e della moralità.

Non è inutile notare, almeno di passaggio, che i trafficanti internazionali della mafia, con il commercio delle armi e della droga, sono in molti modi vantaggiosi, sia alla politica di potenza di alcuni governi, che agli interessi vitali delle burocrazie militari e delle burocrazie sanitarie.

Si discuteva già prima, riferendosi allo spirito critico di Jacob Burckhardt, dei pericoli che presentano alla cultura i semplificatori.

Nella storia politica, ed esempio, la scelta predeterminata di alcuni documenti invece di altri, e il tipo di idee e di preferenze dell’autore possono portare, come sappiamo, alle conclusioni più differenti. E le conclusioni magari possono avere lo scopo di giustificare la progressiva eliminazione degli Indios dell’Amazzonia. Oliver Sacks nella prefazione all’opera “L‘uomo che scambiò sua moglie per un cappello” annota che il più delle volte le storie delle persone con problemi neurologici o psicologici sono frammentarie e superficiali per non dire inesistenti.

«…le anamnesi moderne accennano al soggetto con formule sbrigative (“albino femmina trisomico di 21 anni”) che potrebbero riferirsi a un essere umano come a un ratto. Per riportare il soggetto — il soggetto umano che soffre, si avvilisce, lotta — al centro del quadro, dobbiamo approfondire la storia di un caso sino a farne una vera storia, un racconto: solo allora avremo un “chi” oltre a un “che cosa”». Anche Lurija lamenta il carattere sbrigativo delle storie dei pazienti.

Però il problema non è soltanto questo. Il vero guaio sta nel fatto che la storia della persona, ricca o povera

che sia di contenuti raccolti, viene presa in considerazione secondo modelli prestabiliti, e viene interpretata in modo arbitrario.

Così la persona si trova classificata e trattata secondo una logica che non è la sua, che in pratica le viene imposta d’autorità e che essa finisce per subire. ‘Una singola cellula solitaria, un protista, che vive nelle acque del mare, nelle acque dei fiumi, o nelle paludi, ha già una vita di relazione molto varia e complicata.

Ed è già l’effetto di una lunga storia dell’evoluzione.

I neuroni del nostro sistema nervoso centrale sono, come si sa, cellule altamente differenziate e specializzate. Sappiamo in modo definitivo, dopo i famosi studi di W.His, A. Forel e S. Ràmòn y Cajal, che i neuroni sono delle unità strutturali e funzionali indipendenti, in contiguità l’uno con l’altro, ma collegati tra di loro in modo estremamente ricco e complesso.

Scrivono Robert Ornstein e Richard F.Thompson a pagina 72 dell’opera “Il cervello e le sue meraviglie”, da noi già precedentemente citata in questo scritto, che «Il neurone è l’unità funzionale del cervello. Esso riceve informazioni attraverso i dendriti, le elabora nel corpo cellulare e le trasmette ad altri neuroni e ad altre cellule lungo il suo assone. L’assone si suddivide in un certo numero di piccole fibre dotate di vati terminali. Ciascuno di questi forma una connessione funzionale con un’altra cellula, la sinapsi. In realtà nella sinapsi c’è un piccolissimo spazio fra il terminale dell’assone

e il corpo cellulare o il dendrite della cellula su cui tale terminale va a finire. A quanto sappiamo, un neurone comunica con altri neuroni (o con cellule muscolari o ghiandolari) solo attraverso queste minuscole connessioni sinaptiche. La sinapsi è quindi la connessione funzionale che permette a un neurone di comunicare con un altro.

Un dato neurone nel cervello può avere migliaia di connessioni sinaptiche con altri neuroni, e può istituire molte connessioni sinaptiche con molti altri neuroni. Se il cervello umano ha 100.000.000.000 neuroni, ha almeno 100.000.000.000.000 sinapsi. E però degno di nota che il numero di connessioni sinaptiche possibili fra, le cellule nervose in un singolo cervello umano è virtualmente illimitato».

A noi pertanto non pare sorprendente se le esperienze possibili in campo esistenziale, e le scelte in campo pratico, sono anche loro, particolarmente in un cervello strutturalmente intatto, praticamente illimitate, al di là di ogni convenzione o pregiudizio sociale.

La fisiologia delle sinapsi e degli spazi sinaptici è stata studiata particolarmente dal neurologo canadese John C. Eccles, che ha anche riproposto in termini nuovi il dualismo cartesiano tra anima e corpo e il problema del libero arbitrio. Gli spazi tisico-chimici nelle connessioni tra neurone e neurone sono, per così dire, come spazi cosmici attraversati da messaggi e da messaggeri.

Ho citato le posizioni filosofiche di Eccles non per assumere una posizione metafisica invece di un’altra, ma piuttosto per sottolineare la vasta apertura che offre ora il pensiero scientifico, in contrasto col dogmatismo ottocentesco e con quello degli inizi del secolo.

D’altro canto il meccanicismo psicologico e il meccanicismo storico insieme alla predestinazione religiosa e alla teleologia idealistica hanno dato alla conoscenza della nostra specie apporti non molto brillanti, e hanno contribuito non poco alle ideologie intolleranti e autoritarie e ai campi di concentramento del ventesimo secolo.

George L. Mosse nel suo libro “The culture of western Europe”, in italiano “La cultura dell ‘Europa occidentale nell ‘ottocento e nel novecento”, Edizioni Mondadori, novembre 1986, descrive la formazione degli strumenti culturali di difesa della rispettabilità, del perbenismo, e dell’ordine sociale costituito, facendo un discorso preciso anche sullo sviluppo della psichiatria.

Ne risulta pure l’identità di criteri e la convergenza tra il pensiero psichiatrico e il razzismo.

«Di pari passo con la divisione del lavoro e la credenza nella vita di famiglia —scrive George L. Mosse — la società procedette a rafforzare le mura protettive attorno alla rispettabilità allo scopo di difendersi ancora meglio dall’attacco della modernità. Qui è importante notare che nel corso del diciannovesimo secolo nelle città l’influenza del prete o del pastore protestante diminuì, mentre il medico tendeva a prenderne il posto in quanto

custode della moralità. L’ammirazione per i progressi della scienza svolgeva un suo ruolo in questo caso, oltre al desiderio di agire secondo l’informazione più aggiornata. La medicina non si rivelò affatto più obiettiva o scientifica della religione quando si trattava di dare un giudizio morale.

CHI RISPETTAVA LE NORME SOCIALI, IL COSIDDETTO COMPORTAMENTO NORMALE, ERA CONSIDERATO SANO, MENTRE CHIUNQUE TRASGREDIVA QUESTE NORME, O TENTAVA DI SFIDARLE, VENIVA DEFINITO MALATO.

Così la rispettabilità si servì anche del giudizio scientifico per rafforzare la propria causa. Abbiamo già accennato al fatto che nel 1760 il Dottor Tissot considerava la masturbazione e gli eccessi sessuali come la causa di un comportamento anormale che portava al nervosismo e perfino alla morte. Il nervosismo era considerato come l’antitesi della virilità e veniva proiettato sugli esclusi reali o potenziali. Per esempio, nel 1880, Jean Martin Charcot, parlando nel famoso manicomio parigino della Salpetrière, faceva notare che le malattie nervose erano infinitamente più numerose fra gli ebrei che fra gli altri gruppi. In realtà il tipo di «fisionomia mobile» che si diceva caratterizzasse i matti veniva certe volte proiettato anche sugli ebrei. Il comportamento irrequieto di certi emarginati come i malati, contrastava col comportamento tranquillo della virilità. Anche le donne erano spesso considerate soggette all’isteria, tenere creature guidate dalle loro emozioni, che dovevano essere protette dal duro mondo degli uomini.

La medicina giudiziaria diede il suo contributo alla creazione dello stereotipo del diverso, poiché fu costretta a dare una definizione di coloro che possedevano i cosiddetti impulsi sessuali anormali affinché i tribunali potessero applicare le leggi sulla sodomia. Così Johann Ludwig Casper in Germania e Ambroise Tardieu a metà del XIX secolo, descrivevano gli omosessuali come esseri pallidi, dagli occhi arrossati, effeminati e sfiniti. Quanti venivano esclusi dall’ambito della rispettabilità venivano a trovarsi presi in una sorta di circolo vizioso poiché, come dicevano i medici, la masturbazione portava all’omosessualità la quale, a sua volta, portava alla follia e alla morte. Allo stesso modo, si pensava che fra gli ebrei ci fosse un tasso di follia maggiore che negli altri gruppi della popolazione. Quello che è importante dal punto di vista di questo libro è che la diversità era preparata e accompagnata da simili pareri medici sulla salute e malattia, che diedero vita allo stereotipo dell’ebreo e delle cosiddette razze inferiori che prenderemo in esame nel capitolo sul razzismo. Questa diversità era intimamente legata allo sforzo di autoconservazione compiuto da chi credeva di possedere tutti i crismi della rispettabilità, e così tutti quelli che si riteneva minacciassero le norme della società erano considerati ammalati visto che un vizio tira l’altro. Per la tesi che sosteniamo in questo libro, non sono importanti soltanto queste definizioni della diversità, ma anche il genere di conformismo richiesto dalla rispettabilità. Esso forniva lo sfondo che la stragrande maggioranza dei pensatori davano per scontato, anche se qualcuno di loro tentò di ribellarsi contro questi vincoli».

Ora, alle soglie degli anni Novanta, con la trasformazione delle tecnologie e la nuova diversa organizzazione del lavoro, con l’aumento della disoccupazione in tutti i paesi industrializzati e in tutte le fasce d’età, con la migrazione di vaste masse umane da continente a continente, il razzismo e l’odio per le persone differenti si ripropongono con nuove formule e con nuova intensità.

D’altra parte il potere economico e il potere decisionale non erano mai stati così concentrati in poche mani come accade oggi.

I cittadini più consapevoli sentono, come il protagonista dell’opera “Il castello” di Kafka, che le decisioni essenziali vengono prese sulle loro teste.

Contemporaneamente gli psichiatri ripropongono spavaldamente l’utilità delle loro funzioni e dei loro strumenti più efficaci come l’elettroshock e la lobotomia.

E una parte dell’opinione pubblica chiede istituzioni sicure da cui non sia possibile uscire tanto facilmente.

Appare chiaro inoltre che negli ultimi anni si è esteso sempre di più il tentativo di dare di ogni fenomeno spiegazioni di carattere frammentario e soggettivo, invece di cercare spiegazioni reali di natura strutturale.

Così, mentre gli psicanalisti si occupano della fanciullezza difficile delle persone più abbienti e gli psichiatri cercano i difetti biochimici del

cervello delle persone che hanno rinchiuso, altri problemi sembrano esser tenuti in minor conto.

Elie A. Shneour nel suo scritto “The Malnourished Mind”, in italiano “La mente malnutrita” pubblicato nel febbraio 1979 da Bompiani, affronta il problema essenziale del rapporto tra la cattiva nutrizione dei bambini e il loro sviluppo cerebrale.

Scrive Lee Salk, professore di pediatria e psicologia al Collegio di Medicina della Cornell University, nella prefazione al libro di Shneour, che «quest’opera è una presentazione unica di informazioni tratte da un vasto spettro di discipline scientifiche. Nella presentazione del suo punto di vista, il Dottor Shneour attinge coraggiosamente alle fonti più disparate facendosi però guidare sempre da un estremo discernimento. Anche se alcuni lettori potranno trovare delle difficoltà a giustificare i salti che egli fa da una disciplina all’altra, è però innegabile che egli ci costringe a meditare sulle implicazioni a largo raggio del problema della denutrizione sulle potenzialità del comportamento umano. Ritengo che sia necessario far ricorso a un approccio così energico perché troppi di noi trovano difficile, se non impossibile, identificarsi col problema della fame e della denutrizione. In un certo qual modo lo consideriamo un problema che riguarda altra gente, spesso gente con la quale non è desiderabile avere rapporti. E per noi molto più facile preoccuparci di altri problemi medici, come il cancro e le malattie cardiovascolari, poiché si tratta di minacce più concrete per la classe media, più istruita, della nostra cultura».

Fa notare Shneour che il problema della denutrizione dei bambini è una questione di carattere mondiale, e che, secondo le informazioni più accurate, i bambini nel mondo che soffrono gli effetti della denutrizione e dell’inedia sono più di 350 milioni, di cui venti milioni soltanto negli Stati Uniti.

Racconta inoltre che nell’aprile del 1967 i senatori Robert Kennedy di New York e Joseph Clark della Pennsylvania, nel visitare alcune piccole città del delta del Mississippi, rimasero fortemente impressionati dallo spettacolo di fame e di povertà a cui si trovarono di fronte.

Un gruppo di famosi pediatri al seguito dei senatori fece una relazione dettagliata di cui riportiamo la seguente incisiva osservazione: «…non soltanto questi bambini non ricevono cibo dal governo, ma non ricevono neppure alcuna attenzione medica. Sono trascurati e ignorati. Vivono in condizioni così primitive che non riuscivamo a credere di trovarci di fronte a bambini americani del ventesimo secolo…».

Poiché il problema della denutrizione negli Stati Uniti aveva tradizionalmente interessato più che altro la popolazione dei negri del sud, il dibattito sugli effetti di questa condizione sullo sviluppo fisico e intellettuale dei bambini, finì per risvegliare le preoccupazioni degli uomini di cultura di più o meno esplicita tendenza razzista.

Così lo psichiatra inglese Hans J.Eysenck, direttore dell’Istituto di Psichiatria del Maudsley Hospital di Londra, intervenne affermando con argomenti apparentemente sofisticati e derivati dalle misurazioni dell’intelligenza introdotte a suo tempo dalla Scuola della Sorbona, di cui in questo scritto si è più volte parlato, che l’intelligenza è per l’80% ereditaria e per il 20% acquisita, e che i negri hanno con ogni probabilità una intelligenza complessivamente inferiore a quella dei bianchi.

Carl Sagan, parlando della carriera scientifica di Broca, e dei pregiudizi che quest’uomo notevole condivideva con il suo tempo, si domanda quali saranno «le verità» della nostra epoca che un giorno risulteranno bigotterie.

Noi comunque, considerato che il professor Eysenck alla fine del ventesimo secolo sul problema dei negri è ancora della stessa opinione di Paul Broca e degli uomini europei di quel tempo, pensiamo di tenerci con prudenza a rispettosa distanza sia da Eysenck, che da uomini d’intelletto come lui.

C’è da dire che il successo della psicologia, della sociologia e di altre discipline, come la psicanalisi e la psichiatria, che pretendono di presentarsi come conoscenza del genere umano e come guida o almeno come orientamento del comportamento individuale, è legato alla genericità e alla arbitrarietà dei concetti di riferimento, che peraltro non a caso risultano utili quando si lavora per costringere gli altri in proprio potere allo scopo di sottometterli a modelli precostituiti. Chi ha invece un po’ di dimestichezza con la propria vita interiore sa che essa è vasta più del cielo stellato, e che non può essere

rinchiusa in nessuna conchiglia. Solo attraverso la ricchezza della propria interiorità si può arrivare a

intuire, o almeno a intravedere, la vita interiore degli altri. Naturalmente c’è soltanto la possibilità di fare delle ipotesi

provvisorie, lasciando ogni giudizio in sospeso, e solamente le persone interessate possono utilizzare o no le supposizioni proposte, nel caso che le ritengano o non le ritengano corrispondenti alle loro necessità e alle loro scelte.

Invece lo psichiatra fonda la sua attività sulla presunzione di comprendere, giudicare, e dirigere il pensiero degli altri, e anche sulla pretesa irrazionale di prevederne le intenzioni e i comportamenti, assumendosi di conseguenza il compito di tutelare o di garantire la società.

D’altra parte in uno stato di smarrimento del singolo come quello che stiamo attraversando ora, mentre le società umane si trasformano rapidamente senza tener conto dei diritti degli individui, riprendono quota i direttori di coscienza con poteri carismatici.

Così appare ancora attuale il discorso di quasi un secolo fa di Adrien Proust, il padre dello scrittore Marcel, che scriveva nell’opera “L’igiene del nevrastenico”, 1897, che «Il paziente ha bisogno di ritrovare (nel medico) una ragione superiore ed una forte volontà che lo diriga e gli sia solido punto d’appoggio in quella riforma morale che è incapace d’imporsi da solo».

E la stessa etica che in politica costruisce i regimi autoritari e rimette tutto nelle mani dei dittatori.

La diffusione non casuale delle droghe proibite, di cui già si è accennato, ha contribuito e ancora contribuisce a favorire in un gran numero di giovanissimi una serie di sentimenti di impotenza e di fatalità, che poi vengono utilizzati da uomini senza scrupoli per indirizzare una parte delle energie migliori verso la più assoluta sottomissione.

Tanto che verrebbe da ripensare a Oswald Spengler, che nella introduzione a “Il tramonto dell’occidente” (1919-1922) in piena incubazione del fascismo, sentenziava: «D’ora innanzi ognuno sarà tenuto a sapere quel che nel futuro può e quindi deve accadere con l’inevitabilità di un fato, indipendentemente da ideali, speranze e desideri personali. Volendo usare il termine problematico di libertà, dovrà dirsi che non siamo più liberi di realizzare questo o quello, bensì o nulla, oppure quel che è necessario. Sentir ciò come «bene», è proprio ad uno spirito realistico».

Altri però, pur preoccupandosi ugualmente dei gravi problemi della civilizzazione e della vita nelle metropoli moderne e dei rischi che pone la nuova tecnologia al futuro della specie, discutono delle prospettive in modo del tutto differente.

Così, ad esempio, scrive Albert Einstein in “Come io vedo il mondo”: «A mio avviso l’attuale decadenza sociale dipende dal fatto che lo sviluppo dell’economia e della tecnica ha gravemente esacerbato la lotta per l’esistenza e quindi la libera evoluzione degli individui ha subito durissimi colpi.

Ma per soddisfare i bisogni della comunità, il progresso della tecnica esige oggi dagli individui una attività assai minore. La divisione razionale del lavoro diverrà una necessità sempre più imperiosa e porterà alla sicurezza materiale degli uomini. E questa sicurezza unita al tempo e all’energia che resterà disponibile, può essere un elemento favorevole allo sviluppo della personalità».

«Per me — dice ancora Einstein nella stessa opera — l’elemento prezioso nell’ingranaggio dell’umanità non è lo Stato, ma è l’individuo creatore e sensibile».

Negli ultimi dieci anni, dal 13 maggio del 1978 in poi, sembra che tutti i

problemi che dipendono dalla psichiatria, almeno in Italia, siano legati attuazione o meno della legge relativamente nuova n. 180, divenuta parte integrante della riforma sanitaria, che il 23 dicembre 1978 istituisce il cosiddetto Servizio Sanitario Nazionale.

alla

La legge 180 fu elaborata e varata, come è noto, per precedere un referendum popolare, indetto dal Partito Radicale, per il mantenimento o l’abrogazione della vecchia legislazione del 14 febbraio 1904, rimasta intatta nella sostanza per più di mezzo secolo, nonostante alcune modifiche marginali e ritocchi di regolamento.

Si deve osservare che gran parte degli articoli giuridici condividono

largamente con i concetti psichiatrici la possibilità di essere interpretati in un senso o parimenti nel senso contrario ad arbitrio dell’interprete.

È interessante ricordare che Wilhelm Fliess polemizzava con Freud accusandolo di essere un “lettore del pensiero”, vale a dire uno che attribuiva le proprie idee ai pazienti ricavandone deduzioni arbitrarie.

Al di là di tutte le variazioni e di tutti i dettagli e sfumature le leggi psichiatriche in ogni parte del mondo fondano la loro forza e efficacia sulla possibilità di costringere le persone a sottoporsi a trattamenti obbligatori.

Questa possibilità rimane intatta anche nella legge italiana del maggio

1978.

Ho già avuto occasione di scrivere più volte sia per effetto di logica che per effetto di esperienza che la possibilità legale di sequestrare una persona per motivi di pensiero o di comportamento è l’unica radice effettiva del manicomio, con tutte le sue caratteristiche particolari, sia che esso venga chiamato ospedale psichiatrico o centro di diagnosi e cura.

E ovvio che una persona che viene portata in una istituzione contro la sua volontà il più delle volte si ribella e fa resistenza e così viene necessariamente sottoposta a una serie successiva di violenze crescenti fino alla sottomissione o all’annientamento.

Naturalmente negli ultimi anni sono state escogitate forme di intervento differenti, come ad esempio gli psicofarmaci ad effetto prolungato, che rendono superflui i periodi di detenzione lunghi come quelli di una volta.

Così, entro certi limiti, si possono sostituire le istituzioni per lungodegenti con centri di diagnosi e cura quali reparti di breve degenza psichiatrica in ospedale civile senza cambiare sostanzialmente gli effetti e l’efficacia del controllo sociale dei costumi.

Le persone vanno avanti e indietro dai luoghi di ricovero riducendosi in tempi più o meno brevi alla condizione umana di pura passività.

Non dobbiamo dimenticare che stiamo attraversando un periodo di grande trasformazione tecnologica in cui progressivamente i mezzi di repressione più grossolani vengono sostituiti da strumenti più sofisticati.

Già fino dai primi esperimenti gli psicofarmaci furono considerati in modo esplicito come sostanze chimiche capaci di diminuire artificialmente il tono psicologico.

Dalay, che insieme a Deniker introdusse l’uso della cloropromazina, dichiara direttamente che «questi farmaci deprimono essenzialmente il tono, portando ad un rallentamento dell’attività mentale, ad una diminuzione della vivacità, e, talvolta, alla sonnolenza, mentre la corrispondente diminuzione del tono emotivo può portare all’indifferenza affettiva».

Il termine stesso di neurolettici secondo Delay, adoperato per analogia con la dizione «stati psicolettici» usata da Pierre Janet per indicare la diminuzione del tono psicologico, definisce l’uso e il significato di queste sostanze. Delay infatti paragonò l’azione dei neurolettici a quella di una smobilitazione delle difese.

Essendo il 1984 già trascorso viene da pensare, non senza ironia, a una possibilità di sviluppo della cultura nel senso descritto da Winston, appunto in una pagina della famosa opera di Orwell: «Non sapeva ricordarsi ciò che era accaduto, ma sapeva da quel sogno che, in qualche modo, le vite della madre e della sorella erano state sacrificate per la sua. Era uno di quei sogni che, pur continuando ad avere le caratteristiche proprie ai soliti scenari dei sogni, sono una specie di continuazione della propria vita intellettuale, e nei quali si partecipa a fatti e si hanno idee che continuano ad apparire valide e probabili anche dopo che ci si risveglia. L’idea che si presentò improvvisamente a Winston fu che sua madre, quasi trent’anni prima, era morta tragicamente e in preda a sofferenze atroci, e in un modo che non sarebbe stato ora più possibile. La Tragedia, egli sentiva, apparteneva al tempo antico, a un tempo in cui c’erano ancora segretezza, amore, amicizia, e in cui i membri di una famiglia se ne stavano l’uno vicino all’altro senza sentire il bisogno di indagarne la ragione. Il ricordo della madre gli diede una fitta al cuore perché essa era morta amandolo, in un’epoca in cui lui era troppo giovane ed egoista per ricambiarla di quello stesso amore, perché in qualche modo (non ricordava in che modo) si era sacrificata a un’idea di lealtà radicata nell’intimo e inattaccabile. Quelle stesse cose, come si accorgeva, non potevano accadere oggigiorno. Oggi c’era paura, odio, dolore, ma nessuno provava più la

dignità di commuoversi, né la forza di un dolore profondo e complesso. Gli parve di leggere tutto ciò nei grandi occhi di sua madre e di sua sorella che riguardava attraverso 1’acqua verde, a centinaia di leghe di profondità, mentre andavano man mano affondando». Ottenere persone indifese, che si affidano volentieri e senza resistenza alle autorità, è lo scopo principale della cultura che si sta costruendo. Così la legge italiana in materia psichiatrica del 13 maggio 1978 dice nell’articolo 33 intitolato “Norme per gli accertamenti e i trattamenti sanitari volontari e obbligatori”: «Gli accertamenti ed i trattamenti sanitari sono di norma volontari». Però nel caso che la persona non ritenga opportuno di sottomettersi ai trattamenti proposti, la legge permette, come si è detto, l’intervento di forza. Si vale anche a suo vantaggio dell’articolo 32 della Costituzione che afferma che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento se non per disposizione di legge». Ma in questa linea, senza umorismo (è noto che i legislatori raramente ne sono dotati), si trova scritto in un comma successivo che «Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori di cui ai precedenti commi devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato». Viene da pensare ai processi dell’inquisizione in cui il consenso della vittima veniva considerato parte integrante della correttezza e della perfezione del procedimento. Oppure possono venire in mente i processi staliniani di memoria recente. In un comma ancora seguente dello stesso articolo 33 si legge che «Nel caso del trattamento sanitario obbligatorio, l’INFERMO ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno». Il linguaggio usato per indicare le persone è identico a quello della legge precedente. Se la parola malato significa in pratica malmesso, dal punto di vista etimologico MALE HABITUM, vale a dire in cattive condizioni, malato di mente significa, per l’individuo designato, che ha un pensiero sospetto e un comportamento sconveniente, con un cervello presumibilmente difettoso, infermo vuol dire addirittura invalido, cioè incapace di provvedere a se stesso probabilmente in modo definitivo, sicuramente in modo prolungato.

Scrive infatti il “Dizionario italiano ragionato” (Edizioni G. D’Anna, Firenze 1987) alla parola «Infermo» che il significato è «Debole affetto da malattia in genere di lunga durata; anche invalido…e con riferimento a malattie psichiche si dice infermo di mente soprattutto nel linguaggio del diritto».

Manlio Cortellazzo e Paolo Zolli nel “Dizionario etimologico della lingua italiana”(Edizioni Zanichelli Bologna, 1987) scrivono che infermo deriva da voce dotta latina che vuol dire NON(in-) SALDO, FERMO (FIRMUM), quindi «debole, malfermo» in senso fisico e morale.

Dicono anche chi è affetto da infermità, specialmente lunga e permanente.

Noi d’altra parte sappiamo e dobbiamo dire che i giuristi e i loro consulenti non usano le parole a caso e con tali parole esprimono sia la loro cultura che le loro intenzioni.

Che poi le leggi così fatte siano interpretabili in un modo o nel modo contrario dagli Azzeccagarbugli di turno a favore dei più potenti, questo è un fatto complementare, certamente non in contraddizione con quanto abbiamo detto finora.

Premesso il ricovero obbligatorio, che, come si è visto, è il nocciolo della nuova legge, così com’era il nocciolo della vecchia, ci troviamo di nuovo davanti il sindaco come ipotetica garanzia della libertà individuale del cittadino.

Nella vecchia legge il visto del sindaco è citato nell’articolo 37.

Io stesso personalmente ho potuto constatare più volte nel corso del mio lavoro che i sindaci firmano la loro autorizzazione all’internamento autoritario senza alcun controllo preventivo.

D’altro lato, come hanno dichiarato alcuni di loro per giustificarsi, non ritengono di avere alcun criterio sufficiente per esprimere un giudizio differente e contrario a quello dei medici.

Lo stesso disinteresse si manifesta nei giudici tutelari previsti dalla legge, tanto che la persona, paziente per obbligo, si trova del tutto indifesa in balìa dell’arbitrio dei dottori, che decidono in piena autonomia quello che devono fare per sottometterla.

Quel poco che è stato fatto in Italia o in altri paesi contro la cultura della segregazione specialmente negli ultimi vent’anni non è dovuto né a nuove concezioni psichiatriche né a nuovi pasticci giuridici, ma piuttosto a una nuova capacità di conoscenza della psicologia umana, al di là degli schemi sociali e dei pregiudizi di costume.

Pubblicato il: 22 febbraio, 2015
Categoria: Immagini, Libri

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo