L’ELETTROCHOC – di Giorgio Antonucci

Frigidaire,1999



Non è mai stata abbandonata, ma adesso la pratica dell’elettrochoc è di nuovo in voga in cliniche pubbliche e private, in Italia e all’estero, con la benedizione perfino di singolari commissioni governative… Eppure è ben noto che si tratta di una lesione gravissima inferta all’identità di chi la subisce, un orrendo stupro cerebrale…
La redazione





Che ne fa Dio delle
montagne altissime?


Edgard Lee Masters



In nussun periodo è stata abbandonata la pratica dell’elettrochoc, ma ora lo si è tornati a praticare frequentemente in cliniche e in ospedali psichiatrici sia pubblici che privati, in Italia e all’estero. A volte viene applicato addirittura in ambulatorio. Come se non bastasse in Italia si è avuto anche il pronunciamento favorevole della commissione governativa investita dal ministro della sanità, che ha così riproposto una politica di interferenza nelle decisioni professionali e scientifiche che ricorda le usanze dei regimi autoritari di tipo staliniano o di stile fascista.


Eppure a livello di cultura della salute, a mio parere, non si dovrebbe nemmeno essere costretti a discutere se fare o non fare l’elettrochoc.
E’ un problema che non si dovrebbe nemmeno affrontare. Modificare e compromettere la fisiologia del sistema nervoso centrale con un passaggio lesivo e destabilizzante di correnti elettriche nella corteccia cerebrale risulta già intuitivamente una incomprensibile e inaccettabile, paurosissima aggressione. Sono toccati gli equilibri chimici dei neuroni e delle cellule di sostegno e di nutrizione.
Si procura artificialmente una grave crisi del sistema neurologico e di conseguenza dell’intero organismo.
C’è da dire che è una specie di stupro cerebrale.
Una inaccettabile intromissione nelle parti più delicate e preziose del nostro essere più intimo e più personale.
Una scorreria nei fragili tessuti dove nascono i nostri pensieri e dove hanno origine le nostre scelte.
E’ come un fiume che straripa e distrugge piante e animali sulle sue rive indifese.
E’ una artificiale creazione di buchi neri nell’universo del cervello.
Antonin Artaud invidiava Van Gogh, perchè ai suoi tempi non c’era ancora l’elettrochoc a cui Artaud fu, suo malgrado, sottoposto più volte, mentre il suo psichiatra lo criticava per il contenuto delle sue poesie.
Se Proust e Fellini fossero stati trattati dagli psichiatri per le loro fantasie sessuali, non esisterebbero nè “Alla ricerca del tempo perduto” nè “Amarcord“.
Del resto la tecnica dell’elettrochoc deriva dall’uccisione indolore dei maiali dei macelli di Roma arbitrariamente trasferita agli internati in manicomio considerati dei mostri da calmare.
I maiali perdono coscienza per essere uccisi, gli internati per essere sottomessi dopo il risveglio. Ammessa questa violazione, se ne possono accettare moltre altre, come poi regolarmente succedde. Infatti tutti quelli che hanno subito l’elettrochoc lo ricordano con paura e con orrore.
In Francia alcuni specialisti della psichiatria e dei manicomi definivano gli elettrochoc, ripetuti in gran numero, come una calcolata terapia del terrore. Sono ancora usati per ridurre alla sottomissione i nemici politici. Quando poi si sa che l’intervento attacca le facoltà della memoria, che sono la base preziosa dell’intelligenza, si comprende con assoluta chiarezza che l’applicazione degli elettrodi alla testa non è sicuramente un vantaggio per chi la subisce.
Fin dai tempi più antichi, gli uomini di cultura si sono preoccupati di trovare accorgimenti e metodi per rafforzare la memoria.
E’ vero nell’antichità classica, nel medioevo, nel rinascimento e nelle epoche moderne e contemporanee, nella nostra cultura come nelle altre.
Lo scopo è sempre stato rendere il cervello più attivo. E’ una specie di ricerca del mantenimento della giovinezza al di là dei limiti del tempo breve che ci è concesso. Eppure, viviamo in quella cultura scientifica che ha dato il premio Nobel all’inventore della lobotomia che modifica il cervello ancora più profondamente e in modo più definitivo degli elettrochoc, compromettendo la sensibilità, l’intelligenza e i poteri creativi. Attenuando la capacità di ricordare. In quella stessa cultura medica e scientifica che ha inventato la castrazione come intervento terapeutico.
Alle origini della psicoanalisi Breuer e Freud tentavano metodi di ricerca per ritrovare le vecchie memorie nella profondità degli individui, come Jung cercava le memorie collettive dei singoli popoli. L’idea è che i conflitti, le angosce, gli smarrimenti e le paure possono essere affrontate e dominate attraverso la conoscenza e il ritorno dei ricordi e la resurrezione delle memorie. E l’altro concetto di fondo è che ogni sofferenza psicologica riguarda i conflitti tra l’individuo, il tragico dell’esistenza, e il tragico della società. Poichè l’infelicità e la libertà e la creatività, con tutte le loro innumerevoli e imprevedibili variazioni, non sono -come pensano gli psichiatri e gli psicologi positivisti- un difetto organico o biochimico del cervello.
Scrive a proposito Giacomo Leopardi nella sua opera “Zibaldone” che l’uomo è naturalmente, primitivamente ed essenzialmente libero, uguale agli altri, e queste qualità appartengono inseparabilmente all’idea della natura e dell’essenza cositutiva dell’uomo, come degli altri animali. La società è nello stesso modo primitivamente ed essenzialmente dipendente e disuguale; e senza queste qualità la società non è perfetta, anzi non è vera società.
Pertanto l’uomo in società bisogna che necessariamente si spogli e perda delle qualità essenziali, naturali, ingenite, costitutive e inseparabili da se stesso (…) Dunque la società, spogliando l’uomo in fatto di alcune sue qualità naturali ed essenziali, è uno stato che non conviene all’uomo, non corrisponde alla sua natura: quindi essenzialmente e primitivamente imperfetto, ed alieno per conseguenza dalla sua felicità, e contraddittorio nell’ordine delle cose.
Concetti simili vengono sostenuti da Sigmund Freud specialmente nella sua opera “Il disagio della civiltà“, e procede con altro pensiero e altri scopi da quelli di Leopardi.
E’ differente anche il concetto di libertà in Leopardi e in Freud, ma tutti e due vedono la società degli uomini come irrimediabilmente e inevitabilmente nemica della felicità degli individui.
Comunque la psichiatria, che si occupa di modificare sentimenti, pensieri, passioni e comportamenti su richiesta sociale, ha dedotto la sua pretesa scientificità da una cultura che considera arbitrariamente che i costumi e le regole della società siano un riflesso delle leggi di natura.
Così chi, a mutevole giudizio degli specialisti, non risulta sottomesso alle regole, sarebbe un individuo fuori dalla fisiologia della natura, dunque malato di mente, che poi vuol dire difettoso di cervello, o, in termini giuridici, incapace di intendere e di volere.
Hanno fatto l’arbitraria identificazione di cervello fisiologico con utilità sociale nei termini del conformismo. Da cui la giustificazione del ricovero obbligatorio e l’autorizzazione per tutti i trattamenti di prevaricazione violenta della personalità degli individui, praticamente ridotti senza libertà e senza diritti e senza possibile difesa.
Le convenzioni sociali si trasformano in dittatura. Ma dove sono le leggi di natura?  Naturalmente la pretesa di modificare con la forza il pensiero degli altri è matrice paurosa di ogni possibile e immaginabile orrore.
I manicomi e le cliniche psichiatriche, con i loro ormai ben conosciuti caratteri di ferocia, non sono certo un frutto del caso, nè un effetto di trascuratezza, ma piuttosto la logica inevitabile conseguenza di un tipo ben determinato e ben definito di cultura e di filosofia, una forma di polizia sociale “impropria”.
Il massimo di tale pretesa sono i coma insulinici, secondo Sakel, per cui non si troverà umoristico far passare lo stato di coma come una augurabile condizione terapeutica, premessa quieta e gentile di una vita più serena, più produttiva e socialmente più accettabile.

Pubblicato il: 10 luglio, 2008
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo