Ricoveri coatti – LA MORTE DI SCHUMANN – racconto di Giorgio Antonucci

Joan Mirò

Si alzano

veloci

alla luce

del sole

tra fuga

di pianeti.

Si era svegliato con la bocca amara e gli occhi che dolevano. Nell’inquietudine della notte aveva sognato un volo di corvi.

Il pomeriggio la giovane pianista debuttante avrebbe suonato la sua ultima opera, una successione per immagini che gli era costata molto lavoro. Contrariamente alle sue abitudini aveva dovuto rifarla molte volte. Negli ultimi tempi il problema della convergenza delle arti e del possibile valore simbolico della musica lo tormentava e gli rendeva più difficile comporre. La musica come pittura? La musica come poesia? Era stato influenzato dal discorso dell’Opera Totale di Riccardo Wagner in quegli anni così incisivo per la cultura dell’opera e della musica. Molti discutevano della crisi della sinfonia o addirittura della musica pura. Lui stesso da ragazzo era stato incerto tra la vocazione letteraria e quella musicale.

Erano problemi -pensava- che uno come Bach non si era mai posti.

Al concerto erano invitati alcuni suoi colleghi illustri e sarebbero venuti molti amici e ammiratori. C’erano molte aspettative e qualche polemica. Sarebbe arrivato anche il giovane Brahms e forse anche il grande e sontuoso Franz Liszt, insieme a alcuni giovani ammiratori e ammiratrici.

Da diversi mesi i suoi sonni eranno interrotti da suoni stridenti alle orecchie e nella testa, come se accadesse qualche disastro dentro di lui. Anche Beethoven a trent’anni aveva avuto problemi simili. Per un musicista niente poteva essere più pauroso. Spesso i mal di testa lo riducevano all’impotenza. Ogni giorno camminava lungo il Reno seguendo i corsi delle acque, che ci narravano le vicende del tempo: le sorgenti come il grembo caldo della madre, e il mare come la infinita dissoluzione al di là della fine dell’individuo, dopo il breve viaggio della poesia. Anche la luce del cielo nasce nel grembo delle stelle e poi si perde negli spazi -pensava quel giorno durante la camminata.

Guardava le nubi che correvano verso il mare e una migrazione di uccelli che girava sulla città come un vortice. Sognava le ali della luna, come spesso gli era accaduto da bambino.

Aveva avuto un’infanzia sensibilissima, ogni piccolo particolare lo aveva emozionato intensamente. Anche le prime esperienze amorose fin dalle origini avavano lasciato impressioni profonde e avevano aperto spazi immaginari. Ripensava la prima volta che aveva osservato un’andatura femminile. Sentiva molto il distacco tra le passioni e le forme. La sua voglia di costruire e comunicare era fino dai primi tempi lo straripare d’un di fiume d’inverno, ricco di acque torbide e impetuose e pieno di energia selvaggia e insofferente. I suoi genitori lo trovavano un bambino pensieroso. Ma quando lo prendeva la gioia era come un’esplosione di stelle. Si sprofondava nella sensualità come nel sentimento.

Il fatto stesso di veder suonare il piano lo riempiva di rimpianti. Lui aveva cominciato come pianista di talento ma dopo si era rovinato il dito della mano destra per eseguire un particolare esercizio di sua invenzione. Avrebbe potuto essere bravo come Chopin. La sala era piena di gente entusiasta con grandi aspettative per il concerto.

“I canti dell’alba -scriveva all’editore- sono brani che restituiscono l’emozione dell’approssimarsi del giorno; e sono più ancora che iscrizione pittorica espressione intensa di sentimenti”. E aveva annotato nei diari: “A volte vorrei dormire anni e poi svegliarmi di nuovo alla musica”.

Ma l’opera che dovevano suonare quel giorno l’aveva scritta per fuggire al disordine che ogni notte si faceva più terribile con rumore alle orecchie. Gli era costata fatica tremenda.

Quella sera, se il pubblico lo avesse capito, avrebbe realizzato un sogno ambizioso: aspirava da tempo a dare una scrittura musicale espressiva su pianoforte (il suo strumento prediletto) per comunicare la ricerca della pace nell’orrore del vuoto, la definizione della forma ai confini del nulla, il canto generoso dell’alba nei giorni della morte incombente.

Un medico suo vecchio amico e fervido ammiratore dei suoi lavori gli aveva detto che i distrurbi che aveva all’udito gli facevano temere qualche male progressivo e irreversibile al nervo acustico o alla corteccia temporale, come per esempio un difetto di irrorazione sanguigna della pia madre o un tumore delle meningi.

Un breve articolo di giornale riportava che il signor Roberto Schumann dopo un tentativo di suicidio era stato internato in una casa per infermi di mente dove, dopo un breve periodo di tempo, sottoposto a rigoroso isolamento, era morto in solitudine, consumato nel fisico e nel pensiero senza rivedere nemmeno la moglie.

I medici lo avevano rinchiuso a scopo terapeutico.

L’ultima visita l’aveva ricevuta da un giovane musicista suo allievo con cui si era lamentato della sua incomprensibile prigionia.

di Giorgio ANTONUCCI, FRIGIDAIRE, febbraio 1994

 

Vedi anche

S.P.Q.R. Sono “pazzi” questi romantici? Ovviamente no!

 

Pubblicato il: 20 dicembre, 2008
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo