QUANDO L’OSPEDALE E’ A PORTE APERTE- IMOLA

A colloquio con Giorgio Antonucci direttore degli ultimi due reparti psichiatrici rimasti al “Lolli”. Così i pazienti sono diventati “utenti”.


il Resto del Carlino, 26 ottobre 1994

“Il cannibalismo? E’ una variante della specie. Si trova nella storia a livello rituale. Il suicidio? Fa parte della opzione. Per Dante che non mise Catone all’Inferno, bensì alle porte del Purgatorio, era una scelta di dignità. Sarà anche moralmente discutibile, ma non c’entra con la psichiatria”.

Giorgio Antonucci, fiorentino, stretto collaboratore di Franco Basaglia negli ultimi anni della contestazione, sorride soavemente mentre scarica raffiche di affermazioni un attimino sconcertanti. “Non ci sono matti e sani – assicura – sono classificazioni psichiatriche, non scientifiche. Nessuno è più portato all’aggressività di un altro, tutti possiamo uccidere. I miei pazienti, una volta messi fuori, non hanno mai fatto violenze, semmai le hanno subite, come C. O., l’ex-internato che è stato investito da una macchina. Siccome io l’avevo lasciato uscire mi si voleva addossare la responsabilità della sua morte, sostenendo che si trattava di un incapace. Ma C. O. camminava sul ciglio della strada come prescrive il codice, ed io sono stato regolarmente assolto”.

Autore di numerosi libri sul “pregiudizio psichiatrico”, dal 1986 Antonucci dirige gli ultimi due reparti rimasti al Lolli di Imola, dove dicono che viva giorno e notte: la professione intesa come missione. Nel reparto “autogestito”, dove abitano 43 casi “leggeri” troviamo le porte chiuse a chiave, ma le chiavi ce le forniscono gli stessi pazienti, anzi diciamo meglio “utenti”, persone che non vengono dimesse solo perchè non saprebbero dove andare.

“Non ho mai messo dentro nessuno con la forza – si compiace Antonucci -. La legge 180 su questo è ambigua: prescrive anche per il “trattamento sanitario obbligatorio” la ricerca del consenso dell’utente. Ma il trattamento sanitario obbligatorio va comunque abolito. E’ una violenza che, quella sì, può rendere pericoloso il soggetto internato, perchè ha subito un’umiliazione”. “Mi hanno portato qui da altri reparti i casi più gravi, gente che rompeva tutto – sostiene Antonnucci -. Io li tratto in un certo modo e le violenze cessano”.

I critici di Antonucci lo accusano di non fare attività riabilitativa. “Da noi fanno le attività che desiderano loro, senza imposizioni: c’è chi pittura perchè lo ha deciso lui, chi preferisce uscire e andare al bar, chi sceglie di dedicarsi agli animali. Se vogliono possono andare di là, all’Osservanza, a imparare a leggere e scrivere”.

E se poi succedesse come a R. G. che girava con dei milioni presi dalla sua pensione ed è stato derubato? Non era una preda più facile, meno capace di difendersi, di un’altro? “No, è successo anche a lui come poteva succedere a qualunque cittadino – replica Antonucci”.

Alessandra Nucci

Pubblicato il: 12 febbraio, 2009
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo