Giorgio Antonucci: contro l’esclusione psichiatrica, per il diritto di libertà alla persona

Da “31 anni di 180 a Imola”, tesi di laurea di Elena Gentileschi, 2008/2009



3.2 LA MALATTIA MENTALE E IL GIUDIZIO PSICHIATRICO

“Dal punto di vista etimologico, la parola “deviante” deriva dal greco e significa allontanarsi dalla vita o allontanarsi dalla norma…” così scrive il Dr.Antonucci mentre esprime riflessioni sul giudizio psichiatrico da lui inteso come la prima e più diffusa segregazione e continua “…il termine deriva dal latino tardo. Da questo è stato tratto il termine politico deviazionista ma più tradizionalmente per identificare il dissenso dalle norme di pensiero o di costume si usano anche nel linguaggio popolare le parole matto, pazzo, e folle”1.

Secondo la sua esperienza vissuta a contatto con il disagio psichico delle persone all’interno delle strutture manicomiali italiane del Novecento per più di vent’anni, il Dr. Antonucci definisce l’origine delle parole matto e pazzo come incerta “ma questo la rende utile ancora di più nella sua indeterminazione perché così la si può usare liberamente ogni volta che fa comodo. La parola folle la si usa per indicare pensieri e comportamenti e azioni che si allontanano apparentemente o realmente dalle nostre abitudini e dai modi di pensare più usuali”2. Secondo il Dr. Antonucci la tradizione psichiatrica si fonda sul fatto che i termini di giudizio negativo siano legati all’ipotesi che i pensieri e i comportamenti che non ci piacciono siano dipendenti da un difetto della mente3.

“Se provassimo al contrario a considerare opinioni e comportamenti dei singoli individui senza prendere per punto di riferimento quello che pensa o che fa la maggioranza in un determinato momento storico, cominceremmo ad avere uno scambio libero di punti di vista personali e di modi di fare individuali. I problemi dell’intolleranza nascono dal fatto che alla generalità delle opinioni si attribuisce un carattere di norma obbligante per tutti”4.

Per questo motivo il Dr. Antonucci preferisce parlare di generalità  degli atteggiamenti e non di normalità degli stessi: se si toglie alla generalità dei comportamenti, non moralmente comprensibili, il carattere di normalità e di verità, il significato si ribalta considerando deviante ciò che prima è stato considerato normale e viceversa.

“Il determinismo classico, sia quello positivista che hegeliano, hanno allontanato il pensiero della conoscenza del reale e della complessità dell’individuo riducendo le società come caserme e stimolando la cultura dell’imperialismo”5 .

Con queste parole il Dr. Antonucci si riferisce al rischio di una semplificazione della storia sia degli uomini che dei popoli che va in senso contrario alla produzione della creatività riducendo a schemi tipici della psichiatria, della psicologia e della psicanalisi, la ricchezza degli uomini e delle donne.

Secondo il Dr. Antonucci, il potere degli psichiatri negli ultimi anni è  aumentato molto in Italia e anche nel resto dei paesi dove esiste la psichiatria.

“Questo delinea uno scenario nuovo che indica come la psichiatria contemporanea sia diversa da quella classica. La seconda ha elaborato alcuni concetti che si riferiscono a situazioni estreme intendendo con questo le antiche categorie che formano la struttura della psichiatria (schizofrenia, isterismo o paranoia). Queste categorie riguardavano situazioni nelle quali il rapporto tra individuo e società era particolarmente difficile. Attualmente invece la psichiatria estende le sue categorie a situazioni di vita molto diverse tra loro e questo è sottolineato dall’aumento delle malattie psichiatriche inserite nel D.S.M. IV”6.

Il Dr. Antonucci definisce la malattia come un fatto biologico oggettivo che mette a rischio il benessere e la vita della persona, c’è e si può constatare ma il fatto di dire per esempio che l’omosessualità, inserita fino a pochi anni fa nei disturbi del comportamento, è una malattia è un’affermazione moralistica che non ha nessun significato.

“Comunque il problema più grande non è capire se la malattia mentale è di origine organica o se è di origine psicologica, ma è il fatto che non sono ritenuti fisiologici soltanto quei pensieri e quei comportamenti che sono approvati e ritenuti ragionevoli o razionali dal moralismo di moda. Il problema non è il manicomio in sé perché è solo la conseguenza di una cultura del pregiudizio ovvero il pregiudizio psichiatrico.

Una studiosa al manicomio di Roma scrisse un libro dicendo che la maggior parte degli uomini venivano internati per problemi di lavoro e la maggior parte delle donne per problemi sessuali. E’ vero perché l’uomo viene attaccato quando non rende più sul lavoro in generale, naturalmente l’uomo che non ha potere e la donna viene attaccata per motivi di moralismo sessuali”7.

Secondo la sua esperienza diretta, l’emergenza improvvisa di una diversità espressa in modi drammatici non è veramente improvvisa e drammatica. Con questo il Dr. Antonucci evidenzia come la diversità si ponga violentemente all’attenzione solo quando tentativi meno drammatici e violenti siano disattesi.

“Serve il dialogo con le persone, c’è bisogno di ascoltare quegli uomini e quelle donne che improvvisamente tentano comportamenti estremi e in questi casi il dialogo psichiatrico disorienta. E’ indispensabile discutere con le persone delle loro problematicità in termini reali. Nulla di ciò che afferma la psichiatria ha un valore psicologico, se per psicologia s’intende la conoscenza delle persone”8.

Il Dr. Antonucci è convinto che la psicanalisi sia nata con buoni propositi grazie al lavoro di Freud che all’inizio si propone di capire come una persona possa essere più o meno felice, come possa vivere la sua vita e fare le cose che desidera. “All’inizio la psichiatria aveva lo scopo di aiutare le persone a realizzare i loro obiettivi trovando nuovi equilibri. Ma la psichiatria non riguarda solo gli individui ritenuti strani bensì tutte le persone. Ognuno può essere giudicato strano o non logico quando ha comportamenti che non si conformano alla morale vigente, il comportamento non logico diventa per la psichiatria patologia e malattia che non ha nessun fondamento clinico perché nel corpo della persona e nel suo cervello non c’è nulla che riconduca ad una malattia”9.

Dal punto di vista del Dr. Giorgio Antonucci la follia non esiste come condizione etichettabile con diagnosi, trattabile con massicce dosi di farmaci o psicoterapie (nonostante l’esistenza del disagio e della sofferenza umana) piuttosto la follia è l’ondata biologistica e tecnicistica che, con farmaci e psicoterapie sempre più sofisticate, pretende di dare risposte definitive. Il compito del terapeuta è quello di stare accanto alle persone e trovare con esse strade percorribili per aiutarle a stare meglio.

“Io non ho mai chiesto alle persone di raccontarmi la loro storia, sarebbe già  un’appropriarsi di un’altra persona. Se volessi raccontare i fatti miei a qualcuno lo deciderei io e va benissimo, se lei volesse raccontare i suoi pensieri non ci sarebbe niente di male ma il fatto che si vada dallo psicanalista il quale deve spulciare tutta la storia è un’intromissione illecita. Io non ho bisogno di fare la storia della persona, lo psicologo fa la storia della persona per capire come mai la pensa in quel modo. A me non interessa che una persona la pensi in un modo invece che in un altro. Se una persona ha una sofferenza e ne vuole parlare per capire qualcosa in più lo può fare con me come con qualcun altro.

Non è il criterio della psicanalisi che si deve impadronire della psicologia, è ancora un criterio autoritario che non serve a niente. Noi abbiamo una storia certo, esistono degli atti della nostra vita, però ogni momento della nostra vita lo ricordiamo diversamente. Se io ripenso a quello che mi è accaduto quando ero ragazzo nel momento in cui sono soddisfatto della mia vita certe cose le vedo in un modo, se è un momento in cui sono preda dell’angoscia le vedo in un altro modo. Si cambia sempre il passato con il pensiero perché non esiste un passato oggettivo. Qui Freud sbaglia, non c’è un passato ma ci sono mille passati quanti se ne raccontano. Siamo fatti così. Anche per noi stessi il passato cambia continuamente a seconda delle prospettive che cambiano. Per cui la psicanalisi ha un modo di concepire meccanico, un esempio è ‹il trauma infantile›. Certo se ho un’esperienza traumatica me la ricorderò, però questa stessa esperienza cambia a seconda dei momenti, poi il passato cambia a seconda del futuro o meglio cambia a seconda di come io vedo il mio futuro.

Insomma il pensiero è sempre in movimento. Il passato incide non come incide in modo meccanico il trauma infantile e come se fosse una macchina in cui si è rotto un puntello. Influisce più  che incidere nel senso che io continuo a rivivere le esperienze del passato in tanti modi invece che in un modo solo, così si arricchisce sempre. Il rapporto con il passato non è meccanico ma molteplice.

Forse Proust o Pirandello danno più  l’idea di come è il passato rispetto a Freud nel senso che le cose cambiano sempre a seconda di come si vedono”10.

4.1 IL MANICOMIO OSSERVANZA

L’esperienza del Dr. Antonucci a Imola inizia all’istituto psichiatrico chiamato Osservanza nell’agosto del 1973.

Reduce di esperienze a Cividale del Friuli e Castelvetrano, comincia la sua attività nel reparto 14 definito delle “agitate schizofreniche pericolose irrecuperabili” per poi prendere successivamente l’incarico anche in altri due reparti: il 10, donne e il 17, uomini.

L’idea di iniziare dal reparto più difficile è proprio dello stesso Dr.Antonucci convinto di trarre maggior beneficio dai reparti con problematiche più evidenti: liberare le donne del reparto 14, legate al muro e ai letti da più di 20 anni, diventa per lui la sfida principale.

Così  il Dr. Antonucci descrive il suo primo impatto entrato all’Osservanza: “nel reparto 14 c’erano 44 donne divise tra quelle che erano in cella, legate al letto con la porta chiusa; una in particolare legata al letto con il torace, con le gambe, con le braccia, la porta chiusa e sorvegliata da un’infermiera. Altre persone erano in camerate tutte legate al letto, alcune legate agli alberi nel cortile, le urla da tutte le parti. Per entrare all’Osservanza bisognava bussare ad una porta di ferro, si suonava e arrivava la caporeparto con le chiavi alla vita e con il camice bianco. Si entrava in questo corridoio dove a destra c’erano le celle chiuse con la porta di legno e lo spioncino, sulla sinistra le finestre che davano sul cortile con le inferiate. Guardando sul cortile si vedevano le persone legate agli alberi.

Poi si faceva il corridoio e per passare dal corridoio alla sala c’erano due porte chiuse. Ai muri c’erano dei bottoncini rossi che le infermiere usavano per suonare in caso di pericolo. Una di queste donne non solo era legata ma era sorvegliata da un’infermiera, senza una logica perché una persona chiusa dentro e in più legata a braccia, gambe e torace con un’infermiera a sorvegliarla era troppo!

Comunque dentro era l’inferno nel senso letterario della parola non come metafora, penso che un girone dantesco non abbia nulla di più”

Nel reparto 14 il Dr. Giorgio Antonucci inizia a lavorare come medico di reparto dichiarando: “di fronte avevo una situazione di persone non solo prigioniere e fisicamente provate da efficaci trattamenti di demolizione ma, quello che era più difficile, ero davanti a singoli individui classificati da anni come esseri biologicamente inferiori che dovevano essere messi in condizione di riacquistare la loro parità con gli altri”11.

Le donne del reparto 14 vivono nell’abbandono e nella sporcizia, i muri delle celle e dei corridoi sono di colore bianco ingiallito ed è tutto disadorno. I gabinetti sono delle buche per terra e le porte avevano lo spioncino. Le donne sono tutte vestite uguali con camici lunghi che richiamano i colori dell’edificio.

Non ci sono spazi né oggetti per uso personale ed individuale12.

Così  il Dr. Antonucci parla della sua difficoltà nell’apportare modifiche: “il mio progetto per superare questo stato di cose incontrava l’indifferenza di tutti, a cominciare dal Dr. Edelweiss Cotti che mi aveva chiamato a Imola per lavorare assieme a lui con lo scopo preciso di migliorare la situazione.

L’amministrazione dell’Ospedale non capiva il problema e gli altri medici dicevano che le persone del manicomio non erano capaci di portare i vestiti. Io pensai di chiedere aiuto ai miei amici e alle mie conoscenze, specie a Firenze.

Invitai lo scenografo Luca Bramanti e altri artisti che venivano spesso a Imola da Firenze, da Bologna e altre città, per dare forma e colore all’ambiente e cercai dappertutto abiti per vestire le persone come vestiamo noi”13.

Il Dr. Antonucci toglie gli spioncini alle porte, mette i coltelli e le forchette a tavola. Si adopera per dotare le stanze di armadi e di comodini per uso personale e sollecita le donne perché scelgano da sole i vestiti da indossare.

Appena arrivato si rifiuta di tenere le chiavi dei reparti che sono in dotazione a tutto il personale sia medico che infermieristico. Le porte dei reparti da lui diretti dovevano stare aperte e alle altre porte suona il campanello.

“Devo iniziare a comunicare con ogni singola persona in un ambiente dove questo non è mai accaduto. La diagnosi psichiatrica rompe ogni rapporto con le persone che vi sono sottoposte, creando una disparità che isola più dei muri dell’istituto”14.

Dopo poco il suo arrivo, il Dr. Antonucci ha già demolito alcune mura e tutte le inferiate del reparto 14, le donne si muovono liberamente nel parco, inizialmente accompagnate perché in difficoltà  a fare qualsiasi movimento dopo tanti anni di internamento.

“Giorno dopo giorno cercavamo di costruire un ambiente diverso favorevole all’occhio e gradevole allo spirito e abitabile nel senso più alto della parola”15.

Da subito toglie tutte le camicie di forza che trova nei suoi reparti, dagli armadi e da tutti i ripostigli “perché non ci sia possibilità di ripensarci. Il più difficile è farle sparire dalla memoria del personale”16.

Lungo la sua esperienza, il Dr. Antonucci deve imbattersi in spinose situazioni sia dentro al manicomio che fuori. Al principio l’ostilità e la diffidenza dei cittadini imolesi è tale per cui nascono delle situazioni imbarazzanti e difficili con le persone che dal manicomio escono per andare in città. “Nello stesso tempo organizzavo spettacoli nei reparti e invitavo i cittadini a venire, a essere presenti e a partecipare per costruire opportunità di incontro e occasioni di esperienze vissute insieme, dimenticando le antiche prevenzioni e gli antichi pregiudizi. Al reparto 10 fu organizzata anche una mostra di pittori e di scultori fiorentini, grazie a inviti distribuiti con successo in tutti gli ambienti della città e dei dintorni. Il nostro scopo era corrodere e demolire la solida barriera dei pregiudizi, compito che appariva molto difficile ma che doveva essere affrontato con decisione”17.

Metodi e trattamenti sanitari obbligatori al manicomio Osservanza dopo la L.180/1978

“Dall’approvazione della Legge del 1978, a Imola non è vero che non ricoveravano più, era solo cambiato il luogo del ricovero.

Poco dopo il mio arrivo nel 1973, all’Osservanza, per intervento del Dr.Edelweiss Cotti, sono stati eliminati i reparti di osservazione e spostati a Villa dei Fiori, edificio strutturato come un manicomio: ospitava i reparti osservazione uomini e donne e altri reparti. In cima, verso il cancello, era ubicato il reparto osservazione, dal quale solo poche persone venivano rimandate a casa mentre le altre passavano nel secondo reparto, e se erano particolarmente difficili nel terzo, come nei gironi dell’inferno, sempre verso il fondo. A Villa dei Fiori esisteva già una casa di cura per malattie nervose e mentali con possibilità di ricovero e proprio lì misero i reparti di osservazione.

Quindi le persone, prese con la forza e portate in ambulanza, non arrivavano più nei primi due reparti del manicomio Osservanza ma venivano accompagnate a Villa dei Fiori. Questa struttura è rimasta così attraverso gli anni. Questa riorganizzazione era stata voluta dal Dr. Cotti che sperava di non far avvicinare più le persone al manicomio poiché, era convinto, che da Villa dei Fiori le persone poi tornassero a casa.

Nel 1978 viene approvata la nuova Legge che dichiara la cessazione dei ricoveri in manicomio; nello stesso periodo, a Villa dei Fiori, nasce il centro di Diagnosi e Cura con reparti psichiatrici destinati al ricovero delle persone.

Credo che si sia raggiunto il colmo negli ultimi anni del mio lavoro.

Se da Villa dei Fiori portavano delle persone nei miei reparti all’Osservanza questo andava bene perchè io le accettavo e cercavo di dimetterle. Il paradosso è stato un altro: hanno imposto dei trattamenti sanitari obbligatori da Villa dei Fiori al manicomio Osservanza. Il manicomio doveva essere demolito e Villa dei Fiori doveva servire al territorio trattenendo le persone il meno possibile invece si riproponeva l’antica tradizione di internare la persona. Se la persona non rispettava alcune norme comportamentali, subiva addirittura un trattamento sanitario obbligatorio con la disposizione di entrare in manicomio. Questo è stato il massimo del tradimento della nuova Legge ma anche del tradimento di tutto.

Questo succedeva anche quando venne il Dr. Ernesto Venturini che nel 1987 divenne il nuovo Direttore. Da una parte voleva superare il manicomio seguendo l’insegnamento di Franco Basaglia però usava i mezzi meno appropriati e meno corretti perché svuotava i reparti prendendo le persone e mandandole in un altro luogo. Spostare in altro luogo le persone, per esempio nelle Comunità fuori Imola, voleva dire operare soltanto un trasferimento fisico, il che non solo non cambiava nulla ma sotto certi aspetti peggiorava la situazione perché le persone ricoverate a Villa dei Fiori, all’Osservanza o al Luigi Lolli erano libere di uscire e muoversi per la città, in quanto queste strutture erano ubicate molto vicine al centro. Le persone invece venivano trasferite e ricoverate in Comunità lontane da Imola ritrovandosi così più isolate di quanto non fossero già prima.

Del pensiero di Franco Basaglia, a mio avviso per la maggior parte criticabile, si possono sottolineare comunque due punti importanti: uno è che si aprivano le porte, si toglievano le inferiate e i camici di forza, e questo andava bene. L’altro aspetto era avviare il processo di  superamento del manicomio che comportava un cambiamento di cultura e un cambiamento sostanziale nelle pratiche terapiche, comportava non internare più le persone. Invece a Gorizia e a Trieste, i medici del gruppo di lavoro di Franco Basaglia, volevano dimostrare che fisicamente svuotavano il manicomio e a Imola, con il Dr. Venturini, non si faceva altro che dei trasferimenti”18.

L’esperienza e il lavoro del Dr. Giorgio Antonucci nel manicomio Luigi Lolli

“I reparti di cui mi occupavo al Luigi Lolli erano due ma ero già medico in tre reparti all’Osservanza. Nei primi anni ’80 il Dr. Edelweiss Cotti non era più Direttore del manicomio e, al suo posto, venne nominato Direttore momentaneo il Dr. Cicognani, medico tradizionalista ma persona molto scrupolosa e attenta. A differenza degli altri medici, che stavano nei reparti cinque minuti, davano gli ordini e se ne andavano, il Dr. Cicognani stava ore intere, cosa che facevo anch’io e per questo motivo che costruì con lui un buon rapporto. Fu proprio lui che mi chiese di diventare Direttore del reparto Autogestito.

Dopo il Dr. Cicognani, il Direttore del manicomio fu il Dr. Ernesto Venturini.

Dal 1980 ero medico di cinque reparti con un numero totale di 250 persone circa. Al Luigi Lolli avevo la direzione di due reparti molto diversi: il reparto 9 che era di persone molto anziane e rovinate dai lunghi anni di manicomio per cui alcuni di loro erano ridotti male fisicamente. Alcuni anziani passavano tutta la loro giornata a letto perché incapaci ormai di muoversi o perché era, per gli operatori, il modo migliore per gestirli. Io da subito cercai di lavorare con loro per riattivarli e riavviarli ad una vita migliore.

L’altro reparto nel quale lavoravo si chiamava Autogestito. Il nome dl’aveva deciso il medico che mi aveva preceduto, il Dr. Giorgio Ferri, il quale aveva istituito una modalità assembleare con gli infermieri per discutere le iniziative all’interno della struttura. C’erano anche alcuni pazienti alle assemblee ma non contavano niente, non avevano peso decisionale. Scelsero il nome Autogestito per sottolineare la maggior importanza e responsabilità data agli infermieri. Era un reparto già relativamente aperto anche se molto controllato, erano stati scelti i ricoverati che dessero più affidamento, persone più autonome e meno impacciate dell’istituto.

Io mi occupavo molto di instaurare un dialogo continuo con i degenti, con gli infermieri per stabilire le priorità  di ogni singola persona cercando di realizzarle. Mi occupavo molto anche di stabilire i rapporti con l’esterno. I ricoverati iniziarono a uscire di loro iniziativa. Il massimo che potevano fare è chiedere loro dove andassero e l’orario di rientro solo per evitare allarmismi. A volte ovviamente non me lo dicevano.

Il mio obiettivo era quello di concedere maggiori libertà  alle persone ricoverate, partecipare alla loro vita in modo che si impostassero le attività in rapporto a quello che pensava e voleva la persona stessa.

In questo modo il reparto Autogestito cambiò  significato. Tutte le persone ricoverate avevano le chiavi della propria stanza, le chiavi del portone di accesso per uscire ed entrare dal manicomio.

Al manicomio Osservanza tutti i miei reparti avevano le porte aperte ma non c’erano stanze singole, purtroppo. Nonostante che io avessi cambiato gli ambienti, fatto delle pitture nei muri, rifatto i soffitti e altre cose, la gestione del manicomio era rimasta tradizionale.

Stabilì  che le persone spendessero i loro soldi depositati in banca.

Cercai di stabilire la massima autonomia possibile attivando un procedimento regolare perché non volevo cadere in equivoci.

Al Luigi Lolli ho fatto più che altro il geriatra lavorando nel reparto 9. Mi sono occupato dei problemi fisici di persone anziane, oltre che occuparmi che fossero il più  libere possibile.

‹Reparto aperto› non vuole dire niente, è una cosa passiva, per renderlo credibile bisogna favorire l’autonomia delle persone al suo interno. Io questo l’ho fatto, quand’è stato possibile, in un reparto di persone anziane e molto malate. Mi occupavo moltissimo di chiamare gli specialisti dall’Ospedale Civile per curarli. Al Luigi Lolli potevo disporre dei medici di base. Nel reparto 9 mi occupavo, più che altro, di assistenza. Tra l’altro come medico ho cercato di aggiornarmi il più possibile sulle malattie degli anziani”.

Perché  l’esperienza non è continuata

“Io non sono d’accordo quando i medici parlano di mancati fondi, io dico invece che l’esperienza degli anni ‘70, ‘80 e ‘90 non ha funzionato perché non è nata un’altra cultura. Per attuare il lavoro che diceva Basaglia, cioè costruire rapporti sociali diversi, non c’è bisogno di tanti fondi ma c’è bisogno di una testa diversa. La difficoltà in psichiatria è proprio la costruzione del rapporto con le persone che non è  un problema medico, né di utilizzo di apparecchiature chirurgiche, né di altri strumenti. Non c’è bisogno di disporre di tanti soldi, tolti quelli che servono per pagare il personale. Quindi il discorso del ‹non siamo andati avanti perché non c’è stato abbastanza appoggio economico› è un discorso falso. Il problema vero è che non c’è un’altra cultura indispensabile per portare avanti il discorso di Basaglia che intendeva la ‹malattia mentale› come l’espressione di alterati rapporti sociali e non come un problema di ordine medico. Del resto Franco Basaglia quando apre le porte e fa le assemblee pensa, come me, che siano i rapporti sociali il nocciolo del problema. Se si continua ad insegnare la psichiatria coma si insegnava prima delle teorie di Franco Basaglia si torna indietro.

Noi abbiamo detto sempre che la sofferenza, il conflitto, il disagio e l’essere contro gli altri e insieme agli altri è un problema di rapporti sociali e non è un problema clinico. Se si dice invece che la malattia mentale non esiste sembra che noi siamo dei visionari a rovescio. Il mio lavoro di liberazione delle persone ricoverate nei manicomi l’ho fatto senza soldi, anzi ce ne ho anche rimessi perchè quando invitavo il pittore a pitturare i muri dividevamo le spese dei colori. Non ho mai ricevuto nulla dall’amministrazione convinta che qualsiasi iniziativa di rinnovamento non avesse portato a nulla per quelle persone, convinti che fossero destinate a rimanere com’erano per sempre.

Franco Basaglia ha sempre sostenuto che la malattia mentale derivasse da errati e complicati rapporti sociali instaurati con l’ambiente circostante e i rapporti sociali non sono un problema clinico.

Come è successo con Basaglia la storia della psichiatria entra in crisi se quelli che sono dentro la fanno entrare in crisi. Non può  entrare in crisi solo perché  esistono intellettuali o associazioni caritatevoli che non credono nella psichiatria. La psichiatria è entrata in crisi perché Basaglia era Direttore del manicomio, con me è entrata in crisi perché a Imola ero dentro al manicomio.

C’è stata una rivoluzione culturale accanto a tante altre ma mentre le altre hanno avuto seguito perché non hanno ‹cozzato› con i pregiudizi sociali, questa invece è stata completamente affogata. Più si danno soldi a questi individui che li richiedono e più prescrivono medicine”.

Bilancio del Dr. Giorgio Antonucci sulla sua esperienza di lavoro

“Per quanto riguarda la mia esperienza, a parte le difficoltà, penso di non aver buttato via la mia vita, ho fatto delle cose che non potevo non fare. Sono soddisfatto. Per quanto riguarda il seguito penso che non ci sia rimasto nulla.

C’è da sperare soltanto che vedendo queste esperienze si ricominci.

Ecco le due cose che sono contento di aver fatto: a Reggio Emilia c’è stato un movimento di base veramente collegato anche con le autorità come Sindaci e Deputati, era un movimento di critica radicale alle istituzioni. A Imola c’è stata davvero la liberazione di persone, alcune le vedo ancora oggi nei loro luoghi di vita quotidiana19.

Mi ricorderò sempre le persone che urlavano in camicia di forza e poi successivamente le stesse persone che facevano le spese nei negozi eleganti di Vienna. Sono convinto di aver fatto una cosa utile. Io spero soltanto che non vada perduto nè il mio discorso nè quello di Franco Basaglia. Peggio che andare perduto è quando viene falsificato.

Quando si parla di Basaglia devo sempre precisare che pochi sanno chi era davvero, forse nessuno. È stata una persona catapultata in un mondo dove il manicomio era il luogo dei mostri rinchiusi e lui li ha liberati.

I punti su cui si è battuto Basaglia sono stati due: il punto teorico per il quale la malattia mentale era considerata un problema di rapporti sociali, non un problema medico; dal punto di vista pratico invece le persone rinchiuse e disprezzate erano persone che uscivano libere e che andavano alle assemblee, discutevano, diventavano protagonisti politici. Il resto sono tutte cose aggiunte.

Purtroppo Basaglia non dice molto sugli psicofarmaci, la chimica non è più manicomio ma per me è la stessa cosa.

Il trattamento sanitario obbligatorio è il manicomio, il ricovero coatto è il manicomio cioè il manicomio non è un edificio è un criterio. Fin tanto che lo Stato fa delle Leggi in violazione della Costituzione e sequestra delle persone che non hanno fatto niente ma solo per il loro pensiero c’è il manicomio. Se non si ammette che gli psichiatri sono funzionari del potere costituito per controllare le persone a seconda di come il potere desidera, non si può andare avanti. Io non solo sostengo queste cose ma le ho fatte perché ho sempre sostenuto che il trattamento sanitario obbligatorio andasse abolito e per tutti gli anni che ho lavorato se ero fuori dal manicomio evitavo gli internamenti, se ero dentro li bloccavo. Per questo la mia teoria e la mia pratica non si conciliano con l’esigenza dello Stato di controllare il pensiero delle persone.

Probabilmente le cose ritorneranno come prima però  nessuno ci può togliere quello che abbiamo fatto. Ecco io rivendico questo: ho dimostrato almeno una volta che si può  fare diversamente e anche se ora si continua a rinchiudere le persone, a non farle uscire, a prenderle con la forza e portarle in clinica, abbiamo dimostrato almeno una volta che tutto questo è sbagliato. Basta una volta anche perché prima si diceva che non si poteva fare altrimenti.

Io e Basaglia e pochi altri abbiamo lavorato in mezzo alle contraddizioni, ci abbiamo messo le mani. Io ho lavorato ventitre anni in manicomio per cui ventitre anni non sono sei mesi.

Per anni si è sostenuto che delle persone classificate schizofreniche, e ritenute perciò pericolose, fossero incapaci di vivere nella società. Io con il mio lavoro ho dimostrato il contrario anche a livello scientifico.

Mi sembra che come esperimento sia abbastanza sostanzioso”.

Pubblicato il: 18 settembre, 2009
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo