La battaglia di Basaglia non è finita- Giorgio Antonucci

SabatoSeraOnLine

Bene le fiction, ma la realtà è diversa.



Piero Colacicchi


Premetto che non intendo giudicare il lato artistico della fiction “C’era una volta la città dei matti” trasmessa nei giorni scorsi da Rai1. Sul resto credo che alcuni aspetti del film possano essere utili. Per esempio, penso che aiuti a guardare al problema del disagio psichico senza pregiudizi. Viene mostrato come Basaglia si rapportava con gli ospiti dei manicomi, come le considerasse persone a tutti gli effetti, non esseri incapaci di intendere e di volere come facevano molti psichiatri. Questo mi sembra un buon servizio reso agli spettatori.
Basaglia diceva spesso che la malattia mentale andava messa tra parentesi e questo sposta il punto d’attenzione. Perchè un oncologo non direbbe mai una frase del genere, ma nei manicomi ha, e aveva, senso. Perchè il problema non è la salute mentale ma come quelle persone siano state emarginate e rinchiuse in manicomio. Da quella condizione andavano innanzitutto liberate.
Altre cose, invece, mi sono piaciute meno.

Innanzitutto il titolo, “C’era una volta la città dei matti”, rende l’idea che il problema non esista più e che grazie a Basaglia non ci siano più manicomi. Mentre i manicomi sono sopravvissuti sotto altra forma, in alcuni casi nemmeno tanto diversa dall’originale. Basaglia sapeva che il suo lavoro non era concluso, ma sosteneva che era stato fondamentale dimostrare che si poteva fare diversamente.
Inoltre, Basaglia non avrebbe potuto ottenere quei risultati se fosse stato solo contro tutti come ha mostrato il film. Non era così, Basaglia, per fortuna, è stato aiutato sul piano politico e soprattutto sul piano lavorativo. Molti medici hanno collaborato con lui e lavorato alla chiusura dei manicomi.
Per esempio, non lontano da Gorizia a Cividale del Friuli, il professor Edelweiss Cotti di Bologna, allontanato dalla sua città per aver compiuto un lavoro simile a quello di Basaglia, dirigeva il primo reparto di ospedale civile alternativo ai manicomi. Lo aveva chiamato “centro di relazioni umane” e venne poi chiuso dalla polizia.
Basaglia quindi, era la punta, il centro, di un vasto movimento che ha portato ai risultati mostrati nel film.
Infine, se è concessa una critica particolare a chi, come me, l’ha conosciuto personalmente, Basaglia non era certo sereno e tranquillo come è stato interpretato da Gifuni. Era una persona vivace ma inquieta, si rendeva perfettamente conto della complessità e delle difficoltà del suo lavoro. Ed era abile soprattutto nel coinvolgere gli altri. Il regista ha semplificato troppo la personalità di Basaglia, attorno a lui non c’era il vuoto. Tutt’altro.
In conclusione, il lato positivo della fiction rischia di essere offuscato dall’idea che trasmette a partire dal titolo. Ovvero che i manicomi, l’elettroshock o i mezzi di contenzione non esistano più. Purtroppo non è così. L’elettroshock è ancora praticato, ancora meno di un anno fa un professore di scuola, Francesco Mastrogiovanni, è morto in camicia di forza.
Facendo passare l’idea che i manicomi non esistano, invece, si rischia di ricordare Basaglia nel modo peggiore. Perchè molto resta da fare. I manicomi sono figli di una mentalità, quella psichiatrica e del fatto che la nostra società ha bisogno di questa emarginazione. I manicomi sono creati dalla psichiatria che a sua volta è la risposta alla richiesta della società che tende a voler emarginare i più deboli tra i diversi. Non dobbiamo dimenticarlo.

Giorgio Antonucci

Pubblicato il: 11 febbraio, 2010
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo