Libertà vo’ cercando. Quando si dice no – Giuseppe Gozzini


(01 aprile 2007)



Non me ne vorrà Gherardo Colombo se, per riflettere sul suo articolo, comincio dalla parabola evangelica del giovane ricco. Un tale si avvicina a Gesù, gli si inginocchia davanti e gli chiede: “Che cosa devo fare per avere la vita eterna”. Gli risponde Gesù: “Osserva i comandamenti”. “Ma questo lo faccio fin dalla giovinezza!”. Allora Gesù gli dice: “Ti manca una cosa sola: vendi tutto quello che hai, dallo ai poveri e vieni e seguimi”. Ma il giovane se ne andò contristato perché aveva molti beni.
Siamo di fronte a un bravo giovane, contento di fare il proprio dovere, a posto con la sua coscienza. Si aspettava una benedizione di incoraggiamento – “continua così che vai bene” – e invece quello che gli propone Gesù è un capovolgimento di vita, a cominciare delle ricchezze da dare ai poveri. In sostanza gli dice: “Sei cresciuto nell’osservanza dei comandamenti, ma sei prigioniero delle tue sicurezze, non ti manca nulla salvo una cosa: la libertà. E allora pianta lì tutto e vieni e seguimi”.
Non ho trovato niente che meglio esprima il confine fra le antinomie volere e dovere, libertà e obbligo, scelta e obbedienza. Ciò che più interessa a Colombo è riflettere sulla percezione soggettiva di tale confine. In altre parole: due persone hanno lo stesso comportamento, ma l’una per dovere, l’ altra perché lo ha scelto; l’una per obbedire, l’altra perché ne è profondamente convinta. Il confine fra i due modi di dire “sì” è sottile ma tutt’altro che irrilevante.

Che succede invece quando uno dice “no”, cioè disobbedisce, non fa il proprio dovere? E’ il caso dell’obiezione di coscienza all’obbligo di leva, che il codice militare di pace assimila alla disobbedienza grave. In questo caso non c’è dubbio che il volere prevale sul dovere, che si tratta insomma di una libera scelta, più o meno validamente motivata. Ne parlo essendo stato nel 1962 (avevo già 26 anni) il primo obiettore di coscienza cattolico in Italia (un marchio che mi è rimasto per tutta la vita).
A monte di questa mia scelta c’era un cammino di formazione nel quale confluivano le motivazioni più diverse: il pericolo dell’olocausto atomico (soprattutto dopo la crisi dei missili di Cuba) percepito (non solo da me e stranamente allora più di oggi!) come un incubo; la lettura di Gunther Anders; la vicinanza a gruppi pacifisti laici o religiosi (allora molto piccoli); le frequentazioni antimilitariste anarchiche; i campi di lavoro con il Servizio civile internazionale; l’aiuto a nascondere i disertori francesi dalla guerra d’Algeria; la conoscenza di Jean van Lierde, un obiettore di coscienza cattolico che andai apposta a trovare a Bruxelles; il film Tu non uccidere di Autant-Lara… e potrei continuare.
Tutto questo si innestava nell’inquietudine di un giovane di provincia, di famiglia proletaria, “dissidente” nelle file dell’Azione cattolica, che alla Corsia dei Servi di Milano aveva la fortuna di abbeverarsi alle fonti del cattolicesimo più avanzato che preannunciava il Concilio: le letture fatte e le persone incontrate allora mi hanno segnato per sempre. E spero di essere riuscito a sdebitarmi (almeno un po’) scrivendo la biografia di uno che c’era (e c’è ancora!), padre Camillo De Piaz, pubblicata l’anno scorso (Sulla frontiera, Libri Scheiwiller).
Allora solo un paio di teologi francesi e qualche maestro di fede – come don Primo Mazzolari – sostenevano l’obiezione di coscienza sia pure come un volere (cioè una “vocazione”) non certo un dovere di tutti i cattolici. A me bastava e trovavo più di una conferma nei padri della chiesa precostantiniana. Sentite, ad esempio, che cosa scrive San Cipriano (III sec.): «Il mondo gronda di sangue fraterno. L’omicidio è considerato delitto se commesso da singoli ma, se organizzato e attuato collettivamente, lo chiamano valore» (Epistola a Donato, 6).
Mi sentivo insomma chiamato a una libera scelta di testimonianza che diventava per me un dovere (percorrendo così – ma in senso inverso – la strada proposta da Colombo, cioè assumere il dovere come libera scelta). Era una decisione controcorrente, la mia, esposta al pubblico dileggio (non si scherzava con “Dio-Patria-Famiglia”!) e mi consolava l’affermazione di Gandhi: «nelle questioni di coscienza, la maggioranza non conta”.
Certo in quei primi anni ‘60 era così inaudito, inconcepibile che un cattolico, proprio in nome della “nonviolenza evangelica”, rifiutasse di fare il militare che fino all’ultimo non ci hanno creduto nemmeno i miei più cari amici: “sarai mica matto?”.
Tralascio i particolari della vicenda. Dico solo che il processo davanti alla Corte marziale (gennaio 1963), che i più avveduti delle alte sfere politico-militari avrebbero voluto evitare, è stato come un piccolo fiammifero che incendia una grande prateria. L’obiezione di coscienza in Italia non è stata più la stessa grazie non tanto al mio fiammiferino ma agli interventi autorevoli di padre Ernesto Balducci e di don Lorenzo Milani, che hanno prolungato la risonanza del “caso Gozzini” fino al 1966 pagando di persona molto più di me per la loro coraggiosa e autorevole solidarietà (denunce e ostracismi, processi e condanne).

Era già vera allora l’affermazione (forse di Chomsky) che «o ci sarà un mondo senza guerre o non ci sarà più un mondo». Tuttavia il mio era (ed è) un pacifismo non dogmatico, aperto nel senso che fa i conti con la politica di cui ho un grande rispetto. Non ero così sprovveduto, ad esempio, da non accorgermi che, in quel periodo di grandi guerre di liberazione, chi aveva imbracciato un fucile stava sotto le bombe non sapeva che farsene della mia “coscienza”. I “dannati della terra” (Frantz Fanon) non hanno bisogno di “anime belle”.
Il valore profetico della nonviolenza evangelica, nel quale ancora mi riconosco, nasce da una fede che fa i conti con la storia e non mi esonera dal scegliere da che parte stare da cristiano (non in quanto cristiano), quindi come uomo tra gli uomini, in piena libertà e autonomia. Questo, fra l’altro, è il significato vero della laicità che è tutto da imparare (e da praticare).
Dire “no” alla chiamata alle armi è stata per me (e lo sarebbe anche oggi) una “vocazione” particolare e parziale, insostituibile e necessaria fin che si vuole, ma non universale. Mi spiego meglio: una parte dell’arcipelago pacifista identifica il male con la guerra, approdando così a un pacifismo assoluto che oscura (o trascura), ad esempio, le cause della guerra – lo sfruttamento economico e l’oppressione politica, la fame e la disoccupazione – che sono altrettanti mali contro cui lottare.
E si discostano in questo perfino dal pacifismo radicale di Gandhi che è stato non solo il più grande profeta “moderno” della nonviolenza ma anche un grande politico. E’ molto istruttivo, ad esempio, leggere le argomentazioni che l’hanno spinto ad appoggiare attivamente la guerra in ben quattro occasioni: nella guerra contro i boeri del 1899, nella rivolta degli zulù del 1906, nella prima guerra mondiale, in due momenti diversi, cioè nel 1914, mentre si trovava in Inghilterra, e nel 1918, in India. In tutte e quattro le occasioni né Gandhi né gli indiani erano soggetti agli obblighi di leva e quindi si arruolarono volontariamente.
Per restare in tema di disobbedienza al servizio militare, dopo il 1962 ci furono in Italia molti altri casi di obiettori, cattolici e no, e negli Stati Uniti, mentre imperversava la guerra del Vietnam, Martin Luther King invitava i giovani alla renitenza alla leva. Folgorante è la motivazione dell’obiettore di coscienza Cassius Clay, campione del mondo dei pesi massimi: «Nessun vietnamita mi ha mai chiamato “sporco negro”».

A partire dal 1972, con l’introduzione del servizio civile alternativo a quello militare, l’obiezione di coscienza si istituzionalizza, passa dall’illegalità alla legalità. Prima un obiettore cattolico era un eretico per la Chiesa, un delinquente per lo Stato, un vile per i militari, un rompiscatole per i politici. Dopo il 1972 che cosa diventa?
Io penso – anche se questo mi ha tirato addosso molte critiche! – che il rifiuto del servizio militare, è un NO; il servizio civile è un SI’. L’obiettore disobbedisce violando una legge; chi fa il servizio civile obbedisce rispettando una legge. E sono decine di migliaia i giovani che, nel corso di una trentina d’ anni, hanno accettato di fare il loro dovere in un altro modo, non indossando la divisa militare ma “servendo” in associazioni private o in enti pubblici.
Ma è proprio vero che si limitano a fare il proprio dovere? Qui entra in gioco (proprio a gamba tesa, direi) Gherardo Colombo: qual è infatti il confine fra obbedienza e libertà nei giovani che fanno il servizio civile? In altre parole questi giovani sono solo dei pubblici impiegati o testimoni di un’ alternativa nonviolenta? sono imboscati o profeti? Domande, tutt’altro che oziose o marginali, dal momento che riguardano il variegato mondo del volontariato giovanile: un fenomeno, direi, epocale nella sua ricchezza di contenuti e rilevanza educativa. E destinato a un’ulteriore espansione dopo l’ abolizione della chiamata obbligatoria alle armi nel 2000 (se non erro) e l’istituzione di un servizio civile volontario, parallelo a quello militare, ambedue accessibili anche alle donne.
Dopo questi cambiamenti ha senso parlare ancora di obiettori di coscienza, una specie ormai estinta? Io penso di sì perché l’obiezione di coscienza non è solo quella al servizio militare: ogni volta che un uomo rifiuta di diventare complice di una situazione ingiusta, di eseguire comandi o compiere azioni contrarie ai suoi principi, si ha obiezione di coscienza. In questo senso obiettori lo si è nella vita, nella scuola, sul lavoro, in famiglia, nei rapporti sociali, nell’attività politica.
Ho conosciuto obiettori alla produzione di armi (l’operaio Maurizio Saggioro); al Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) dei cosiddetti “malati di mente” (il dottor Giorgio Antonucci di Firenze); all’uso di sostanze cancerogene in fabbrica (l’operaio di Mestre Gabriele Bortolozzo). Io, ad esempio, sono un obiettore di coscienza alla TV nel senso che dalla prima guerra del Golfo (1991), cioè da 16 anni, non possiedo il televisore. Per una questione di igiene mentale ma soprattutto perché la televisione, parafrasando una frase famosa di von Clausevitz, è “il proseguimento della guerra con altri mezzi”. Cioè: se possono bombardare in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq è perché qui contemporaneamente bombardano le coscienze. Con le omissioni e le menzogne, autentiche armi di distruzione di massa. Il “no” dell’obiezione di coscienza e il “sì” del volontariato segnano il confine fra ribellione e obbedienza, profezia e storia in un modo nuovo rispetto alla mia generazione. I confini, soprattutto quelli dentro di noi, esistono per essere attraversati e superati. Ma – ed è questa, mi pare, la lezione di Gherardo Colombo – bisogna saperli riconoscere perchè aprano la strada verso una possibile libertà.


Giuseppe Gozzini


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Pubblicato il: 17 maggio, 2010
Categoria: Presentazione, Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo