Uguaglianza e libertà – Giorgio Antonucci

Per la rivista “Senza Confine” – Firenze 14 ottobre 1992

 


 

 

 

 

 

Senza uscire dalla porta
si può sapere il mondo

Lao Tsù

Vasari racconta che Donatello nella bottega dei suoi artigiani lasciava i soldi in una cesta al centro della stanza perchè ognuno dei lavoranti prendesse a suo giudizio secondo i bisogni.
Nella ricchezza di idee del Rinascimento era o poteva essere l’alba di un mondo differente, più consono all’intelligenza della specie. Ecco cosa voleva dire in concreto “umanesimo” per il prodigioso autore del “San Giorgio” e della “Maddalena”, pari in arte ai più abili artefici di ogni tempo, prima, e dopo di lui.
Significava guardare con rispetto reale all’uomo come natura creativa nella piena consapevolezza del vero rapporto del singolo con la società civile e con il possibile sviluppo.
Anche Bach considerava il lavoro paziente come la base solida e quieta delle opere ben costruite.


Di Mozart, che forse era morto precocemente, come sostengono alcuni, perchè “Le nozze di Figaro”, “Il Don Giovanni” e “Il flauto magico” non erano opere gradite al potere costituito, fu scritto dopo la morte che “aveva potuto godere dello sguardo lieto dei suoi fratelli poveri, e non si era dimenticato mai di essere uomo”.
Beethoven, orgoglioso della sua sobrietà e attento ai diritti dell’uguaglianza, nel rispondere a un amico che gli aveva esibito i suoi titoli di ricchezza, si qualificava con ironia come proprietario di cervello.
Il giovane Wagner, che poi è rimasto giovane soltanto nella bellezza della sua musica, nel 1848 era sulle piazze con gli anarchici.
E la vita singolare di Van Gogh tra i minatori si potrebbe anche commentare con la bella dichiarazione di Solone in una lettera a Creso dove dice che a lui è più dolce la vita dove siano riconosciuti a tutti uguali diritti.
Leone Tolstoj, maestro di Gandhi, affermava che il vero volto dello Stato lo si conosce nelle galere e nei campi di deportazione.
Goethe scriveva (Massime e riflessioni – 952- Bur 1992): “La società, della quale io entro a far parte, deve dunque dirmi: -Tu devi essere uguale a tutti noialtri. Ma può solo aggiungere: -Ci auguriamo che tu possa anche essere libero. Cioè: -Ci auguriamo che tu rinunci con convinzione, per libera e ragionevole volontà, ai tuoi privilegi”.
Ora forse tutti questi pensieri non sono che pregiudizi mentre è più credibile la concezione attualmente di moda che lo sfruttamento degli umani meno fortunati o meno abili è un male necessario allo sviluppo della cultura e al proseguimento della civiltà come sostengono nei loro brillanti editoriali di successo diversi giornalisti di grido.
Ora che la nomenclatura sovietica ha cambiato etichetta allineandosi in modo esplicito con i concetti guida delle altre potenze del mondo (come il Giappone, gli Stati Uniti, la Germania), sembra che ogni concezione dell’uomo aperta alla trasformazione e non conformista sia una specie di sogno da esaltati e che il genere umano non abbia altro futuro che la ferocia e l’oppressione, quasi una condanna esistenziale, dimostrata inevitabile dalle vicende del passato.
Molte epoche sono state violente, ma nessuna mi pare, è più conformista della nostra, e nessuna più attrezzata per soffocare il dissenso e distruggere l’individuo.

Giorgio Antonucci

Pubblicato il: 26 luglio, 2010
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo