“La Nave del Paradiso” di Giorgio Antonucci, Milano, Spirali/Vel, 1990 – Recensione – Eugen Galasso

Giorgio Antonucci, medico, psicoanalista, antipsichiatria, poeta, Fiorentino, dove la sottolineatura è necessaria, anche perché è Fiorentino mite ma combattivo (nessuna contradictio in adjecto, nessun ossimoro, in realtà, anzi, far valere i diritti è ben altro rispetto a quieta acquiescenza al mondo, che non è, per fortuna mai stata nelle corde del Nostro), last but no least, dove almeno una volta tanto un dicho, un’espressione popolare ha un significato importante, non solo rapsodicamente accessorio… Poesie di rabbia, poesia d’amore (per Noris, sua compagna e moglie da tanti anni), poesie sul “sense of life” (indipendentemente dal fatto che esso ci sia o meno…, ovviamente….).  Poesie, più semplicemente, dove il poeta (ché è poeta vero) che nascono da una necessità e per necessità, come del resto rileva l’autore(1)(1) cfr.l’affermazione relativa dell’autore, in “Riflessioni sulle poesie”, in op.cit., p.15.

Nello stesso testo l’autore spiega la genesi delle poesie, meglio di alcune poesie, come anche il pre-testo di altre, dove, per es., è il “Libro di Giobbe” (sempre mal compreso in specie dai cattolici, per cui è sintomatico che lo riscopra un laico-agnostico come Antonucci) a “funzionare”. Contrariamente a quanto afferma R.Curcio nella sua invero un po’rutilante “Presentazione”, non è sempre vero (anche qui non lo è, almeno in absoluto, come non lo è in Ungaretti, per limitarci a un esempio italiano e relativamente recente) che “Dopo tutto, la poesia può fare benissimo a meno dei poeti”(2)(2) R.Curcio, “Presentazione”, in op.cit., p.12, affermazione discutibile e decisamente opinabile quanto invece è vero che “la poesia di Antonucci non si accomoda nel letto di Procuste di un genere letterario” (R.Curcio, cit., . ibidem). Ecco allora come anche “La delicata luce dell’alba. Immagini sulla fine di un popolo”, le “prose” introduttive, comunque collocate ad inizio della raccolta, che quasi sensatamente potremmo definire “prose poetiche”, pur se vale comunque quanto detto sopra, ci rimandano a quello che è un tema clou-un Leitmotiv che percorre l’opera, ossia la sineddoche per cui la sofferenza del “malato mentale” in manicomio richiama quella umana in generale, al di là della sua condizione specifica, ma anche quella per cui, reciprocamente, la sofferenza umana, diversa nelle sue articolazioni specifiche, richiama però la sofferenza di chi, nolens (sempre nolens, in realtà, pur se non abbia subito direttamente un Trattamento Sanitario Obbligatorio, si sia quindi in qualche modo prestato al ricovero), per cui abbiamo una situazione concava-convessa in cui la condizione umana è ancora una volta messa in scacco della violenza dei poteri, che la poesia può descrivere ed enucleare meglio di mille trattati, di corpose analisi che magari si fermano “prima di”, ossia che, senza volerlo, anestetizzano il dolore. La condizione indeterminata, poi, del popolo in questione, rimanda al “mistero” di una condizione umana, quella del “Pastore errante” leopardiano, del “Mensch” goethiano, dell’Ebreo errante (al di là delle sue ascendenze e delle sue radici, ovviamente!), della condizione di déplacement che è della condizione dell’esistere dopo l’esistenzialismo, sartriano in particolare, ma in realtà già da prima (in una relativamente recente, assolutamente attendibile rivista monografica dedicata a Sartre il grande filosofo richiama il rapporto strettissimo tra esistenzialismo e gnosi, per es.: “Si je pouvais tout recommencer, c’est dans ça que je me plongerais; la philosophie des religions”! Le troublait, me dit-il, la proximité qu’il découvrait entre la gnose et l’existentialisme” (Se potessi ricominciare tutto da capo, sarebbe in quell’ambito che mi getterei: la filosofia delle religioni. Lo scuoteva , m’aveva detto, la prossimità che riscontrava tra gnosi ed esistenzialismo”- in Michel Le Bris, “Mai ’68: La Liberté retrouvé”, in Les Collections du magazine littéraire, Mars 2005-Mai 2005, Hors Série, n.7, pp.45-47). Una dimensione che “trouble” anche Antonucci e chi scrive, nelle reciproche differenze (agnostico Giorgio, gnostico dichiarato chi scrive), per la percezione di quanto avviene, forse in particolare in questa svolta del tardo Novecento e del post-2000… Due esempi di poesia, in Antonucci: quella epica, corale, in cui prevale la narrazione come anche l’anafora, come anche l’iterazione “Se esco da questo squallore/da questo squallore senza nome// siamo giovani vecchi bambini//tutti senza futuro/tutti ammassati/tutti isolati//tutti senza futuro/tutti senza tempo//tutti senza futuro/ tutti senza tempo/tutti vuoti/tutti vuoti”(4)(4) G.Antonucci, op.cit., p.87.     Chiari riferimenti. qui come altrove, alla reclusione, alla condizione di oppressione, che pervade tutta la produzione, appunto, epica, di Antonucci, che si tratti di Auschwitz e/o del manicomio (cfr.quanto detto sopra, ovviamente), dove il referente è sia reale sia metaforico o meglio i piani si sovrappongono continuamente, come in un asse non più cartesiano, ma pienamente post-einsteiniano.    Poi quella lirica, quasi un “intermezzo”, nell’accezione puramente musicale del termine: “A Noris:      Quando dormi/ascolto il tuo respiro/prezioso/e penso:  “Le grandi acque non possono spegnere l’amore/né i fiumi travolgerlo”. (5) (5)op.cit., p. 278.  Semplicità, densità del verso, dove la scansione, contro ogni tentazione prosastica, è talmente precisa per cui persino un singolo lemma, quale “prezioso” (dantescamente con la dieresi? Diremmo proprio di sì) forma un verso, ossia l’atomo che diviene molecola…   Tematiche che tornano in “Diario dal Manicomio” (6)(6)Milano, Spirali, 2005, opera nella quale, accanto alla riflessione, alla testimonianza del recluso in manicomio, alle parti “diaristiche”, la poesia torna sempre, quale dimensione a sé stante e come chiave di volta onnipervadente. Ad ulteriore dimostrazione del fatto che lo studioso, il saggista, l’operatore sul campo (quale Antonucci è stato ed è sempre, più che mai) sa essere “naturaliter” poeta, senza alcuno stacco e senza soluzione di continuità.       Eugen Galasso

Pubblicato il: 10 agosto, 2010
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo