“L’Arne du Droit” – Liora Israel. Recensione di Eugen Galasso

“Liora Israel”,  “L’Arne du Droit”, les Presses de Sciences Po(litiques), Coll. “Contester”, Paris, 2009.

L’autrice, che appunto è giovane ricercatrice,  specialista di sociologia del diritto a “Sciences po”(litiques, notoriamente), si chiede se il diritto, generalmente ritenuto strumento-principe del potere costituito, possa invece servire anche a contestarlo, quindi ad essere -come da titolo- un’arma a doppio taglio. La Israel risponde di sì.

In un’opera breve e “agile” (sono 140 pagine, ma comprensive di tutto, compreso indice, bibliografia etc.), l’autrice fa riferimento soprattutto ai movimenti di contestazione (meglio esprimersi al plurale, perché erano diversi e non univoci) che lottavano all’interno delle istituzioni, definite “totali” come giustizia, psichiatria(sic!), carcere, strutture per la regolamentazione dell’immigrazione e soprattutto degli immigrati, facendo uso dello strumento giuridico, appunto. Ecco, allora, che il diritto, se usato “autrement” (diversamente) diventa una risorsa: “La lotta per il diritto è dunque, ampiamente, una lotta sulla legittimità del potere e sulle fonti del suo riconoscimento”. Proteiforme, spesso spada, spesso scudo, il diritto, dunque, può essere sia sistema regolatore di norme sia anche arma sociale e politica. Arma a doppio taglio, certo, perché può essere sempre reclamato e avocato per difendere sempre e comunque i poteri (personalmente, con Foucault, preferisco parlare di “poteri” al plurale, rispetto all’omologazione al singolare, di un Potere-Moloch, che sarebbe astratto e indefinito). Il compito, quindi, è soprattutto dell’avvocato, per rendere il diritto uno strumento “antipotere”, dove naturalmente rimangono tutti gli interrogativi del caso: come, quando, con quali strumenti operativi? Sicuramente, per fare l’esempio della lotta contro la psichiatria, basterà dire, per riferirsi alla situazione italiana (in Francia le regole sono diverse, pur se invero non precisamente totalmente diverse) che il TSO è, anzi meglio sarebbe,  qualcosa di sempre revocabile, in quanto sappiamo che spesso la “follia”, il “comportamento asociale” sono scudi malamente imbastiti da famiglie che vorrebbero liberarsi di loro familiari “scomodi”, “scoccianti”, o invece, per es. , considerati “ricchi” e “spennabili”. Ma la situazione può essere anche ben diversa: sarà la ragazza o la donna “scomoda” (su questo punto Giorgio Antonucci insiste sempre, a ragione: la donna finisce sempre per essere più penalizzata, rispetto all’uomo) per i maschietti, che magari devono alienare a suo favore una quota-parte di eredità (esempi, famosi e meno, in questo campo si sprecano, per dirla tutta), chi non rientra nelle regole (l’artista o “artistoide”, come si dice con gergo tipicamente fascista, il disadattato-”ribelle”), a finire nel tritacarne psichiatrico, che, docile ancella di altri poteri quanto potere a sé (lo è ormai da secoli, dalla Salp^etrière in poi, almeno, il grande manicomio parigino) è notoriamente pronto ad ogni bieca manovra, a ogni “compromesso”, anche il più abietto. In una situazione di sostanziale “amorfismo” politico e sociale, dove sembra che la capacità di reagire sia ormai un qualcosa di remoto o di confinato solo in lande molto lontane, libri come questo fanno ritrovare non solo e neppure unicamente la voglia di approfondire tematiche precise, ma di inverarle, per farne uso.


Eugen Galasso

Pubblicato il: 31 agosto, 2010
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo