Antipsychiatrie-Lehmann- Recensione- Eugen Galasso


Che problema recensire un libro! Chi scrive lo sa per esperienza. In particolare, se si tratta di libri collettivi (collettanei), c’è sempre qualche autore (autrice) che si sente escluso(a), magari perché gli si è dedicata una riga in meno.  Nel caso in questione, invece, grazie al cielo, essendo il libro assolutamente “mirato” a un fine, cioè dimostrare che si può, anzi si deve, “Psychopharmaka absetzen” (lasciar da parte gli psicofarmaci, è il titolo del libro, Berlin, Lehmann Verlag, 2009-dove Lehmann è il curatore del volume stesso nonché autore di un contributo),   magari non rinunciandovi ex abrupto, cioè a dire di punto in bianco, ma – molto meglio, in realtà – gradualmente. Se l’appendice del volume ci dà una descrizione-classificazione degli psicofarmaci, con inclusi i nomi commerciali dei “medicinali”: neurolettici (quasi tutti sono in questa categoria), ” profilattico-riabiltativi”, antidepressivi, tranquilizer, stimolatori psichici, antiparkinson, dove complessivamente potremmo dire: “se li conosci, li eviti”. Ma sono le testimonianze personali, cioè a dire di persone passate per il dramma della “malattia psichica” (meglio diremmo: di quelle condizioni “critiche” che vengono diagnosticate come tali), corredate da peraltro da saggi di studiosi (segnalo quelli più teorici di Klaus John e di Bob Johnson, ma anche il saggio-testimonianza di Pino Pini, antipsichiatra toscano, che segnala come un comune toscano abbia obbligato una persona con “lieve handicap intellettivo” ad assumere psicofarmaci “per curarsi” onde poter essere reintegrato in un posto di lavoro cui comunque aveva diritto. Una testimonianza, quindi, che si unisce alle altre, dove pazienti (la donna, come ci ripete più volte Giorgio Antonucci, viene sempre più penalizzata rispetto all’uomo, mentre non penalizzata risulta la psichiatria). Dalle testimonianze, come anche dalla citate riflessioni teoriche, possiamo ricavare lo schema seguente di una storia della psichiatria:

A)Prima c’era la lobotomia (chiamata, in una prima fase, leucotomia);  B)Segue la terapia elettroconvulsiva (nessuno degli ex-”pazienti”ci parla di lobotomia, se non per memoria storica, mentre alcuni/alcune-questione d’anagrafe-hanno subito l’elettroshock); oggi purtroppo nuovamente in auge anche in Italia, in forma larvata oppure anche esplicita;  C)Poi, da fine anni Sessanta in poi, esplode la “moda” degli psicofarmaci, cui peraltro è dedicata la gran parte di questo volume, che già nel titolo emblematizza tale problematica. Perché gli psicofarmaci? Perché ci sono mega-interessi di case farmaceutiche (su ciò poco, in realtà, questa volta, in questo volume in lingua tedesca, che però raccoglie contributi d’ogni tipo, americani, inglesi, neozelandesi, slavi (chi scrive sarebbe anche tentato di dire jugoslavi, ma non si può più…, italiani, scandinavi etc., insiste meno, ma il business è sempre fortissimo, con tanto di colossali facilitazioni e prebende ai medici psichiatrici che li prescrivono…), ma anche perché la società dominante non ammette “stravaganze” e “stravaganti”, chi “non si adatta a portar le catene” di un neo-liberismo sfrenato che oggi, in Sergio Marchionne, dirigente FIAT e corifeo della “deregulation” selvaggia (nessuna regolamentazione del mercato del lavoro, libertà di licenziare, nessuna tutela sindacale, insomma “Bentornata Maggie Thatcher!”) sembra celebrare i fasti di un produttivismo che uccide (“Lavora, consuma, crepa” non è solo uno slogan, descrive le condizioni socio-culturali in cui si vorrebbe che vivessimo). Se si può affermare che la purtroppo parziale rinuncia (ma vedi sopra) all’elettroshock è qualcosa di decisamente positivo, che si tratta di una conquista civile, come del resto per l’abolizione del “manicomio” vecchio stile, non è però pensabile che l’imposizione dello psicofarmaco, con conseguente ricatto morale del medico-psichiatra (“Se non lo prende, vedrà gli effetti…”) e talora delle famiglie, nonché della società “lavorista” sia qualcosa di compatibile con il progresso civile ed etico di una società e di una cultura in cui comunque viviamo. Pena la punizione, tramite abbandono socio-economico, penalizzazione e additamento da parte dei “buoni”, che si ritagliano sempre uno spazio, tra chiese, meeting riminesi di CL, obblighi e imposizioni d’ogni tipo, da ciascun cittadino (ciascuna cittadina) è richiesta ancora una volta obbedienza cieca e assoluta. Purtroppo , quando don Milani diceva”L’obbedienza non è più una virtù” si riferiva a una situazione che sembrava affermarsi molti eoni fa. Oggi, conformismo e obbedienza (anche alle mode, nel segno del consumo, appunto) sembrano essere un diktat asosluto. E chi “non ci sta” viene ostracizzato, dove l’arma psichiatrica è comunque una delle più efficaci, in mano ai poteri.

Eugen Galasso

Pubblicato il: 7 settembre, 2010
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo