Il problema dei diritti – Eugen Galasso


“Carissimo Eugen, ti ringrazio di cuore per avermi consigliato il film “Si può fare”. Antonietta ed io ieri ci siamo subito recati a vederlo. E’ stata una vera e propria esperienza emotiva e, per quel che mi riguarda, intellettuale altamente gratificante. Delicato, profondo, sottile nel raccontare le trame psicologiche e le contorsioni dei protagonisti, tutti i protagonisti. Al di fuori di ogni possibile retorica, senza false preoccupazioni di una rappresentazione realisticheggiante, è risultato altamente realistico nel raccontare possibilità al tempo stesso utopiche, sovversive e culturalmente rivoluzionarie. Poi soprattutto emanante una dolcezza e un’intensità umana a tratti trascinanti. Bello! veramente bello. Di nuovo un sincerissimo grazie.
Il commento di Antonietta te l’ho già inviato  a parte. Andrea Papi”.

   Parto da questo commento, senz’altro autorevole, dello scrittore e saggista Andrea Papi – non ne ritrovo la data esatta, ma sicuramente si colloca nel novembre 2008 – che però si unisce ad altre prese di posizione, tutte estremamente positive, sul film che forse è l’opera più importante su tematiche psichiatriche (anti-psichiatriche), assieme a “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman, tratto dal libro di Ken Kesey, un film che regista e attori di “Si può fare” (regia di Giulio Manfredonia, 2008).

Lungi da me la volontà di voler recensire il film, ma cerco di evidenziarne alcuni aspetti centrali. Quanto alla valutazione fatta sopra, devo precisare che non conosco, non avendolo ancora visto, il film “La pecora nera”, di Ascanio Celestini, regista-attore-autore teatrale di grande  valore, quindi mi si scuserà se da quest’opera, per un minimo di correttezza, legata a “ignoranza specifica”, prescindo. Regia di Manfredonia, dicevo,  sceneggiatura dello stesso regista e di Fabio Bonifacci, autore anche del soggetto. Presentato a Roma (Festa del Cinema) in anteprima il 30/10/2008, il film ha avuto sempre un successo non certo travolgente, ma costante,  soprattutto con proiezioni in luoghi “privilegiati” quali cinema d’essai. Invitato da associazioni culturali e da persone che sono state vittime della psichiatria ufficiale. Ora la pellicola è disponibile anche in DVD. Come rileva anche Papi nel suo commento, il film è utopistico, ma di quell’utopia  concreta che “morde sulla storia” (Bloch, Ruehle, Baczko). Muove da esperienze concrete (una comunità, anzi cooperativa ergoterapica, nata nel 1983, di Pordenone; composta da “pazienti-ricoverati”, ma l’azione del film, con efficace trasposizione,  si svolge a Milano), che, dopo molte difficoltà, riesce ad affermarsi, “imponendosi” e realizzandosi concretamente.  L’impulso viene senz’altro da un ottimo, “impegnato”, esperto di cooperazione e militante comunista, anzi diciamo meglio del PCI (il 1984 è l’anno dell’improvvisa scomparsa di Enrico Berlinguer, cui il protagonista-impersonato da Caudio Bisio – si reca e che ricorda con tristezza), ma la  realizzazione del progetto è opera dei pazienti, non qualcosa di imposto dall’alto… Una realizzazione difficile, complessa, lastricata d’intoppi e difficoltà, ma infine possibile, come in effetti con varie comunità autogestite è successo.  Nel film si vede chiaramente lo “scacco” dello psichiatra tradizionale, che naturalmente esprime tutto il suo scetticismo e poi anche la totale contrarietà al progetto, metafora e anzi “figurazione” di ogni atteggiamento ufficiale verso quanto di dinamico e nuovo parte dal  basso, soprattutto, però,  in campo psichiatrico. Si dovrà pur dire, una buona volta per tutte, che anche partiti e movimenti “di sinistra” e “d’opposizione” (le virgolette non sono casuali, in quanto oggi è ben difficile trovarli, “scovarli”, sempre prescindendo dal fatto che anche il termine stesso di “sinistra” è fortemente in discussione, può essere “referenzialmente opaco”, per dirla con W.v.Orman Quine) realmente impegnati nel sociale non vogliono sentir nulla di “antipsichiatria”… Il fatto è che, al limite, il “rivoluzionario” fa un po’ paura, ma il “matto” ne fa di più, in quanto la “brava personcina” (al di là della differenza di genere) ha paura  di un comportamento che chiama “irrazionale”, che magari invece solamente non capisce, che non è “nelle sue corde”…Efficace, nel film, oltre alla figura di “Nello”, il sindacalista impegnato,  la contrapposizione tra lo psichiatra “d’ordine” (l dottor Del Vecchio, efficacemente impersonato da Giorgio Colangeli) e l’antipsichiatra (il dott.Federico Furlan, il bravo Giuseppe Battiston), tanto che nel sottofinale il ritorno di Del Vecchio viene messo in crisi da una rivolta (quasi “rivoluzione”) dei membri della cooperativa, ossia dei “pazienti” stessi… “Racconto di una favola vera” e “di un’utopia realizzata”, scrive nelle sue note di regia Giulio Manfredonia. Tutto assolutamente vero, con attori-interpreti preparati e motivati, che si sono realmente incontrati con pazienti veri, documentati in modo approfondito etc.  Oltre agli interpreti citati, sono da ricordare Anita Caprioli (Sara, nel film), Andrea Bosca (Gigio), Giovanni Calcagno (Luca), Michele De Virgilio (Nicky), Andrea Gattinoni (Roby), Natascia Macchniz (Luisa), Bebo Storti (“Padella”), Maria Rosaria Russo (Caterina). Un film che, anche fuori da cineteche e “luoghi deputati”, riesce a coinvolgere e a emozionare riflettendo e a riflettere emozionandosi.

Eugen Galasso

Pubblicato il: 13 dicembre, 2010
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo