Sul discorso di Muanmar Al Gheddafi – Eugen Galasso


Il discorso forse finale di Muanmar Al Gheddafi (credo si debba scrivere Qadafi ma, nonostante gli sforzi degli amici arabi, Parigi anni Ottanta, non ho appreso la lingua, quindi mi “astengo”) durava 70 minuti, abbastanza martellanti, duri, di accuse, invettive, rampogne. Gheddafi, islamico “moderato” (non fanatico, comunque, non un Ben Laden…), che oscilla tra vocazione al martirio , autooblazione, dunque  sacrificio di sé, aggressione, rinnovato  spirito “rivoluzionario” (mah…) quando si fa forte del non essere “un presidente, ma un leader rivoluzionario”, non è però da liquidare, come sempre ci ricorda con saggezza Giorgio Antonucci, come “pazzo”, “folle” e via discorrendo.  A parte le riflessioni di psicologia sociale ispirate dalla psicoanalisi come dalla sociologia di Erich Fromm (“Escape from freedom”, “Fuga dalla libertà” ) e di Wilhelm Reich (“Psicologia di massa del fascismo”),  come di Bruno Rizzi (“Il totalitarismo burocratico”,), riflessioni sparse quanto geniali di Georges Bataille etc., che accentuano come i dittatori (rossi, neri, altrimenti “colorati”)rispondano ai bisogni tragicamente profondi  dei dominati, bisogni certo “falsi”, ma indotti ad arte, o meglio reali ma falsati (bisogno di libertà, di natura, di giustizia), sappiamo che la paura fa parte di quelle emozioni fondamentali che, insieme a gioia e tristezza, caratterizzano le spinte fondamentali  dell’agire umano). Ecco: la paura, quella che fa da pendant in Gheddafi, al suo agire apparentemente aggressivo (aggressività = forma di autodifesa e autoprotezione, come “scudo”,  comunque), come emozione forte, ineliminabile, in “el raìs” libico come in chiunque, solo che in Gheddafi la cosa diviene più teatrale (accentuo, per correttezza, che ho visto solo 10 minuti del discorso, a tratti francamente noioso da seguire, proprio per la sua ripetitività estrema) e più pericolosa (finché sarà al comando o comunque in vita sarà “pericoloso”, pur se, appunto, molto meno di un Al Queidista!). Dove e come individuare la paura in Qadafi e nel suo discorso? Nella fissità della mimica facciale, nella gestualità contratta, nel tono della voce, che s’impenna, spesso “inutilmente”, se ci  fermiamo ad un’analisi superficiale, se non consideriamo la necessaria enfasi con cui un oratore deve convincere il suo popolo e…forse anche altri ascoltatori…  Da considerare con attenzione, questi tratti, perché, lungi dal farci capire tutto del presidente-dittatore “made in Lybia”, lungi anche dal considerarlo “pazzo” (è irritante, senz’altro, è un pedante, forse, non è “tremendo”, il discorso , come invece afferma il cancelliere Merkel, dove ogni buon comico made in Germany gioca sul genere, ma  non vorrei esser preso per “discriminatore” anch’io…Forse sarebbe meglio che la signora guardasse maggiormente alla macelleria sociale prodotta dai suoi governi iper-liberisti), ci danno uno spaccato dell’oggi, non solo arabo, magrebino, nordafricano…

Eugen Galasso

Pubblicato il: 24 febbraio, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo