Archive for marzo, 2011

I poeti maledetti – Maudits – Eugen Galasso


Avevamo accennato, parecchio tempo fa, ai “maudits”, ai poeti “maledetti” (da chi, però? Dal buon borghese pio e obbediente a tutto, quando gli si dice di fare la guerra, di pagar tasse per spese militari, di protestare contro gli extra-comunitari sempre e comunque, quando… la serie diviene lunga). Certo, Cecco Angiolieri (citato da Dante) François Villon (del tardo Rinascimento),  Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé (tutti dell’Ottocento), Oskar Panizza, William Burroughs, Allen Ginsberg (novecenteschi) sono personaggi diversi tra loro, di epoca e cultura diversa. Accennando solo ad alcuni, che cosa ne fa dei “maledetti”? Che amassero le donne o gli uomini (omosessuali erano senz’altro Verlaine, in qualche modo, ma più che altro bisessuale Rimbaud, Ginsberg e Burroughs), che sperimentassero con le   droghe, che rifiutassero le morali e le mode correnti, le tradizioni religiose? Certamente questi sono alcuni dei motivi, per i quali questi autori erano (sono)dannati, le “buone e pie” (sic!) persone se ne tengono alla larga, magari li mandano in manicomio e li uccidono a furia di elettroshock, come successe con  Antonin Artaud… Sarebbe qui interessante, corrispondendo a quanto detto sopra, entrare in merito, in dettaglio di ogni singola figura esaminata: certo che Angiolieri non è Villon, Baudelaire non è Léo Ferré, non fosse per questioni di epoche storiche diverse, di condizionamenti culturali differenti, di ambienti, esperienze di vita, concezioni del mondo ancora una volta diverse… Accennerò solo al fatto che Baudelaire chiedeva a Dio di dargli “la forza e il coraggio di guardare il mio corpo e il mio cuore senza disgusto”, che nel contempo amava fare il “satanista”. Del resto, molto onestamente il grande genio poetico (e non solo), che amava scandalizzare (épater les bourgeois), come quando a un borghese che gli vantava le virtù delle sue figlie replicò, peraltro gentilmente: “Quale delle due avvierete alla prostituzione?”, riconosceva che “diritto dell’ intellettuale è quello di contraddirsi e andarsene”. Come se gli altri non si contraddicessero; il fatto è che chi è organico ai carrozzoni “santi” di stati e chiese “va bene”, chi non lo è, è “dannato” e “maledetto”. Se poi a farlo (ad avere un comportamento “altro”) è una donna,  viene ancora più penalizzata ed esclusa -”punita”-”suicidata dalla società”, come diceva lo stesso Artaud di Van Gogh come emblema ma anche come persone…

Eugen Galasso

Pubblicato il 31 marzo, 2011
Categoria: Testi

Il linguaggio e la rassegnazione – Giorgio Antonucci



OraZero


Venerdì 25 Marzo 2011 15:49

Il linguaggio dei mass media, e di conseguenza quello popolare, sta subendo un’involuzione che finisce per far annullare il senso critico e spinge verso la rassegnazione. Troppi termini, privi di contenuto, sono utilizzati a sproposito o in maniera strumentale, annullando di fatto la capacità critica. Per esempio, termini come schizofrenico o paranoico sono entrati nel linguaggio comune pur essendo privi di un contenuto reale. Il termine schizofrenico è usato come sinonimo di contraddittorio, ma aggiunge un giudizio pesante sull’interlocutore. Attraverso gli stessi meccanismi ora si usa psicosi, fobia o paranoia invece di paura. Ma, in generale, riguardo al linguaggio di uso corrente mi sembra di scorgere tre problemi. Il primo riguarda la generalizzazione. Sempre più spesso si sente dire che gli italiani sono indisciplinati o corrotti, poi c’è chi dice, come il nostro presidente del consiglio, che i magistrati sono “malati di mente”. Così come c’è chi sostiene che i neri abbiano la musica nel sangue, facciano bene all’amore o ancor peggio, che gli ebrei abbiano un particolare fiuto per gli affari. Queste generalizzazioni quando si ripropongono di continuo, finiscono, non solo per generare il razzismo, ma anche per annullare la responsabilità individuale. In secondo luogo, vi è il problema della drammatizzazione del linguaggio. Per cui gli immigrati “invadono” l’Italia e il traffico per le vacanze diventa un esodo biblico. In questi giorni, per esempio, si parla di “psicosi” per il nucleare, insinuando nel discorso una parola che sposta il problema dalla realtà oggettiva alla debolezza delle persone. Questa continua drammatizzazione anche delle vicende più banali finisce fatalmente per spaventare lettori e telespettatori che trovano tutto troppo grande e difficile da analizzare, giudicare e/o combattere. Il terzo punto, invece, riguarda l’utilizzo sempre più frequente di termini di origine psichiatrica nel linguaggio comune. Così, a Berlusconi che accusa i magistrati di essere dei malati di mente, rispondono gli oppositori definendo “malato” il premier perchè attirato dalle ragazze giovani. Come se tutti quelli che apprezzano le ragazze fossero dei malati. Per altro in questo modo il discorso abbandona la critica politica, facendo anche il gioco di Berlusconi.
Altre accuse quali “paranoico” “schizofrenico” “caso psichiatrico” si moltiplicano al solo scopo di denigrare l’avversario, non solo politico, con l’evidente volontà di interrompere il confronto con lui. Allo stesso modo, la paura diventa fobia, la preoccupazione diventa ossessione, la malinconia diventa depressione, finendo per attribuire a difetti psicologici delle persone, differenti comportamenti nei confronti della realtà. Attraverso generalizzazioni, drammatizzazione e giudizi psichiatrici si finisce quindi per annullare lo spirito critico e il senso della realtà delle cose. Tutto appare immutabile, spaventoso o troppo grande per le forze di un singolo individuo. Si forma, quindi, una sottocultura falsa e repressiva in cui i cittadini sono privati del giudizio critico per analizzare la realtà che li circonda. Una realtà che i singoli sembrano non poter modificare e che spinge alla più profonda rassegnazione.


Giorgio Antonucci

Pubblicato il 27 marzo, 2011
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo