“Tobino – Monicelli” – Eugen Galasso



Mario Monicelli, regista iper-popolare (“La grande guerra”, “Romanzo popolare”) ma anche di qualità (qui il mio compianto prof.di storia del cinema  Pio Baldelli mi tirerebbe le orecchie, ma, per comodità…non parlo di questo, cioè di cinema,  in questa sede) e Mario Tobino, scrittore e psichiatra (“Per le antiche scale”, “Biondo era e bello”, inter cetera), hanno due cose in comune: Versiliesi entrambi (qui rimando a “Maledetti toscani” di Curzio Malaparte, probabilmente il “top” in materia), scomparsi da poco in tarda età, dopo una vita “piena” (forse più quella di Monicelli che quella di Tobino), “si incontrano” (non fisicamente) un lustro fa, quando Monicelli trae dal romanzo tobiniano “Il Deserto della Libia” il fim “La rosa del deserto”, a suo modo un capolavoro. Se Monicelli rimane nell’immaginario italiano per la tragica, “libera” morte, avendo appreso l’irrimediabile vulnus alla sua salute, con inopportune polemiche sulla libertà e i suoi limiti, sull’eutanasia etc. (dove sbagliavano, manco a dirlo, i cattolici, ma anche i radicali quando scambiavano il suicidio con l’eutanasia, che è altra cosa, comunque la si pensi in merito), Tobino – che anche in “Il deserto della Libia” mette in scena un comandante di truppa in crisi, per  l’ “amore folle” (amour fou, in accezione surrealista) verso la giovane moglie, un tema molto ben ripreso da Monicelli nel film, con l’eccelsa interpretazione di Alessandro Haber – di cui un libro recentissimo e molto interessante, “Cinque anni con  Mario Tobino” (ediz. Delle Erbe) di Antonia Guarnieri, figlia di Silvio, il critico e studioso che contribuì a “lanciare” Tobino, presentando il volume citato a Elio Vittorini, allora curatore dei “Gettoni” di “Einaudi”, racconta la relazione d’amicizia tra l’anziano psichiatra e scrittore , decisamente “depresso”, comunque malinconico e la stessa studiosa, allora giovane, una relazione che non ha nulla di “comune” nel senso  di un setting analitico, ma molto dell’amicizia, della “filìa”, nel senso greco-antico e più nobile del lemma.

Ora, quanto a Tobino, che sapeva essere umanissimo con i suoi “matti” che lo amavano moltissimo e lo rimpiansero (e tuttora rimpiangono dopo la morte)è da rilevare una contraddizione: il grande psichiatra-scrittore non accettò mai l’antipsichiatria ossia il superamento del manicomio, ritenendolo, in pratica, uno spazio relazionale necessario. Ciò quando invece reclusione manicomiale e TSO sono strumenti principe dell’arbitrio di poteri che vogliono imporre una loro “norma”, una regola di pensiero e azione per ogni persona. Chi non si adatta è perduto… Sia egli un eretico (la reclusione  psichiatria è espressione della “religione” nel senso del “re – ligare”, cioè legare assieme obbligando), un diversamente pensante o un “agente al di fuori degli schemi prefissati” è e sarà sempre a rischio.

Eugen Galasso

Pubblicato il: 7 aprile, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo