Paola Cooper, 16 anni, aspettava l’esecuzione della condanna a morte. – Piero Colacicchi

di:  Piero Colacicchi

Tra i tanti oggetti che inzeppano la mia stanza c’è un piccolo cucchiaio di legno il cui manico è malamente attaccato al fondo, il cui fondo stesso è spaccato in due, è mal incollato ed è mancante della parte davanti: malgrado ciò mi è particolarmente caro perché mi ricorda un episodio importante della mia collaborazione con Giorgio Antonucci. Il cucchiaio è intagliato a mano in legno di “òcchiule”, (come lo chiamano in Basilicata ) un legno duro, compatto e piuttosto pesante. Potrebbe esser stato fatto in Aspromonte o a Senise, in Basilicata, dai pastori. In realtà so soltanto che proviene dalla Calabria.

Mi fu regalato da Noris Antonucci parecchi anni fa con un commento scherzoso: ” Tienilo te: tanto, tra tutte la roba che hai, una cosa in più non ti fa differenza. Io non lo voglio, ma non voglio neppure buttarlo via. Sai, apparteneva ad una zia a cui ero molto affezionata, quella che per le feste mi mandava sempre i salamini piccanti e le altre golosità calabresi che anche a te piacevano tanto.”  Lo accettai sorridendo. Noris mi prende sempre in giro per tutte le cose che tengo in casa, lei che invece non sopporta di aver roba tra i piedi e che – scherzo io – uno di questi giorni butterà nella spazzatura anche il marito!
In quel periodo  passavo  più spesso del solito da casa di Giorgio e di Noris, e mi fermavo anche a mangiare. Eravamo, come ai vecchi tempi, continuamente in contatto perché seguivamo una questione importante in cui c’eravamo imbarcati e che ci  teneva con i nervi tesi.

Era cominciata così. Una mattina – per l’esattezza sabato 13 dicembre del 1986, verso le undici -  me ne stavo a casa mia a ciondolare in pigiama quando Giorgio Antonucci mi telefonò e mi lesse una lettera appena pubblicata su La Nazione, a firma di Maria Luigia Guaita. Non conoscevo personalmente la Guaita, ma  ne avevo molto sentito parlare, anche in casa. Era stata partigiana, aveva partecipato a varie attività (durante le quali aveva conosciuto anche i miei genitori), era stata amica di Enzo Enriquez Agnoletti (l’ex vice sindaco e direttore della rivista Il Ponte su cui anche noi scrivevamo ) e ora dirigeva una scuola d’incisione molto nota a Firenze, il Bisonte.
La lettera della Guaita, pubblicata col titolo “Per non far morire Paula” nella rubrica ” Parliamone insieme” tenuta da Laura Griffo, diceva: <<  In questi giorni che sanno già di Natale [ …] vorrei richiamare il ricordo della gente buona, ma forse distratta, su Paula Cooper. E’ una ragazzina nera che oggi ha sedici anni  e che, in una cella della morte del carcere di Indianapolis, sta aspettando di salire sulla sedia elettrica. Ha commesso un delitto orribile: riconosciuta mentre tentava un furto nell’abitazione della insegnante di catechismo, Ruth Pelke, l’ha assassinata con un coltello. L’opinione pubblica locale, emozionata e indignata, ha plaudito la pena di morte a cui è stata condannata. […] Figlia di alcoolizzati, violentata la prima volta dal padre davanti alla madre indifferente, cresciuta in un clima di violenza e di abiezione […] è fuggita più volte dall’inferno della famiglia e puntualmente restituita a casa dalla solerte polizia locale […] Dopo qualche negativa esperienza in orfanotrofio[…]  quando la madre e il padre si allontanano, […] resta affidata alle cure della sorella, maggiore di lei di soli tre anni.
< [ …] A pregare per lei oggi c’è solo la sorellina disperata. A battersi per lei solo l’avvocato difensore, che spera nella grazia. Che potrà essere ottenuta solo se l’opinione pubblica europea si organizzerà in ” movimento per la vita di Paula ” e chiederà per lei il perdono del popolo americano.[…] A te, Laura, chiedo di sollecitare una raccolta di firme a favore di un mutamento di pena e umana solidarietà verso questa ragazzina disperata e sola davanti alla morte che ormai si è già insediata, quasi entità palpabile in attesa paziente, nella sua cella .[ …] Si può scrivere al governatore Robert Orr, State house, Indianapolis 46204 USA. >>
Commentava Laura Griffo: << Raccolgo l’appello di Maria Luigia Guaita  con emozione.[..] A Firenze, nel 1786,il Granduca Pietro Leopoldo, sovrano illuminato, abolì la pena di morte ritenendola iniqua. Giusto, quindi, che da Firenze parta una iniziativa di solidarietà con Paula Cooper, che ha solo sedici anni e che dovrà morire fra poche settimane[…] Invitiamo Firenze a scriverci per intervenire in nome della sua tradizione civile: gli amministratori […] gli studenti […] e anche gli altri; il movimento per la vita […] i radicali[…]; chiunque voglia, per Natale, in uno slancio di altruismo, farsi il regalo della vita di Paula>>.
Giorgio, al telefono, mi proponeva di scrivere anche noi una lettera al governatore Orr. Dissi che era una buona idea e che bisognava studiare bene il testo. Decidemmo che ci saremmo risentiti più tardi, in giornata.
Riattaccata la cornetta mi misi a pensare alla questione: che glie ne interessava al governatore Orr se gli arrivavano alcune lettere dall’Italia? Niente! Tempo sprecato, o quasi. Meglio provare a pensare a qualcosa di più forte. Ma che cosa?

E mi venne in mente che quello era l’anno di Firenze Capitale Europea della Cultura, anno che stava per finire. Si potrebbe usare questo fatto per  rendere più pressante la richiesta di spedire lettere, mi chiesi? Forse un sistema c’era: alle 12 telefonai a Giorgio e gli esposi la mia idea: chiedere al Consiglio Comunale di Firenze di chiudere l’anno di Firenze Capitale della Cultura con un appello per la vita di Paula. Esponevo la mia idea con una certa timidezza, non molto sicuro di me, ma Giorgio mi interruppe dicendo che gli sembrava  ottima. Decidemmo che Giorgio avrebbe buttato subito giù il testo dell’appello.
Chiamai Maria Luigia Guaita. Mi disse di aver avuto da sua figlia, giornalista a New York, la notizia della storia di Paula. Le esposi il nostro proposito. Ne fu entusiasta e mi pregò di avvertire subito la Griffo con cui mi misi senz’altro d’accordo: le avrei portato l’appello appena pronto, quello stesso pomeriggio in modo da farlo uscire il giorno dopo.
Giorgio mi ritelefonò  all’una e mi lesse ciò che aveva preparato:
<< Due secoli orsono, nel 1786, appena dieci anni dopo il Bill of Rights di Jefferson, e poco prima della pubblicazione della Costituzione degli Stati Uniti d’America, all’alba della Rivoluzione Francese, Pietro Leopoldo di Toscana, ispirato dal pensiero illuminista di Cesare Beccaria, emanava la prima legislazione penale che rifiuta la pena di morte.
< Firenze, Capitale europea della cultura 1986, ha ricordato anche questo aspetto singolare e importante della sua storia.
< Per convinzione profonda e per coerenza verso questo tipo di cultura noi sottoscritti chiediamo al sindaco di Firenze di concludere l’Anno della cultura con un appello al governatore Orr per la salvezza della vita di Paula Cooper [il giornale poi sbagliò e  scrisse Kooper],la ragazza sedicenne che aspetta a giorni di salire sulla sedia elettrica >>
Ci mettemmo immediatamente al telefono, ciascuno da casa propria, per raccogliere adesioni. Noris, che aveva la macchina da scrivere, preparava la copia da portare al giornale aggiungendo i nomi via via che le arrivavano.
Alle sei del pomeriggio correvo alla sede della Nazione e consegnavo l’appello firmato da oltre sessanta persone, tutti nomi di rilievo in città. Tra queste Marcella Bonsanti, Padre Ernesto Balducci, Luzi, Antonini, Saviane, Giovanni Michelucci, Pio Baldelli, Annigoni, Antonio Berti ecc. ( Subito dopo le firme di Giorgio e di Noris, all’inizio, ci sono quelle di tutti i familiari di Mazzino Montinari, lo studioso di Friedrich Nietzsche, amico carissimo di Giorgio, morto poco tempo prima.)
Il giorno dopo, domenica 14 dicembre, La Nazione usciva con l’appello in neretto, stampato in prima pagina.  Nel pomeriggio telefonai ai capigruppo dei partiti  presenti in Comune ma, malgrado mi venissero dette parole di incoraggiamento, sentivo che nessuno mi dava veramente retta. Solo il consigliere Giorgio Bonsanti accolse con entusiasmo la mia richiesta di far qualcosa e mi promise di muoversi. I consiglieri Franci e De Plato, ambientalisti, pur interessandosi alla storia, mi risposero dubbiosi: il giorno dopo, dissero, ci sarebbe stato da discutere di spazzatura e non si sapeva se ci sarebbe stato tempo per parlare di  Paula Cooper.
Lunedì 15 la Nazione uscì con un altro articolo. Vi erano incluse le firme che erano arrivate dopo la consegna dell’appello: Alberto Moravia, Natalia Ginsburg – a cui aveva telefonato mia mamma – con il figlio Carlo, Giovanni Caradente, Paolo Barile, Marcello Rossi.  Il giornale riportava anche un messaggio della Giunta circoscrizionale dei Maestri Venerabili del Grande Oriente d’Italia, firmato dal Presidente Ermanno Poggiali << La Giunta […] ricorda al governatore Orr i principi contenuti nella dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, redatta in buona parte dal fratello Benjamin Franklin […] e il fatto che  il fratello Pietro Leopoldo, ispirato dal fratello Cesare Beccaria, per primo nel mondo sancì l’abolizione della pena di morte.>>
Sempre il 15, nel pomeriggio, il consigliere Bonsanti presentò in Consiglio Comunale la mozione su Paula : venne approvata con 58 voti su 60. Astenuti i due consiglieri missini.
Il 16, La Nazione pubblicò la notizia del voto insieme ad un appello del Vescovo e uno personale del Sindaco Bogiankino. A Pisa un gruppo di docenti universitari e di scuole medie si fece promotore di un’altra raccolta di firme.
Il 3 gennaio uscì, su La Repubblica, un articolo di fondo a firma Luigi Berlinguer, intitolato “L’ultimo patibolo contro la civiltà” in cui, dopo aver ripreso le parole dell’appello di Giorgio Antonucci e la legge leopoldina,  Berlinguer chiede:  << un coro di voci così possente da staccare la corrente alla sedia elettrica di Paula Cooper>> .
Nel frattempo io mi preparavo a partire per gli Stati Uniti, per passare il Natale con mia figlia Francesca. Prima di partire chiesi a Maria Luigia Guaita il numero di telefono della figlia, a New York, e appena arrivato le telefonai. Mi raccontò della sua angoscia nel sentire totale indifferenza tra gli americani nei confronti di questa vicenda. Mi disse che era disperata e che aveva scritto a sua madre più per sfogarsi che perché sperava in un aiuto. Mi dette subito l’indirizzo dell’avvocato della Cooper, un certo Kevin Ralphorde.
La prima volta che telefonai l’avvocato mi rispose cortesemente, ma senza capire io cosa volessi. Gli dissi dell’interesse che la storia di Paula stava suscitando in Italia e mi rispose stupito. Dopo qualche giorno lo richiamai e mi disse di aver ricevuto varie lettere dall’Italia per Paula, e mi chiese cosa dovesse farne. Capii   allora perché Paula era stata condannata!
Cercai, attraverso l’elenco telefonico, qualche giornalista di Gary, Indiana     ( la città in cui era avvenuto il delitto ed in cui si svolgeva il processo)  ma quelli con cui parlai mi risposero con la massima indifferenza che Paula aveva ucciso e doveva pagare.
Tornato a Firenze richiamai varie volte l’avvocato Ralphorde. All’ennesima telefonata quello, stizzito, mi dette il numero di telefono del legale che si stava occupando del ricorso, l’avvocato William Touchette, dicendo che mi rivolgessi a lui. Il 4 febbraio chiamai Touchette, ma con poche speranze: invece sentii una voce giovane ed energica che mi rincuorò. Gli spiegai quello che cercavamo di fare e lui ne fu entusiasta. Mi dette il nome di una giornalista del Post Tribune di Gary, Lori Olfzewsky, e mi suggerì anche di organizzare un’intervista a Paula Cooper con un giornalista della Nazione. Gli chiesi come si poteva fare una cosa del genere e mi rispose che era facilissimo: bastava che un giornalista fosse andato da lui a Gary.  Touchette avrebbe telefonato a Paula – come avvocato ne aveva il diritto – e poi avrebbe passato la cornetta al giornalista che avrebbe potuto così intervistarla senza alcuna difficoltà. Qualche giorno dopo mi scrisse anche una lettera che riporto:

<<SUPERIOR COURT OF, LAKE COUNTY, CRIMINAL DIVISION.
Office Of The Public Defender, APPELLATE DIVISION
2293 North Main Street, Crown Point. Indiana 46307
Telephone, (219) 738 2020 Ext. 4496 & 465
February 19, 1987.
Mr. Piero Colacicchi, Via Dell’ Osservatorio #39, Firenze 5 0141, Italy.
< Dear Mr. Colacicchi:
Thank you for your February 4, 1987, telephone call inquiring about the status of Paula Cooper’s case. I have enclosed some material regarding Paula’s case, that I thought you might like to read.
As you can tell from these materials the Indiana State Legislature is currently debating raising the minimum execution age from ten (10) to sixteen {16). The Indiana Governor’s office informed the legislature of the large volume of European mail received, which request mercy for Paula Cooper.
<Rhonda Cooper current address is 8O7 E. 21st Street, Basement Apartment, Minneapolis, MN 554O4.
<Thank you very much for your concern. Paula is very grateful for your interest in her case. Please do what you can to keep letters going to Governor Orr.
Sincerely,
<William L.Touchette, Attorney for Paula Cooper

[Corte Suprema della Lake County, Divisione Criminale, Ufficio del Pubblico Difensore, Divisione Appello. 2293 North Main Street, Crown Point, Indiana. 19 Febbraio 1987.

Al Sig. Piero Colacicchi, Via dell’Osservatorio 39, 50141 Firenze.

Caro Sig. Colacicchi, grazie per la sua telefonata del 4 febbraio 1987 con cui mi chiedeva notizie sulla situazione giuridica attuale di Paula Cooper. Le includo un po’ di materiale scritto che ho pensato possa interessarle.

Come può leggere da questi materiali il Legislatore dello Stato dell’Indiana sta ora discutendo se innalzare l’età minima delle esecuzioni capitali da dieci (10) anni a sedici (16). L’Ufficio del Governatore dell’Indiana ha informato il Legislatore sulla quantità di lettere ricevute in cui si chiede la grazia per Paula Cooper.
L’indirizzo di Rhonda Cooper è al momento  8O7 E. 21st Street, Basement Apartment, Minneapolis, MN 554O4. Il suo numero di telefono è: (612)672-4374.

Molte grazie per il suo interessamento. Paula le è molto grata del fatto che lei si interessi tanto al suo caso.

La prego di fare ciò che può perché al Governatore Orr continuino ad arrivare lettere. Sinceramente, William L. Touchette. Avvocato di Paula Cooper]

Telefonai anche alla Olfzewsky che si mostrò molto interessata: mi fece subito un’intervista su quanto stava accadendo a Firenze. Mi disse anche che il personale della prigione in cui era rinchiusa Paula si era ribellato all’idea di doverla uccidere dicendo: se i tribunali emettono sentenze di morte sui minorenni poi le eseguano da soli! Una notizia che mi fece piacere.
Scrissi direttamente a Paula per farle sapere che ci stavamo muovendo, ma non mi rispose.
L’articolo, a cura di Gianpaolo Pioli, apparve il 20 febbraio 1987 col titolo ” << “Aiutatemi a vivere”: intervista a Paula Cooper nel braccio della morte.>>

La campagna era lanciata: le iniziative si moltiplicarono a non finire. Presto il Partito Radicale e Amnesty adottarono la causa di Paula Cooper. Più o meno contemporaneamente lo fecero anche i Cattolici del Movimento per la Vita . Intervenne il Papa. La RAI mise in onda un’intervista in diretta con Paula e, in autunno, una con l’avvocato Touchette, a Domenica In.
E il flusso delle lettere divenne immenso, continuo .
Qualche mese dopo, il 15 settembre dell’87, la Repubblica pubblicava un articolo dal titolo:
<< ” Invettiva Usa contro la crociata per Paula Cooper” : […] Il maggiore quotidiano dell’Indiana ce l’ha con l’Europa e in particolare con l’Italia, colpevole di aver sommerso questo staterello agricolo con milioni di lettere, petizioni, appelli in favore di Paula Cooper.>> (!!!)                                                                              Secondo varie fonti le lettere arrivate dall’Europa al Governatore Orr furono due milioni.

Contemporaneamente ricevevo [ e traduco qui direttamente ] una lettera da Rhonda Cooper, sorella di Paula, in cui  raccontava la sua versione della vicenda. Niente di nuovo sui fatti rispetto a quello che sapevo, ma alcuni interessanti commenti, tra cui << La legge non scritta degli Stati Uniti dice che il pubblico ministero, con l’appoggio di cosiddetti testimoni,  può dire, attraverso l’unico  giornale della città, tutto quello che vuole, indipendentemente dalla verità: e quello diventa la verità. Loro danno forma all’opinione pubblica con quello che fanno uscire sui giornali. Paula ed io non possiamo competere con organizzazioni ben finanziate come quella. Il crimine è sempre stato un problema a Gary tra i neri e sta spargendosi nei sobborghi. Ciò che ora si pensa è che l’aver ottenuto una sentenza di morte contro una ragazza nera rappresenterà un deterrente per i giovani delinquenti neri. Per la media e per l’alta borghesia il P.M. è diventato un vero eroe: ha ottenuto ciò che non è riuscito né alla polizia né al sindaco(1). Paula, una ragazzina nera analfabeta, aiutata da un avvocato  privo di potere e con il solo aiuto della sorella, viene usata come esempio per dimostrare il potere delle strutture di classe bianche e la vulnerabilità dei neri d’America oggi. Questo è ciò che penso della situazione di Paula: sentimenti del tutto irrilevanti per l’accusa, per l’accusa bianca così come per il pubblico bianco, la cui opinione è stata plasmata dalle organizzazioni bianche e da un sistema giudiziario costruito dai bianchi.>>

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Leggo, tra le note per un intervento che feci in quel periodo a Radio Città Aperta, di Alfredo Pasquali,  a Bologna, alcuni brani che posso ancora considerare interessanti, risultato anche delle tante conversazioni che in quei giorni facevo con Giorgio Antonucci: << La giustificazione più comune della pena di morte consiste nel considerare che abbia uno scopo deterrente. Per ottenere questo scopo viene chiesto di uccidere una persona: si considera che toglierle la vita possa salvare la vita di altre persone, o, in alcuni stati, salvare delle proprietà.  In altre parole si trasforma questa persona, che si è nel frattempo definita inferiore, in strumento e la si usa – come succede in Indiana – per salvarne altre, definite buone, superiori. Ora io vorrei chiedervi: potremo mai uscire da una logica di prepotenza se si trasforma un uomo in un oggetto e lo si usa allo scopo di ottenere che altri non trasformino il loro prossimo in oggetti da usare per i loro scopi? All’argomento della deterrenza si rifanno istituzioni come il carcere, l’ergastolo, i manicomi criminali, le istituzioni psichiatriche. Non basta chiedere che queste spariscano: è necessario cambiare la logica su cui si fonda la cultura che le ha concepite e che ne richiede l’esistenza. Finché non sapremo superare l’idea che la morte di un uomo può essere socialmente utile, resteranno una realtà la pena di morte e la guerra. Così come resteranno realtà sempre presenti nella nostra società il razzismo, il nazismo e  i campi di concentramento.>>
Giorgio ed io partecipammo a molte trasmissioni sul tema della pena di morte. Radio Città Aperta organizzò anche una specie di censimento facendo chiedere a passanti cosa pensavano della storia di Paula. Molti, circa il 40 %, se ricordo bene, si espresse a favore della pena di morte, cosa che ci preoccupò molto(2).

Raddoppiammo così gli sforzi per chiarire il senso di quell’orribile istituzione rendendoci conto di quanto  una campagna come quella per Paula potesse essere utile anche per risvegliare le coscienze nella la nostra pubblica opinione.

Il 2 luglio 1988 i giornali annunciarono che la Corte Suprema degli Stati Uniti stava vagliando la possibilità di bandire la pena di morte per i minori di diciotto anni.

Il 13 luglio 1989 arrivò la notizia che a Paula Cooper la pena di morte era stata commutata in ergastolo.

Oggi Paula Cooper, che nel frattempo ha ottenuto il G.E.D. ( diploma previsto per detenuti, persone immobilizzate da malattia ecc., equivalente alla maturità) segue corsi universitari. A quanto si sa, dovrebbe uscire dal carcere nel 2013, essendole stata ridotta la pena per buona condotta.

Restano però due punti controversi:
1) se le lettere spedite dall’Europa abbiano davvero influito sulla commutazione della pena di morte in ergastolo;
2) se la commutazione della pena sarebbe avvenuta in ogni modo in seguito alle decisioni della Corte Suprema riguardo alla pena di morte ai minori.

A questo proposito trovo su Google la seguente lettera:

<<PECCATO NON SIA VERO

<Il Resto del Carlino di oggi, 19 ottobre 2007, dedica due pagine al caso di Paula Cooper, l’americana di colore che, quindicenne, fu condannata a morte per il brutale omicidio di Ruth Pelke.
Secondo il RdC la Cooper fu “salvata dal patibolo” grazie all’intervento dell’opinione pubblica italiana ed europea e ai due milioni di lettere che,nel 1988-89, arrivarono al Governatore dell’Indiana. E’ un vero peccato che non sia vero.
La verità dei fatti è che la quindicenne Paula Cooper ebbe la sentenza commutata, dalla Corte Suprema dell’Indiana, il 13 luglio 1989, dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva deciso, con le sentenze Thompson contro Oklahoma del 29 giugno 1988 e Stanford contro Kentucky del 26 giugno 1989, che era contrario alla Costituzione condannare a morte chi avesse meno di sedici anni al momento del delitto. La Corte Suprema dell’Indiana
si limitò quindi a prenderne atto.
Nel caso della Cooper, come in quello più recente di Kenneth Foster, il peso dell’opinione pubblica internazionale è stato pressoché irrilevante e gli sforzi sono stati indirizzati al bersaglio sbagliato: il Governatore.
Occorre invece puntare sull’opinione pubblica americana e occorre farlo con competenza e fantasia.
Claudio Giusti
Scusate, dimenticavo.
Dal 1989 ad oggi le esecuzioni americane sono state un migliaio e non 358,come dice il RdC.
Dott. Claudio Giusti, Via Don Minzoni 40, 47100 Forlì, Italia   e-mail  <giusticlaudio at alice posta.it>
Claudio Giusti ha avuto il privilegio e l’onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International e in seguito è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The Death Penalty. Fa parte del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti.>>

Al secondo punto sollevato in questa lettera, “Secondo il RdC la Cooper fu “salvata dal patibolo” grazie all’intervento dell’opinione pubblica italiana ed europea e ai due milioni di lettere che, nell’88 e ‘89 [qui il RdC sbaglia: dai primi del 1987!], arrivarono al Governatore dell’Indiana. E’ un vero peccato che non sia vero.[…] Il peso dell’opinione pubblica internazionale è stato pressoché irrilevante e gli sforzi sono stati indirizzati al bersaglio sbagliato: il Governatore” obbietto che l’Avv.Touchette, nella lettera riportata, mi chiese espressamente di “ fare ciò che può perché al Governatore Orr continuino ad arrivare lettere” Essendo avvocato di Corte d’Appello doveva sapere quel che diceva. D’altronde non mi è chiaro come sarebbe stato possibile “ puntare sull’opinione pubblica americana” dall’Italia. Per quanto ne so neanche Amnesty, che pure si “appropriò”  del caso, fece niente del genere.
D’altra parte, mentre l’Avvocato Touchette non avrebbe potuto prevedere, due anni prima, le sentenze della Corte Suprema, [giustamente citate], forse sperava, considerando la situazione disperata, di poterne influenzare il giudizio – oltre a quello del  Governatore Orr.
Corte Suprema che, probabilmente, tenne proprio conto anche dell’opinione pubblica internazionale. Tant’è che nella sentenza Thompson vs. Oklahoma del 1988, in cui venne deciso che era contrario alla Costituzione condannare a morte chi avesse meno di sedici anni al momento del delitto, viene scritto: << Relevant state statutes — particularly those of the 18 States that have expressly considered the question of a minimum age for imposition of the death penalty, and have uniformly required that the defendant have attained at least the age of 16 at the time of the capital offense — support the conclusion that it would offend civilized standards of decency to execute a person who was less than 16 years old at the time of his or her offense. That conclusion is also consistent with the views expressed by respected professional organizations, by other nations that share the Anglo-American heritage, and by the leading members of the Western European Community. Pp. 487 U. S. 823-831.>>
[ Rilevanti statuti di alcuni stati – in particolare di quei 18 stati che hanno espressamente messo in discussione la questione di un’ età minima per poter imporre la pena di morte ed hanno uniformemente richiesto che l’imputato abbia raggiunto almeno i sedici anni di età al momento di un delitto che preveda la pena capitale – appoggiano la conclusione che sarebbe offensivo per gli standard civili di decenza eseguire condanne capitali su persone che avevano meno dei 16 anni al momento del delitto.
Tali conclusioni sono altresì consistenti con quelle espresse dalle maggiori organizzazioni professionali, da altre nazioni che condividono con noi la tradizione Anglo-Americana e dai membri più influenti della Comunità Europea Occidentale.]

Piero Colacicchi

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[1] Chi volesse saperne di più sui poteri del Pubblico Ministero negli Stati Uniti può leggere: Angela J. Davis: Arbitrary Justice, the power of the American Prosecutor, Oxford University Press, New York, 2007.Negli USA il P.M. come si sa, è una carica elettiva e, in certe zone o in certi periodi, a chi aspiri a diventarlo o a mantenere il posto,può fare buona pubblicità ottenere la condanna dipersone appartenenti a classi sociali disagiate e problematiche oppure(vedi il caso di Sacco e Vanzetti) a persone appartenenti a gruppi politici mal visti (comunisti, anarchici ecc).

[2] Recentemente, cioè nel 2010/11,alcune trasmissioni TV hanno dato percentuali simili o superiori.

Pubblicato il: 25 maggio, 2011
Categoria: Testi, Testimonianze

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo