Paul Féval – Eugen Galasso



Come sempre, le sciocchezze a proposito di “follia” non mancano mai, anzi. A fianco di chi cerca, legittimamente, di delegittimare il pregiudizio per cui si vuole che la malattia mentale esista, c’è chi invece rimane ancora all’ “old shit” (vecchia cacca, l’espressione è di Marx). Così per esempio il direttore del TG 4 Emilio Fede, il giorno 27.06.20111, quando ha intravisto il solito disturbatore dei TG (non ricordo il nome, ma non ha molta importanza) dietro la giornalista che riferiva sulla manovra economica, allora in fieri, ha inveito, lui in genere “controllato”, sbraitando e sostenendo che “I matti vanno in manicomio!”.  A parte che non vogliamo “matti”, creazione socio-culturale, rimane il fatto che i manicomi, caro Fede, almeno teoricamente non ci sono più e in pratica vogliamo levarli tutti.  Ma anche a livello “alto”, commentando il romanzo dell’Ottocento “La ville-vampire” (La citta-vampiro) di Paul Féval, Ornella Volta e Valerio Riva, scrivono che”invecchiando, Paul Féval provò l’inopinato bisogno di una conversione religiosa e si mise in testa di levare dalle sue opere ogni dettaglio che avrebbe contraddetto  il suo nuovo fervore spirituale. L’impresa, come anche, contemporaneamente, alcuni infortuni  finanziari, lo condussero alla follia” (“Histoires des Vampires”, Paris, R. Laffont, 1961, p.310). Non voglio entrare in polemica con i curatori, di cui Valerio Riva è scomparso nel 2004, come apprendo da internet, ma sottolineare il fatto che  parlare di “follia” per un comportamento e atteggiamento diverso , “inopinato”, appare assurdo. Legittimo parlare  criticamente di “conversione”, anche se poi su ciò si hanno molte polemiche: la conversione porta alla “follia”? Il non credente Jung credeva il contrario, per fare solo un esempio, ma poi, che cosa s’intende per “follia”?  Qualcosa di diverso, di “inopinato”? Allora è l’irruzione del “Perturbante” e quindi dovremmo salutare ciò che si definisce come tale, che ci toglie dal consueto, dall’ovvio. Quanto poi alla volontà degli scrittori, grandi e minori, di cambiare le proprie opere quando arrivano alla fine o quasi, ciò è mal comune: almeno da Virgilio in poi, di cui si dice che volesse bruciare le proprie opere a Kafka, che voleva distruggerle (le salvò l’amico e curatore delle opere, Max Brod, come lui Ebreo e Cèco), qualcosa di simile si sviluppa, in letteratura e non solo. Una “metànoia” (non solo=”conversione”, ma anche “mutamento radicale di atteggiamento”, che può sconcertare chi, in modo almeno “dozzinale”, scomoda “follia” et similia.   Del resto, senza voler entrare troppo in merito, il romanzo di Féval è, se non un capolavoro (direi decisamente di no), un’opera di  grande intelligenza, che satireggia il genere “vampiresco”-fantastico (di mira è la scrittrice Ann Radcliffe, di cui si citano “I Misteri di Rudolpho”, ma si arriva anche a metterla in scena…), de-costruendolo e ri-costruendolo… Gioco a scatole cinesi, fantasie molto francese , con tante variazioni sul tema… Opera d’intelligenza, non certo di f…(follia?… “Dettagliare, prego!”, vien da dire). I Francesi che si burlano dello scomodo vicino/rivale inglese: da Jeanne d’Arc in poi, anzi da quando i Normanni non riuscirono a imporre il francese come lingua nazionale in Great Britain. Tutto nei clichés e nei parametri, come anche l’opposizione Inglesi/Irlandesi (che purtroppo nel tempo ha fatto scorrere tanto sangue), come altro ancora, le divagazioni su Italia, Olandesi etc.    Un libro, eventualmente, da rileggere, dunque, non da buttare e stigmatizzare; che poi Féval si sia “stufato” di un genere, che abbia voluto canalizzarsi su altro, va bene, ma…  

Eugen Galasso

Pubblicato il: 24 ottobre, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo