Su Enzo Mazzi – teologia della liberazione – Eugen Galasso


Enzo Mazzi, uomo, “cristiano ribelle”, il parroco “altro” (da non confondere con il quasi omonimo Antonio, onnipresente in TV, dicono), che nel quartiere più povero ed emarginato di Firenze, l’”Isolotto”, di emigrati dal Sud Italia un tempo, oggi, però, da ogni parte del mondo(“extra-comunitari”, con tutte le zeppe razziste che i pregiudizi portano con sé), aveva saputo creare una comunità viva, fuori dai “sacri tempi” e “sacri luoghi” (cito da Walther Kern, teologo cattolico neppure “radicale”) e dai sacri recinti, portando una visione a-clericale nel cristianesimo. Da quando il cardinale Florit lo sospese a divinis (su ciò cfr. anche in Pio Baldelli, “Informazione controinformazione”, Milano, Mazzotta, 1976) si dedicò con intelligenza anche alla teoria, dedicando due preziosi volumi a Giordano Bruno e a Gerolamo Savonarola (entrambi Roma, Manifesto Libri), intervenendo con intelligenza su tante questioni spinose del nostro tempo, dalle questioni di bioetica e biopolitica a quelle del carattere storicamente condizionato dei Vangeli. Vero grande Fiorentino (partecipe totale alla vita della città) non sempre ricambiato, ci ricordava sempre che la città internazionale che vive di turismo ha in sé dolore, miseria, sofferenza, lo voglio però ricordare, per il sito del “Centro”, soprattutto come vero partecipante “empatico”, qualcosa che molti noi, che svolgono professioni d’aiuto, dovremmo imparare sempre (parlo per me, che spesso forse empatico non lo sono abbastanza, ma “freddo”, come una volta m’ha detto una coreografa messicana, ma in contesto extra-lavorativo). Un’empatia, la sua, cioè la capacità di entrare veramente in contatto con l’altro, senza interferire, senza arrivare a piangere con lui/lei.  Nel 1988 l’avevo conosciuto e frequentato, con grande profitto, devo dire, non parlo quindi “per sentito dire” o per mero studio e “sapienza appresa”. Una politicità la sua, come quella di tutta la teologia della liberazione, mai assemblata a un partito o irreggimentato nello stesso.  Oggi, sulle sue orme, don Santoro e speriamo che… la posizione del cardinale Piovanelli, rispetto a quella del Florit di cui narrano cronache e storie (si veda anche nel citato libro di BaldellI) sembra relativamente aperta, ma “mai fidarsi di un prete” come, credo nel 1968, disse a Giorgio Antonucci in Sicilia, quando erano entrambi impegnati nel volontariato dopo un terremoto. Enzo aveva involontariamente schiacciato gli occhiali di Giorgio, come il nostro carissimo mi raccontava. Ma ora vorrei che proseguisse il mio caro amico…

Eugen Galasso

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Giorgio Antonucci

Castelvetrano di Sicilia nel Gennaio del 1968.

Una giovane madre, con il bambino appena nato, voleva sapere se era meglio dormire in casa con il pericolo del crollo per terremoto o fuori della casa con il pericolo del freddo.
In tali circostanze ho conosciuto Don Enzo Mazzi che veniva col “Servizio Civile di Firenze” con me e
con altri volontari tra cui Alberto L’Abate pacifista.

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Giorgio ricorda, con esattezza, l’evento e la circostanza, dove ricorda anche Alberto L’Abate, sensibile nonviolento e teorico della nonviolenza, dove la nonviolenza è anche pratica importante di accettazione dell’altro, non giudicandolo, non”dannandolo”, anche quando qualcosa di lei/lui può disturbarci, molestarci, risultarci poco piacevole.  Ciò che anch’io, modestamente, come reflector, cerco di fare o almeno ci provo.  
Eugen Galasso

Pubblicato il: 25 ottobre, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo