E’ dannoso studiare o leggere? – Richard Matheson – Eugen Galasso


In “Lui è leggenda”,  recente antologia mondadoriana (a cura di Christopher Conlan, Millemondi, n.57, novembre 2001), volume di omaggio a Richard Matheson, tra i tanti testi proposti, variazioni sul tema dei classici (sia racconti, sia romanzi) di Matheson, maestro del fantastico, si trova anche un racconto di John Shirley, meno che sessantenne autore di Houston, Texas, noto per vari romanzi, racconti, sceneggiature per film e telefilm. Il racconto, in italiano, si chiama “Due spari dalla galleria Fly’s” e parte dal romanzo mathesoniano” Appuntamenti nel tempo”: ma il bel racconto sul “viaggio nel tempo”, che intelligentemente evita di spiegare in dettaglio “macchina del tempo” e simili ovvietà (da H.G.Wells in poi sappiamo tutto, di quella storia…), concentrandosi invece sul punto di partenza della cosa: il protagonista, storico dell’epopea western, si innamora della bisnipote di un eroe (anzi “pistolero”) di quell’epoca e per  salvarne i rapporti familiari, con un padre assente etc., si proietta nel tempo passato per evitare la morte del famoso “bandido”,  iniziatore della catena di tanti padri assenti. Psichiatria all’americana, come descritta da Woody Alllen? Sì, purtroppo sì e Shirley, perché la cosa non è importante nell’economia del racconto, sorvola, pur narrando la diagnosi: il fantomatico dott. Hale Vennetty, che pare un seguace (andato a male, però) della teoria psicanalitica del “grido primario”, per cui ci si libererebbe dal peso  delle proprie nevrosi gridando come all’inizio della  vita, rimanda tutto alla sindrome abbandonica, per cui Becky, l’amata di Bill Walshoe, l’eroe della storia, sarebbe stata “resa depressa” dalla catena di abbandoni in famiglia… Nessuna possibilità terapeutica, stando a mister doctor  Vennetty, salvo “forse tentare l’elettroshock” (op.cit., p.89). E la vicenda è ambientata negli anni 1970, 1975 o ’76, stando a indicazioni dell’autore. Epoca di grandi rivolgimenti anche medici e “psichiatrici”, ma… Shirley bypassa la cosa, senza approfondirla, nell’economia del racconto, senz’altro…e c’è di peggio: Becky è un’accanita lettrice di Sylvia Plath, della sua “Campana di vetro” ed ecco l’osservazione di Bill (speriamo che qui l’autore non si identifichi con il personaggio…) : “Leggere “La Campana di vetro” più di una volta dovrebbe essere considerato un segnale d’allarme, nei libri di psicologia clinica” (p.88, op.cit.). Eh! no, qui proprio non ci siamo: chi “non va a  donne” è frocio oppure depresso, chi preferisce la lettura e lo studio agli sballi è “depressa/o”? I pregiudizi inveterati, che, a quanto pare, flower power e punk (anni fa l’autore era leader di una band “punk”) non hanno cambiato molto oppure… semplicemente la “pazzia” o il suo surrogato, la “depressione”, sono un buon vettore narrativo, senza che ci si interroghi sul perché, il per come etc. Un po’di superficialità, quantomeno, dove il principio del “primum non nocere”, che sarebbe un obbligo per il medico, ma diremmo per tutti gli operatori in professioni d’aiuto (e anche lo scrittore può esserlo), non viene per nulla rispettato, dando per scontato ciò che non lo è: “pazzia”, “depressione” e tutta la catena infame di pregiudizi che la cultura (in accezione antropologica, è chiaro) si tira  dietro per non approfondire le cose.

Eugen Galasso

Pubblicato il: 3 dicembre, 2011
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo