“FOUCAULT” E L’ANTIPSICHATRIA – Eugen Galasso



Sapevamo che Michel Foucault , con l’”Histoire de la folie è l’age classique” (storia della follia nell’epoca classica, in italiano) aveva fatto da antecessore, da “apripista” esterno (antropologo, storico, filosofo, comunque si voglia considerare il più grande pensatore del Novecento, almeno per molte persone). Se consideriamo che la prima edizione dell’opera nell’originale francese è del 1961, bisognerà pur riflettere sul fatto che Ronald Laing, solo di un anno più giovane di Foucault (1926, data di nascita di Foucault, mentre Laing è del ’27) scrisse “The divised self” (L’Io diviso) già nel 1955, da giovanissimo, ma partendo da un’impostazione teorica totalmente differente (in Laing: la psicologia esistenziale di Biswanger e di Jaspers). Ma prima di Laing assolutamente nulla. Né i contributi di Franco Basaglia (nato nel 1924) sono importanti, prima di metà anni Sessanta. Ora, in questo “Le beau danger” (Paris, Ehess, ossia Editions de l’Ecole des hautes études en sciences sociales, 2011), testo inedito in italiano,  che recupera un’ intevista con il filosofo con il grande poeta Claude Bonnefoy (definiamolo approssimativamente così) Foucault, troviamo non la ripetizione di concetti espressi nelle opere, ma una ridefinizione di approcci alla scrittura e il chiarimento di punti di partenza. Molto “timido” e prudente, Foucault rivendica però i concetti di quell’opera ripresi poi sempre.  Ecco un estratto dall’opera (conversazione, ma è comunque un’opera) citata:  (qui Foucault, figlio e nipote di medici, anche chirurghi “prende posizione”, si rapporta cioè al problema: “La psichiatria aveva uno statuto molto particolare, a dire il vero uno statuto peggiorativo. Perché? Perché per un vero medico, per un medico che cura i corpi, a maggior ragione per un chirurgo che  li apre, è evidente che la follia sia una “cattiva” malattia (correttezza vuole che io precisi che le virgolette sono mie, E.G.).  E’ una malattia che, per esprimerci all’ingrosso, non ha sostrato organico e in cui un buon medico non può riconoscere un sostrato organico ben preciso. In questa misura, si tratta di una malattia che gioca uno scherzo al vero medico, che scappa alla verità normale (anche qui ci sarebbe da virgolettare, ma…, E.G.). E’, di conseguenza, una falsa malattia ed è prossima a non essere una malattia per nulla. Per arrivare a quest’ultima conclusione, che la follia è una malattia che pretende di essere tale ma che non lo è, non c’è che una piccola distanza da superare… Se la follia è una falsa malattia, allora che cosa dire del medico che la cura e che crede che non sia una malattia?  Questo medico, cioè lo psichiatra, è necessariamente un medico dileggiato, che non sa riconoscere che ciò con cui ha a che fare non è una vera malattia, dunque è un cattivo medico e, dunque, a dire il vero, un falso medico. ..”(op. cit., pp.43-44). Credo che queste riflessioni di un grandissimo pensatore, di una persona estremamente intelligente, non solo di un “intellettuale” (riprendo la distinzione non peregrina ventilata da alcune persone “fuori quota”-Juliette Greco, inter  ceteros, dove temo fortemente di dovermi mettere tra i secondi…) ci spieghino le aporie di una concezione della “malattia mentale” che, da un lato vuole affermarla come realtà di malattia, dall’altra non ne conosce-riconosce eziologie organiche e quindi entra in un paradosso dove l’unico motivo per affermare che la “pazzia” esista è la conservazione di poteri (quello medico-psichiatrico, quello della chiesa “una santa, cattolica, apostolica” gerarchiamente intesa, che deve affermare, pena sua sparizione che i “pazzi”, come gli “eretici”, i “reprobi” esistono). Tutti  concetti che, mutatis mutandis, troviamo negli approcci a-psichiatrici, anti-psichiatrici, che anche recentemente Giorgio Antonucci ha ribadito, da altri punti di vista anche diversi, giungendo però ad analoghe conclusioni. 

Eugen Galasso  

Pubblicato il: 31 gennaio, 2012
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo