Lucio Dalla – Eugen Galasso


Lucio Dalla, scomparso da poco più di una settimana in Svizzera,  era personaggio “a sé”: musicista senza studi particolari, era eccelso suonatore, improvvisatore ma anche compositore notevolissimo, capace di contaminare jazz, rock, pop, musica classica, opera, tutto con risultati oltremodo apprezzabili. Come poeta, era un “visionario” surreale (ma non “surrealista”), a modo suo “geniale”, che dopo aver collaborato con un’intellettuale (archeologa ma anche poetessa) come Paola Pallottino e un poeta “a 360°” quale Roberto Roversi, si è espresso quale “cantautore” autonomo, estremamente creativo, mai prigioniero di mode e schemi ricevuti. Cantante originalissimo (sue le voci “in falsetto” ma non solo, anche prima di essere cantante, narrano, ormai più delle cronache, le storie; suo, ancora,  lo slang-patois-argot para-inglese nella canzone della finta intervista con l’avvocato Gianni Agnelli), era un vero attore (e difatti, come tale, era andato vicino a un premio al festival di Venezia, in un vecchio film dei fratelli Taviani), un “irregolare”, non schierato-irregimentato politicamente, un “outsider” di qualità, una persona di  veri e profondi interessi culturali, dove una psicoanalisi d’accatto direbbe “per compensare le carenze accumulate durante i suoi studi irregolari”. No, lo assicura chi scrive, che lo aveva intervistato, allora pivellino, a metà anni Ottanta, Lucio Dalla si interessava alle grandi mostre  sull’espressionismo europeo, era cultore-collezionista d’arte.  Ma ciò che interessa il nostro “Centro di relazioni umane”, a parte la considerazione finale, è altro: un artista come il grande Bolognese scomparso, se non avesse avuto l’opportunità di esprimersi creativamente, da gay discreto e rispettoso quale era, avrebbe forse avuto “problemi”. Procedendo induttivamente (degli esempi a una riflessione generale, Aristotele ma anche altri avrebbero detto dal particolare all’universale) vorrei accostare a Dalla un’altra esperienza che, credo chiarifichi/spieghi la prima, quella di David Bowie, quella di suo fratello che, con psiconalisi spicciola ma non troppo, potremmo definire suo “alter ego”.

Come ricordava una decina d’anni fa David Bowie, che pure accettava le logiche di potere a proposito di psichiatria “mio fratello gemello è schizofrenico, perché non ha potuto esprimersi creativamente; avesse avuto la mia fortuna, di essere attore e cantautore, forse starebbe meglio. Se io non avessi fortuna nello spettacolo, sarei quasi certamente come lui” (cito a memoria, ma il senso è questo). Ora, ribadendo che per noi “schizofrenico” non vuol dir nulla, è mera descrizione della nosografia ad uso degli psichiatri, non descrive alcuna qualità della persona,  senz’altro chi è stato in “casa di cura” o in manicomio (la prima è espressione eufemistica-edulcorata), la seconda rende ragione , in  modo più realisticamente crudo, della cosa, ha sofferto di deprivazione sensoriale, di mancanza di libertà, che è anche, semplicemente, quella di muoversi e fare cose del “tran-tran” quotidiano, ma anche di deprivazione creativa: c’è chi colleziona francobolli o altro, chi suona o compone musica, chi scrive poesie, racconti, saggi storici etc., chi danza, fa teatro, cinema, altro ancora, chi ama enigmi e cruciverba (pur se qui, nell’ultima attività citata,  siamo tra ambito logico-deduttivo/pensiero convergente e pensiero divergente-creatività); né importa tanto che lo si faccia amatorialmente o a livello professionistico (“In qualche modo siamo tutti dilettanti; non si vive abbastanza per divenire professionisti”: questa l’opinione non peregrina di Charles /Charlie Chaplin), il punto importante, in questa sede, è ribadire che chi è considerato (sempre a torto )”paziente psichiatrico”non ha alcuna libertà di muoversi, agire come vuole, gestire il suo tempo e quindi non ha modo di realizzare la propria vita. Personalmente non credo che “Faber est suae quisque fortunae” (ognuno è artefice della propria sorte), perché sulla vita-esistenza di ciascuno influiscono fattori estranei alla nostra volontà e libertà; ma certo un conto è godere della propria libertà, un altro è vedersela conculcata, causa magari TSO o somministrazione indotta-forzata di psicofarmaci. La situazione psichiatrica è sempre anti-libertaria, in senso profondo e letterale.

Eugen Galasso

Pubblicato il: 13 marzo, 2012
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo