Thomas Szasz in memoriam – Eugen Galasso


“La norma è una ragazza che abita a Brooklyn”: questa la risposta fuliminante data da Tomas Istvan Szasz (poi anglicizzato in Thomas Stephen Szasz), antipsichiatra e filosofo,  a chi gli chiedeva di definire che cosa sia la norma. Credo sia una frase esemplare del suo modo ironico (la tradizione yiddish era ben presente a Tomas, ebreo ungherese, nato a Budapest nel 1920, venuto negli States con la famiglia nel 1938, laureato in fisica e in medicina, docente per anni – fino al 1990 - di psichiatria all’università di  New York), autore di opere formidabili e assolutamente cruciali quali “Il mito della malattia mentale”,  “Schizofrenia. Simbolo sacro della psichiatria”,  “Il mito della psicoterapia”, “Legge, libertà e psichiatria” (per citarne solo alcune delle più famose, la bibliografia di Szasz implicherebbe pagine intere, già da sola, di per sè). Credo si crei, con Szasz, un vero “spartiacque” tra le concezioni dominanti “prima” (anche se, in realtà, incrinate ab ovo, fin dall’inizio) e quelle affermatesi “dopo”:  un comportamento, anzi diremmo meglio modalità di comportamento “disturbanti” (che cioè disturbano il “buon senso” piccolo-borghese e borghese, la morale introiettata etc.) vengono tout court classificate quali “malattie mentali” e quindi “sanzionate” da un “Therapeutic State”, da uno Stato terapeutico, da uno Stato “teocratico” ma “laicizzato” che condanna chi “sgarra”, ossia chi non vuol “portare le catene” del buon senso e della morale correnti, appunto…  Una malattia, in quanto tale, dovrebbe essere, ci dice (e soprattutto dice “loro”, cioè ai “padroni della psichiatria”) Szasz, dev’essere “misurabile” (in termini, evidentemente “quantitativi”) e “verificabile” (ossia, per es., osservabile/ verificabile post mortem), dove, chiaramente, funzionano i criteri epistemologici affermatisi da Bacon e Galilei, più ancora da Newton in poi, che hanno influenzato quelle rotture epistemologiche (un termine che, mutuato dall’epistemologo Thomas Kuhn, che parla di “slittamenti di paradigma”, viene assunto e reso canonico da Louis Althusser nelle sue opere, dedicate però alla filosofia di Marx, riscontrata soprattutto nella grande opera economica, “Lire le Capital”, “Leggere il Capitale”). Se Cesare Lombroso era convinto di ritrovare alterazioni fisiologiche nella conformazioni craniche dei “folli” (artisti, intellettuali, possono solo essere “folli”, cioè superiori di qualche gradino) e dei “pazzi” (di rango inferiore) e se concezioni simili dominavano il meccanicismo dominante nell’Ottocento, tale concezione s’era poi persa, in quanto si era rivelata clamorosamente fallimentare (il che non toglie che, qua e là, risorgano neo-lombrosiani, come risorgono “neo-qualcosa” in ogni luogo e in ogni tempo), oggi anche proprio il “cimento”, ossia l’osservazione e la verifica, meglio la “falsificazione” (Karl Raimund Popper) dimostrano che nulla distingue i cosiddetti “malati psichici” dai “sani”, il che prova a fortiori l’assunto di Szasz. Szasz, libertario, senza essere per nulla favorevole all’uso delle “droghe”, riteneva che il “proibizionismo” dominante a riguardo in quasi tutto il mondo fosse deleterio, inducendo a un consumo immotivato, creando della “droga” un mito come succedeva/succede con la “malattia mentale”.  Né Szasz è mai rimasto nel’”Olimpo” della teoria, divenendo, anzi un combattente per la libertà: costituendo la Citizen Commission on Human Rights (Commissione civica per i diritti civili), emanazione (non diretta, però, non dipendente, insomma, trattandosi di un’associazione laica) della “Scientology Church”, ha fatto in modo che si possano segnalare i casi di “violenza di Stato” sulle persone, quelli che a livello italiano (altrove il termine che designa la cosa è differente, il senso però lo stesso) si osservano nei casi di “TSO” (trattamento sanitario obbligatorio), quando una persona viene costretta a ricoverarsi nel Reparto Psichiatrico di un Ospedale, con conseguente “somministrazione” di “tecniche psichiatriche” quali elettroshock e, nel migliore dei casi, psicofarmaci “a volontà” (ovviamente degli psichiatri, però). La teoria e la prassi di Szasz rimane un punto di partenza (e finora d’arrivo) assolutamente insostituibile e inarrivabile, il che non vuol dire trascurare altri apporti fondamentali.  In Italia, però, il dott.Giorgio Antonucci a livello operativo e teorico (le opere di Antonucci, oserei dire, partendo da un background intellettuale, culturale, esperienziale diverso ma convergente con l’esperienza di Szasz, tanto che in due occasioni, a Milano nel 1997 e nel 2003 a Los Angeles Antonucci ha ottenenuto riconoscimenti dalla citata “Commission”, compreso quello del 2005 per “meriti eccezionali nella lotta contro lo Stato terapeutico”, nel quale o meglio attraverso il quale emerge un’affinità, anzi una vera sintonia nel pensiero e nella sua formulazione tra i due operatori e studiosi, non sono meno importanti anche se numericamente finora minori di quelle szaziane) e in genere il “Centro di relazioni umane”, coordinato dalla dottoressa Maria Rosaria D’Oronzo fanno un lavoro non meno importante, tenendo alto il ricordo (ora recente, essendo scomparso il grande antipsichiatra lo scorso 8 settembre) di Szasz.

Eugen Galasso

Pubblicato il: 13 settembre, 2012
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo