O.P.G.: quale prevenzione? – Eugen Galasso



Recensendo un libro di Adriana Pannitteri sugli OPG (di cui apprendiamo che non verrano chiusi se non tra un anno, causa impossibilità di individuare strutture sostitutive… Come sempre in questo paese le emergenze si rimandano sine die, ad calendas graecas!), la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg , attiva a Roma e docente all’università di Chieti, afferma: “La malattia mentale esiste, ma nella psichiatria la parola”malattia”indica la mente, non il cervello. Chi parla di “malattia mentale” non segue necessariamente un’impostazione organicista (secondo la quale i disordini della mente derivano dal malfunzionamento del cervello). Perciò fare diagnosi di malattia della mente non significa condannare il malato e non c’è bisogno di rifugiarsi nell’idea di una sua mera “diversità”"(ne “L’Unità”, 7 marzo 2013, p.22). Affermazione apodittica, pur se l’autrice riconosce non la non assimilabilità tra mente e cervello. Poi, anche per allontanare, criticandolo e superandolo,  lo stigma della malattia, la Homberg riporta due esempi: quella di una donna “dimenticata” in manicomio per trent’anni e ridotta a una larva e quella di una sua zia, colpita dallo stigma di cui sopra, appunto quello della “pazzia”. Ma, criticando il fatto per cui “nella psichiatria progressista di tutti i paesi europei si vada da un estremo all’altro”, la dottoressa Annelore ribadisce che “in una certa percentuale, nella malattia mentale esiste la pericolosità per sé e per gli altri”. Ben diversamente argomenta (a ragione) il nostro dottor Giorgio Antonucci, che nei suoi interventi clinici e teorici dimostra come ciò non sia assolutamente vero: tesi, tra l’altro, confermata dalla statistica, che invece rileva come le motivazione della pericolosità (violenza) sia da ricercare invece nella disperazione sociale/alcolismo, nella criminalità organizzata, nell’eccesso(strumentalizzato  ad hoc dai diversi poteri -venerdì 22 marzo è in programma la partita di calcio tra Serbia e Croazia…) del tifo sportivo. Ancora: “Se dovesse prevalere una visione (non estranea alla “riforma Basaglia”) che nega la malattia mentale negando anche la violenza che essa può comportare, c’è il rischio che non si vada oltre l’assistenza. Prevarrebbe una visione positivistica nella quale il massimo traguardo cui i pazienti possono ambire è un certo grado di inserimento sociale, e non il recupero delle loro capacità di sentire, provare affetti, pensare e relazionarsi liberamente.”. In conclusione del suo articolo (che è solo in parte una recensione) la professoressa Homberg teorizza la prevenzione, senza precisare bene che cosa intenda come tale; ma, vista la sua posizione precedentemente espressa, anche con ampio ricorso a citazioni tratte dal testo, l’idea di “prevenzione” non rassicura:  ci sarebbe il rischio di un controllo sociale sulle menti e i suoi cuori delle persone, soprattutto di quelle considerate (ma da chi? Chi sarebbero coloro che verrebbero nominati quali “valutatori”, in base a quali criteri? Gli psichiatri, magari…) “potenzialmente pericolose”.  Altro che Basaglia. Qui si andrebbe verso una lettura neo-conservatrice di Basaglia (che comunque, con tutti i suoi limiti, individuati anche da Antonucci, ma in ben altro senso… era altra cosa e si infurierebbe giustamente a sentire simili proposte), decisamente inaccettabile.

    
Eugen Galasso

Pubblicato il: 9 aprile, 2013
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo