Cervello, psiche, anima – Eugen Galasso

Si riapre un discorso sull’ “anima”, termine controverso, anche perché troppo connotata in senso religioso e metafisico. Nella cultura ebraica (Antico Testamento), per es., di “anima”, propriamente detta non si parla (in ebraico è “néphèsh, “soffio vitale”, che non ha la connotazione dell’ “anima” proriamente intesa), mentre è poi un termine greco (psychè, da cui anche, con notevoli slittamenti semantici, deriva “psiche”…) a”fare la differenza”…Ma se per “anima” intendiamo l’Ego, la coscienza (eventualmente supportata quanto fecondamente “minacciata” da quel coacervo di impulsi, istinti, sensazioni ed emozioni che la psicoanalisi chiama “inconscio”, interpretandolo variamente), allora sappiamo che quanto intendiamo per “cervello” non può fare tutto, ossia non può determinare tutta la vita psichica… Nel XVIII° secolo, un chirurgo e pensatore radicalmente materialista e meccanicista, Cabanis, affermava: “L’anima, io non l’ho trovata sotto il mio scalpello”,

ma ciò non implica automaticamente e necessariamente che essa non esista. Le nostre decisioni razionali, ma anche il come gestiamo le nostre passioni, derivano certamente da una “centrale”, che è ciò che chiamiamo “anima”.  Ammettendo, pur se sempre solo come “ipotesi di lavoro”, l’esistenza dell’anima (=psiche), fatalmente correlata al corpo (lasciamo perdere lo “spirito”, altra dimensione che non tutte le persone ammettono come esistente e come dimensione a sé stante, differente dall’ “anima”, dalla “coscienza”), pur se sempre come elemento di contrasto (ex.: la coscienza vuole/vorrebbe volare, il corpo frena perché non può, ecco allora che anche la “coscienza” si rende conto che la cosa non è possibile). Prescindo qui da ogni considerazione metafisica e/o religiosa, quindi “de immortalitate animae” etc.  Se il concetto di anima è accettato dagli psicologi della “terza ondata” o, per esprimersi diversamente, dalla psicologia umanistica (Ken Wilber e altri), se essa è fondante del pensiero psicoanalitico di Carl Gustav Jung, oggi. Oggi che conosciamo la teoria dei “tre cervelli” (Mc Lean e Laborit), che cioè sappiamo che dal cervello meramente “rettiliano” si passa a quello della “Neocorteccia”, quindi dalla mera Istintualità alla Ragione anche più astrattamente intesa,  sappiamo anche che, per es., anche pazienti in stato neurovegativo o di “risveglio non rispondente” (a stimoli esterni), “che possono ancora “intendere ” la musica e mostrare una certa attività  a livello di corteccia primaria, tale attività rimane isolata e non viene comunicata alle aree cerebrali”(Vanessa Charland-Verville, neuropsicologa, ricercatrice all’università di Liegi). In altri termini, le attività cerebrali (non ancora determinate con esattezza, nonostante l’indubbio progresso, continuo, delle “neuroscienze”) non possono determinare totalmente, come un fenomeno A che implica un fenomeno B, ossia che ne è causa, i processi dell’ “anima”. Ecco allora che la psiche non è legata sic et simpliciter alla meccanicità dell’attività cerebrale, che quindi è assurdo intervenire, come fa la psichiatria, sul cervello inteso come semplice parte del corpo umano per modificare (e poi , perché modificarlo?) il comportamento umano, quale specchio della psiche, qualunque cosa si intenda con questo termine.

Eugen Galasso  

 

Pubblicato il: 6 giugno, 2013
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo