“Premio Giorgio Antonucci” in concomitanza spettacolo “Libere donne di Magliano” – Eugen Galasso



Nel giorno in cui Firenze celebrava, inter cetera, il quarto premio Giorgio Antonucci, in un teatro neppure periferico, anzi, quello delle Laudi, proponeva, per la realizzazione della Fondazione Mario Tobino e dell’”Associazione compagnia italiana”, “Le libere donne di Magliano”, dall’omonimo libro biografico e autobiografico (come quasi tutte le opere di Tobino, peraltro) Mario Tobino (1910-1991), psichiatra e direttore di manicomi (sì, così, va bene anche la parola, che egli stesso usava), scrittore e poeta, viareggino, che accettava in pieno, anche in epoca basagliana e di David Cooper e di Roland Laing, di Felix Guattari (con tutte le sue contraddizioni, certo) etc., la psichiatria classica, dai “fondamenti” (si fa per dire, qui Giorgio Antonucci, insieme a Thomas Szasz e pochi altri, ha fornito molto materiale per una seria decostruzione epistemologica) molto contaminati anche in senso organicistico (la psicofisiologia dominante), dove la comorbidità (presenza di altre malattie, meglio di sindromi)gioca un ruolo fondamentale. Mai una parola contro la concezione classica della psichiatria, da parte di uno scrittore-poeta (di indubbio valore, come tale), che non era un teorico né voleva esserlo, ma che, con il ruolo che ricopriva, avrebbe potuto fare molto per “stanare” la psichiatria e i gravissimi danni da essa indotti. Il torto dell’Associazione compagnia italiana? Nessuno, essendo eccelsa la regia di Andrea Buscemi e anche l’interpretazione di Livia Castellana, ma è l’operazione ad essere, a suo modo, “pericolosa” o almeno discutibile: un avallo sostanziale all’ideologia (nel senso marxiano e sociologico – Max Weber, in primis – di “falsa coscienza”) psichiatrica. Poi c’è l’umanità (qualcuno ne dubita, ma non saprei distinguere tra quanto tramandato e tali critiche) di Tobino uomo e medico (purtroppo anche psichiatra…), la sua aspirazione “ad maiora”; all’altezza, in una visione anche “cristiana” delle cose, ma, in qualche modo “il prodotto non cambia”, quello cioè per cui il manicomio, magari con un po’ di umanità in più (le beffe, oltre al danno) è bene che  esista.
Eugen Galasso  

Pubblicato il: 21 dicembre, 2014
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo