Sul lungo articolo di Mathilde Goanec:”Fous à délier” – Eugen Galasso -


La giovane e valida giornalista francese Mathilde Goanec, direttrice, tra l’altro di “Alimentation générale”, ha scritto un lungo articolo su “Fous à délier” (Matti da slegare) (in “Le Monde diplomatique”, janvier-gennaio 20015, p.16-cito dall’edizione francese, non consultando mai quella italiana, diversa almeno in un certo numero di pagine e settori), dove già la citazione del titolo contiene, però, un’inesattezza fattuale: il filmn”Matti da slegare”, citato anche in italiano dell’autrice, è del 1975, è, come giustamente ricorda di Marco Bellocchio, ma anche di Stefano Agosti, Stefano Rulli, Sandro Petraglia.  Chi scrive ha dovuto documentarsi in merito, non avendo mai visto il film in questione, avendone solo letto, soprattutto in occasione di passaggi in TV sempre persi, anche perché il film viene proposto quasi sempre di notte, non essendo “commerciale”. Ma veniamo al tema vero, ossia alcune inesattezze più gravi, pur considerando il testo complessivamente valido, non fosse che per il fatto di ridare voce a una problematica dimenticata: A)la Goanec parla di Basaglia definendolo “la figura maggiore (più rilevante) della “psichiatria alternativa europea”. Forse ciò può esser vero se riferito agli effetti (Iegge Basaglia, che peraltro, come ci ricorda sempre Giorgio Antonucci, che c’era, Basaglia non voleva, almeno non in quella forma, non così formulata) non di per sé: come teorico, Basaglia non è superiore a Laing, a Cooper, a Deleuze e Guattari, a Szasz (che però è americano, pur se di origini europee-ebraico-ungheresi), a Antonucci. E’ invece esatto dire, come l’autrice fa,  che “marcato da quest’esperienza (la reclusione, alla fine della seconda guerra mondiale, a causa della sua “prossimità” con un gruppo antifascista), non ha cessato di lottare contro la reclusione”, ma anche che “egli rifiuta tuttavia (pur se influenzato dalle teorie di Foucault e Fanon sulla critica alle istituzioni totali e sul colonialismo, e.g.) di iscriversi nel movimento dell’antipsichiatria” (ma qui ricordare Szasz e Antonucci non sarebbe stato opportuno, per non dire di Laing e Cooper, essendo più complesso e contraddittorio il discorso per Deleuze e soprattutto Guattari?). Un’altra affermazione, quasi nell’incipit del testo, è poi ambigua, anche se di per sé esatta: è vero che “l’ospedale psichiatrico italiano era stato per molto tempo una terribile macchina di reclusione…molto lontana dai sistemi francesi o britannici, dove già iniziavano a profilarsi soluzioni alternative alla reclusione”: vero, ma ambiguo, se detto così.

La vergogna dei manicomi è certa, ma non è che in Francia e in Gran Bretagna tutto fosse “d’oro”, altrimenti che senso avrebbero avuto le critiche citate di Deleuze, Guattari (ma cfr.sopra), di Laing, Cooper, del meno noto ma collaboratore fondamentale di Laing Roland Esterson? Le alternative, in tutta Europa, erano scarse, in certi paesi lo sono tuttora, come dimostra la “civile e democratica ” (beh, insomma…) Austria che pratica ancora, quasi senza messa in discussione, l’elettroshock. Ma anche in Italia esistono ancora cliniche private ma non solo anche  strutture pubbliche, id est reparti psichiatrici di vari ospedali, dove vengono ancora praticati “tranquillamente” metodi come elettroshock, contenzione, uso massiccio e abuso di psicofarmaci, comunque sempre il TSO. Vero che per Basaglia, di cui la Goanec  cita alcuni testi, non c’è relazione terapeutica possibile che con un malato mentale “libero”, ma già qui  si nasconde “il verme nella mela”: per Basaglia la patologia esiste (l’autrice lo dice: “senza negare la patologia”), pur se “voleva mettere la malattia tra parentesi”.   In questo modo, però, si ammmette l’esistenza di una qualche forma di disturbo mentale, parlo in specie per l’oggi dell’autrice, senza vagliare la possibilità che questo postulato (assunto a priori) possa essere messo in discussione, come invece in Thomas Szasz e in Giorgio Antonucci. Sorvoliamo su alcune critiche, certo fondate, che la Goanec riporta, di Jean Oury (1924-2014), psichiatra alternativo e fondatore de “La Borde”, “clinica alternativa”, su certe compromissioni politiche degli “psichiatri alternativi” francesi e italiani con le amministrazioni locali, segnatamente, per l’Italia, di Parma (PCI, all’epoca di Basaglia) e di Trieste (DC, sempre all’epoca). Vero, ma qui il problema è, ancora una volta, complessivo:  le sinistre “istituzionali” hanno sempre avuto dubbi, all’epoca come oggi, sulla reale capacità di “slegare” i così definiti “matti”: la necessità di tenersi buoni gli elettori “d’ordine” che temono che i “matti in libertà” delinquano (Antonucci con la sua produzione teorica desunta dalla lunga esperienze, dimostra il contrario, come lo dimostrano anche statistiche ufficiali, sempre però”silenziate”o comunque “messe in sordina”) è determinante, in queste scelte “antiaperturiste” come anche le convinzioni personali. L’esperienza triestina, che l’autrice ha frequentato, parlando con i responsabili, le sembra “ideale”,  in quanto “day hospital”, ma esistono problemi noti anche a Trieste, per non dire di tante realtà “dimenticate” perché scomode, dove sembra che neppure la stessa legge 180 (certo iperdiscutibile) sia mai arrivata…
Eugen Galasso

Pubblicato il: 6 marzo, 2015
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo