Van Gogh – Il conformismo e la diversità – Giorgio Antonucci





“Pablo Picasso”


(Auvers-sur-Oise, 27-7-1890)


Mio caro fratello,


grazie della tua cara lettera e del biglietto di 50 fr. che conteneva. Vorrei scriverti a proposito di tante cose, ma ne sento l’inutilità. Spero che avrai trovato quei signori ben disposti nei tuoi riguardi.
Che tu mi rassicuri sulla tranquillità della tua vita familiare non valeva la pena; credo di aver visto il lato buono come il suo rovescio–e del resto sono d’accordo che tirar su un marmocchio in un appartamento al quarto piano è una grossa schiavitù sia per te che per Jo. Poiché va tutto bene, che è ciò che conta, perché dovrei insistere su cose di minima importanza? In fede mia, prima che ci sia la possibilità di chiacchierare di affari a mente più serena passerà molto tempo. Ecco l’unica cosa che in questo momento ti posso dire, e questo da parte mia l’ho constatato con un certo spavento e non l’ho ancora superato. Ma per ora non c’è altro. Gli altri pittori checché ne pensino, si tengono istintivamente lontani dalle discussioni sul commercio attuale.
E poi è vero, noi possiamo far parlare solo i nostri quadri.


Eppure, mio caro fratello, c’è questo che ti ho sempre detto e che ti ripeto ancora una volta con tutta la serietà che può provenire DA UN PENSIERO COSTANTEMENTE TESO A CERCARE DI FARE IL MEGLIO POSSIBILE, te lo ripeto ancora che ti ho sempre considerato qualcosa di più di un semplice mercante di Corot,


e che tu per mezzo mio hai partecipato alla produzione stessa di alcuni quadri, che, pur nel fallimento totale conservano la loro serenità. Perché siamo a questo punto, e questo è tutto o per lo meno la cosa principale che io possa dirti in un momento di crisi relativa. In un momento in cui le cose fra i mercanti di quadri di artisti morti e di artisti vivi sono molto tese.
Ebbene, nel mio lavoro ci rischio la vita e la mia ragione vi si è consumata per metà – e va bene – ma tu non sei fra i mercanti di uomini, per quanto ne sappia, e puoi prendere la tua decisione, mi sembra, comportandoti realmente con umanità. Ma che cosa vuoi mai?.


Si racconta che Kafka, prima di morire per la sua tubercolosi polmonare, disse al medico invitandolo ad affrettare la sua morte: “Mi uccida, altrimenti è un assassino”.


Van Gogh aveva affrontato con piena partecipazione personale i problemi dell’uomo del nostro tempo e, per riprendere le sue parole, la sua ragione vi si era consumata per metà.
Poiché, com’è logico, i suoi costumi uscivano fuori continuamente dalle regole del conformismo e della mediocrità, già il padre dell’artista nel 1882, e ottanta cittadini di Arles in una petizione al sindaco nel 1889, chiedevano il suo internamento in manicomio.
Però se non desta meraviglia che dei piccoli borghesi conservatori si scandalizzassero di fronte alla personalità di Van Gogh, più problematico e più discutibile appare il giudizio di un uomo come Jaspers.
Scrive il filosofo:


“Che Van Gogh soffrisse di un processo psicotico è fuor di dubbio.
Ci si chiederà soltanto di che tipo fosse questo processo, quale sia la diagnosi.
Trovo infondata la diagnosi di epilessia formulata dai medici di Van Gogh, perché mancano gli attacchi epilettici e la demenza caratteristica di questa malattia. Può trattarsi unicamente di schizofrenia o di paralisi generale; quest’ultima non si può escludere con certezza perché l’occasione di una infezione sifilitica si deve essere presentata spesso nella vita di Van Gogh. La paralisi è dimostrabile solo a partire da sintomi fisiologici, e noi non ne abbiamo notizia.
L’unica cosa che potrebbe suggerirla è il carattere caotico di certe tele dell’ultimo periodo e un accenno del pittore all’instabilità della mano.
Il mantenimento del senso critico e della disciplina attraverso due anni di violente crisi psicotiche è estremamente improbabile nel caso di una paralisi, nella schizofrenia sarebbe insolito, ma possibile. Mi sembra dunque più verosimile che si tratti di schizofrenia.
Lo psichiatra, per scrupolo deve richiamare l’attenzione su una lieve possibilità di dubbio che non esiste a proposito di Holderlin o di Strindberg. Il suicidio di Van Gogh ci priva di quella eventuale certezza che l’evoluzione ulteriore della sua vita avrebbe potuto darci”.


Jaspers dunque prende in considerazione tre possibili ipotesi diagnostiche. La prima sarebbe una diagnosi neurologica, secondo le indicazioni dei medici di Van Gogh, che attribuirebbe all’artista una sindrome di tipo epilettico. Però – come dice lo stesso Jaspers – mancano gli attacchi epilettici. E mancherebbe anche quella che Jaspers definisce in modo tutt’altro che chiaro, “la demenza caratteristica di questa malattia”.
La seconda ipotesi diagnostica è ancora una ipotesi neurologica di paralisi generale, che secondo Jaspers non è dimostrabile non essendo presenti, secondo quanto sappiamo, i sintomi caratteristici di questa malattia infettiva.
Poiché la sifilide allo stadio di infezione cerebrale compromette le funzioni della vita di relazione Jaspers nota giustamente che in Van Gogh il senso critico e le capacità di vita di relazione sono intatti come del resto abbiamo visto nella sua ultima lettera al fratello Theo che abbiamo citato.
Rimane in fondo l’ultima ipotesi diagnostica, che non è più, come le prime due, una ipotesi neurologica, ma è la schizofrenia, un giudizio psichiatrico.
Però Jaspers, e questo va detto a suo vantaggio, appare terribilmente incerto: “Il mantenimento del senso critico e della disciplina… nella schizofrenia sarebbe insolito, ma possibile”.
Infatti in definitiva, come si è visto, nella schizofrenia è possibile tutto e nulla, secondo i pregiudizi di chi formula la diagnosi.
Ricordo dai miei studi universitari che il Gozzano diceva: “Lo schizofrenico è capace di tutto, perfino di comportarsi bene”.
In ogni modo, nonostante le sue incertezze, Jaspers dichiara, come si è visto, che è fuor di dubbio che Van Gogh soffrisse di un processo psicotico.
L’aggettivo psicotico deriva dal sostantivo psicosi.
Secondo R. A. Hunter e I. Macalpine, il termine di psicosi è stato introdotto nel 1845 da Feuchtersleben nel suo manuale di psicologia medica” (Lehrbuch der arztlichen Seelenkunde) per designare la malattia mentale (Seelenkrankheit), mentre nevrosi si riferisce alle affezioni del sistema nervoso di cui solo alcune possono tradursi nei sintomi di una psicosi.
Il termine è composto dalla parola “psiche”, che significa in greco “anima” e che deriva dal termine indoeuropeo “psychein” che significa “soffiare”, e dal suffisso medico “osi”39.


Il suffisso medico “ose” in tedesco e “osi” in italiano viene usato nei trattati di patologia per indicare le degenerazioni delle cellule, degli organi e dei tessuti.
Applicato arbitrariamente alla psicologia (psicosi, nevrosi) è un modo di esprimersi, non solo generico, ma quello che più conta diminutivo per non dire dispregiativo nei riguardi delle persone a cui queste definizioni vengono attribuite.
In termini più popolari si usano anche le espressioni “degenerato” e “pervertito” specialmente nei casi in cui ci si riferisce ai problemi della sessualità.
Per il tradizionale significato di “degenerato” riprendo da F. Rinuccini che scrive “moralmente pervertito”; e dal Dizionario moderno di A. Panzini del 1905 dove è scritto: “di questa voce oggi molto si usa ed abusa per indicare coloro i quali per abitudini, gusti, qualità morali e fisiche, ereditarie o acquisite, si allontanano dallo stato normale fisiologico, sano, e tendono a forme squilibrate, pervertite e anormali del vivere individuale e sociale”.
Sigmund Freud nei “Tre saggi sulla teoria della sessualità” basa appunto la sua ricerca sulla distinzione tra attività sessuali normali e attività sessuali anormali, precludendosi così a mio parere uno studio effettivo del problema.40
Anche in Freud, che pure ha intuito e descritto molti aspetti profondi della problematica sessuale, la distinzione tra normale e anormale, sano e patologico (naturalmente riferita alla vita interiore e al comportamento dell’uomo), è una esclusiva derivazione dei pregiudizi moralistici.
La conoscenza della sessualità comincerà a prendere forma soltanto dopo con le opere di Wilhelm Reich41 e con gli studi successivi di alcune esperte degli Stati Uniti collegate col movimento femminista americano, e, più o meno direttamente, col pensiero di Thomas Szasz42.
Ritornando un momento, dopo questa divagazione filologica e scientifica, al significato etico e sociale di Van Gogh e della sua opera, riporto qui alcune annotazioni interessanti sull’artista da “l’Enciclopedia dell’Arte Tumminelli” dell”Istituto Editoriale Europeo” alla voce Van Gogh: “… Innamoratosi (1873) della figlia della sua padrona di casa a Londra, ne venne respinto e lo scacco e la delusione provati lo spinsero a ricercare una consolazione nello studio della Bibbia. Ossessionato da questa vocazione religiosa, nel 1877 decise di avviarsi agli studi teologici per diventare pastore protestante come suo padre; poi, per alcuni mesi, si dedicò all’apostolato sociale (1878) tra i minatori del Borinage, in Belgio. Infine nel 1880 decise di dedicarsi alla pittura, vedendo in essa il mezzo per realizzare anche la sua vocazione religiosa e umanitaria. Ebbe così inizio la sua attività di pittore solitario, anticonformista…”.
“… Nelle sue tele esplodono ora la luce e il colore: ricorrendo alle tecniche più varie, Van Gogh fissa i caratteri essenziali degli uomini e dei paesaggi in colori contrastanti o in accordi imprevisti, in contorni calcolati, incisivi nella voluta deformazione, quasi per mettere a nudo l’essenza più intima della realtà”.
Kafka, nell’esprimere gli stessi problemi, scriveva nei “Diari”:
“L’uomo non può vivere senza una costante fiducia in qualche cosa di indistruttibile dentro di lui. Credere significa liberare l’indistruttibile dentro di sé o, meglio, essere indistruttibile o, meglio, essere”43.
Il 29 luglio 1890 Van Gogh moriva, a 37 anni di età, e “il 30, sotto un sole implacabile, si svolgono i funerali, con qualche difficoltà dovuta al fatto che il prete cattolico di Auvers si rifiuta di benedire la salma e di fornire il carro funebre perché il defunto è un suicida”.
Dal “Campo di grano con corvi” l’ultimo dei suoi paesaggi sembra che gli uccelli neri escano fuori dal quadro per volare verso il nostro secolo.


NOTE:
38) Vincent Van Gogh Lettere a Theo
39) M. Cortellazzo, P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana.
40) S. Freud, Tre saggi sulla teoria della sessualità
41) W. Reich, The sexual revolution trad.ital.La rivoluzione sessuale
42) T. Szasz, The myth of psicotherapy, trad. ital. Il mito della psicoterapia; T. Szasz, Sex by prescription, trad. ital. Sesso a tutti i costi
43) Max Brod: Franz Kafka


Il libro “I PREGIUDIZI E LA CONOSCENZA CRITICA ALLA PSICHIATRIA” si trova su http://www.spunk.org/texts/health/sp001619/

Pubblicato il: 8 maggio, 2015
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo