La macchina uomo – Giorgio Antonucci


per Senza Confine



Kandinskij


Io da solo
ti accuso

Nessuno
ode
il mio
grido.

Nel museo delle cere dei grandi criminali a Londra a un certo punto si presentano simpaticamente in un angolo due giovani robusti e prestanti che, si racconta, nei tempi d’oro della ricerca medica e biologica, in momenti di penuria per l’istituto di anatomia umana della metropoli, uccidevano per pochi scellini mendicanti, barboni, e altri cittadini sconosciuti o smarriti, per fornire cadaveri da dissezionare agli studiosi.
La prima volta che li vidi, quei due, mi sembravano tipi d’altri tempi, o fenomeni rari di una città misteriosa, celebre per i suoi intrighi bizzarri in onore di detective e esperti particolarmente acuti, e di ambienti polizieschi raffinati, invece in seguito ho capito per esperienza che non avevo abbastanza pratica di medici medicine e ospedali, e, più che altro, ignoravo profondamente la cultura e i metodi scientifici, e la consolidata mentalità universale della nobile tradizione umanistica, a cui abbiamo la fortuna e la gioia di appartenere.
Non si tratta qui, almeno da parte nostra, di tirar fuori le solite inopportune proteste moralistiche sul fatto che in alcune grandi città o metropoli civili dei nostri continenti si cavano gli occhi e i reni ai bambini randagi per le strade e per i vicoli per fornire il necessario materiale di trapianto alle cliniche di lusso, né si vuole tirar fuori di nuovo a sproposito la notizia che gli indigeni dell’Amazzonia sono serviti e servono spesso anche come selvaggina speciale per i safari etnologici o per le partite di caccia delle persone perbene del nostro mondo privilegiato.
Né ci pare strano che un bambino ferito della Bosnia sia morto in Germania perché la burocrazia non aveva ancora capito chi e che avrebbe pagato le prestazioni sanitarie – questi sono fatti così comuni da risultare perfino banali – in ogni circostanza i poveri muoiono più presto, più facilmente e più alla svelta degli altri, tra il disinteresse e l’indifferenza della autorità, che hanno da pensare a problemi più gravi, più urgenti, e più pertinenti alle loro funzioni.
E non vogliamo nemmeno occuparci di scienziati e ricercatori che fingono di aver trovato vaccini per l’AIDS o terapie per i tumori per accaparrarsi speciali finanziamenti di Stato o particolari riconoscimenti danarosi, fecondi di gloria e di fama internazionale.
Inoltre ignoriamo del tutto i fabbricanti di armi chimiche, biologiche e atomiche, e i fisici delle centrali nucleari che dicono che il progresso della scienza ha dei rischi inevitabili a cui dovrebbe essere obbligatorio sottomettersi per amore della specie.
Ci preme piuttosto occuparci degli ospedali impropriamente definiti civili dove si va per essere provvisoriamente riparati o restaurati, ma anche spesso per morire in solitudine.
In medicina il concetto di uomo come macchina, che deve servire rendere e funzionare, ha del tutto sostituito l’uomo come essere vivo e come protagonista della sua effimera esistenza sensibile, che è una breve ma preziosa parentesi creativa nel silenzio inutile del mondo.
Uomo macchina significa uomo produttore di beni, uomo merce, uomo consumatore di merci, e naturalmente anche e soprattutto uomo carne da macello.
Di qui la barbarie degli ospedali, organizzati come caserme, diretti come fabbriche, tristi come obitori.
Nella preparazione del medico la sala anatomica non è un momento di conoscenza, ma è la base di una cultura, il segno distintivo di una professione servile mortale alienata e disumana, che si spaccia e si fa passare per filantropica, e si vende a caro prezzo come arte terapeutica, togliendo in realtà dignità e valore agli esseri che respirano.
Le cavie umane le hanno inventate i dottori.
Negli ospedali, notoriamente dannosi alla salute, tutto è possibile, tolto che ottenere sensibilità e rispetto.
L’ospedale deriva dal lazzaretto e dal lebbrosario, che sono anche il modello delle prigioni e dei campi di sterminio, e deve essere abolito come molte altre brutture della nostra tradizione.
Un uomo deve vivere essere curato e morire nel suo ambiente e nel suo mondo di interessi e di affetti, e non essere rapito e aggredito quando sta male per essere isolato e mortificato e manipolato in un luogo di orrori, anticamera dolorosa del cimitero.
Ma gli ospizi servono anche a far credere ai sani che per loro la malattia e la morte sono un fantasma lontano.

Firenze 23 agosto 1993.

Pubblicato il: 15 luglio, 2015
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo