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“I poveri sono matti” Festival internazionale di canto sociale Corazone





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Basaglia – Antonucci: la differenza di idee e pratiche
Le difficoltà della vita non sono malattie
Si può fare diversamente: che cos’è il Trattamento Sanitario Obbligatorio

Pubblicato il 21 giugno, 2018
Categoria: Eventi, Notizie, Presentazione, Video

Elettrochoc: vecchi e nuovi sponsor – di Eugen Galasso






Uno dei testi più recenti di “Psicologia clinica, psichiatria, psicofarmacologia”,  Milano, Franco Angeli, 2015, di Francesco Rovetto, medico psichiatra e psicologo,  per anni docente di psicologia generale, psicologia clinica, psichiatria e farmacologia, che scrive di aver partecipato con grande entusiasmo alla “rivoluzione” di Franco Basaglia, nonostante sia oltremodo critico verso l’abuso degli psicofarmaci, di cui rileva con dovizia le controindicazioni, a proposito dell’ECT (elettroshock) scrive: “Non ho mai prescritto un elettroshock in 40 anni di attività, comunque le evidenze scientifiche ne dimostrano l’efficacia in casi di pazienti particolarmente resistenti al trattamento farmacologico, con alto rischio suicidario; in caso di depressione psicotica; risposta positiva ad elettroshock in passato; in soggetti anziani; in gravidanza, anche se ora si è dimostrato che alcuni farmaci antidepressivi non sono dannosi per il feto. Si pratica in anestesia totale. Di solito sono previste 9/12 sedute in cui vengono praticati elettroshock su uno o su entrambi gli emisferi cerebrali. Le applicazioni avvengono ogni 2/3 giorni, con cicli di richiamo settimanali o mensili” (op.cit., p.128). Esposizione fredda della metodica usata, mera analisi, nessun accenno alle controindicazioni, con una quasi apologia delle possibilità di impiego, dove emerge in modo abbastanza marcato la contraddizione con l’altrettanto apodittica affermazione iniziale, dove afferma di non aver mai prescritto un elettroshock in quattro decenni di attività – verrebbe allora da chiedersi perché non l’ha mai prescritto, dato che in seguito ne enumera praticamente solo vantaggi, pur se solo in certi casi, beninteso… O è falsa (A), viene da dire, ossia l’affermazione iniziale oppure (B) ossia l’enumerazione quasi apologetica dei vantaggi. Tertium non datur, direbbe qui la logica, ma forse quella psichiatrica è altra, prevederebbe comunque sempre una terza possibilità. Saranno forse anche “contraddizioni feconde” nell’ambiente psichiatrico, ma certamente pesano come macigni su una logica che, comunque, vista la sua grande tradizione (da Aristotele se non da Zenone ad oggi), viene ancora accettata fuori dai “chiusi steccati” della psichiatria. E Rovetto non è certo l’unico, in questa schiera di apologeti (veri , forse inconsapevoli) della terapia elettroconvulsivante e non è neppure il peggiore…    Eugen Galasso 

Pubblicato il 23 maggio, 2018
Categoria: Notizie

Giorgio Antonucci: le sue idee e il suo lavoro – Giuseppe Gozzini

 


Il libro: “I pregiudizi e la conoscenza. Critica alla psichiatria”




I libri che contengono grandi insegnamenti non si lasciano facilmente riassumere. Il libro di Antonucci è uno di questi. Proverò, tuttavia, a seguirne alcune tracce, a dare spunti di lettura senza alcuna pretesa di esaurirne la ricchezza dei contenuti.

La “psichiatria negata”
La tesi centrale del libro, difficile da digerire, è che la psichiatria non è una scienza: “Ritengo – scrive Antonucci – che a poco serva attaccare l’istituto del manicomio se non si porta un attacco radicale allo stesso giudizio psichiatrico che ne è alla base, mostrandone l’insussistenza scientifica. Finché non sarà abolito il giudizio psichiatrico, la realtà della segregazione continuerà a fiorire dentro e fuori le pareti dei manicomi.”
E’ un’affermazione dura, perentoria, che contraddistingue il lavoro di Antonucci da quella di altri riformatori. Dall’”istituzione negata” alla “psichiatria negata” il salto è enorme. La legge 180 del 1978 prevede, almeno formalmente, il superamento del manicomio ma, a distanza di 9 anni, ce ne sono ancora 60 in pieno funzionamento, mentre cultura e costume sono rimasti favorevoli all’internamento e alla segregazione. E così il potere medico-psichiatrico, che è nella sostanza un potere di controllo e di “normalizzazione repressiva”, continua, dopo la legge 180, in quello che rimane nei manicomi (che è ancora troppo), nelle case di cura, nel territorio, nei centri di igiene mentale (CIM) e negli ospedali civili.
Il problema, per Antonucci, non è di sostituire la vecchia psichiatria con una nuova psichiatria (magari ‘democratica’,‘alternativa’, ecc.), ma di cancellarla: “L’unione psichiatria-manicomio – secondo Antonucci – non è stata l’effetto dello stravolgimento di un potere politico rispetto ad un corpus teorico scientifico neutro, bensì tale unione è finora stata essenziale alla psichiatria, ha costituito, costruito questo corpus teorico come l’ideologia della razza è cresciuta insieme ai lager”.

Vent’anni di esperienza
La tesi di Antonucci nasce non dai libri ma dall’esperienza: “Il mio pensiero e il mio lavoro critici nei riguardi della psichiatria non hanno origini da convinzioni teoriche elaborate a tavolino, studiano testi e criticando articoli, ma sono essenzialmente risultato di anni di esperienza diretta con uomini e donne, in un modo o nell’altro implicati in trattamenti psichiatrici”.
Il libro ripercorre a ritroso questi anni di esperienza: dall’Istituto psichiatrico “Osservanza” di Imola, dove attualmente lavora Antonucci, al S.Lazzaro di Reggio Emilia, all’ospedale psichiatrico di Gorizia e a Cividale del Friuli. E’ un viaggio molto istruttivo anche (forse soprattutto) per i non ‘addetti ai lavori’, intervallato da:
-analisi delle case-histories di ieri e di oggi (l’Anticristo, il caso Sabattini, Van Gogh, Teresa B., I miei capelli arruffati, lettera da un istituto psichiatrico);
-riflessioni storiche (le streghe, l’origine dei manicomi, razzismo e psichiatria sempre insieme);
-considerazioni sull’uso della psichiatria per le persecuzioni sia all’Est come all’Ovest, sui rapporti fra biologia, genetica e psichiatria, sull’arbitrarietà dei concetti di saggio e folle, normale e anormale, sano o malato di mente;
-utili e puntuali riferimenti letterari: Shakespeare, Dostoevskij, Cechov (Reparto n.6), Ernest Toller (Oplà, noi viviamo), Nietzsche, Gogol’.
Le citazioni molto precise e le critiche documentate ai teorici e ai sostenitori della psichiatria sono il modo scelto da Antonucci per ritrovare un filo conduttore tra passato e presente, per inserire in un quadro generale la sua esperienza, che parte non da posizioni teoriche precostituite ma dall’analisi rigorosa della realtà: la sua negazione della psichiatria è fondata su 200 certezze, tanti quanti sono i suoi attuali pazienti di Imola “liberati”.

Le cartelle cliniche
Contro la psichiatria c’è un’altra “prova documentale”, impressionante e inconfutabile nella sua nuda eloquenza: sono le cartelle cliniche riferite a persone, che attualmente vivono nei reparti “aperti” degli ospedali psichiatrici “L’Osservanza” e “Lolli” di Imola, affidati ad Antonucci.
Sono documenti che si commentano da soli e dimostrano nei fatti la funzione repressiva della psichiatria. Dietro le più assurde e immotivate diagnosi c’è sempre una storia fatta di emarginazione e di sfruttamento sociale e culturale, di drammi familiari ed affettivi. La malattia di mente o malattia mentale non va confusa con le malattie del cervello di pertinenza della neurologia. Ma la cura delle malattie reali, che hanno una spiegazione fisiologica, comincia appunto quando finisce la psichiatria, quando si supera il pregiudizio della malattia mentale.
Non è un caso che in apertura della maggior parte delle cartelle cliniche leggiamo: Condizione sociale: povero. Cultura: analfabeta. Professione: bracciante, disoccupato, casalinga. Gli emarginati in manicomio sono vittime proletarie della discriminazione e della violenza della società, sono “detenuti innocenti” che attendono una liberazione.

Le poesie

Fanno da contrappunto alle cartelle cliniche alcuni testi poetici di Antonucci, che . Il ricorso alla poesia, per Antonucci, è un “urlare dai tetti”, un modo per riacquistare il diritto di parola, per trovare un varco linguistico, uno spiraglio di libertà nell’universo manicomiale. E’ il caso qui di ricordare l’intervento di Ernesto Balducci al Festival dell’Unità di Firenze dell’’85 a proposito di “poesia della liberazione”: ‘Più l’uomo geme sotto il peso di una cultura che non è la sua, più si sente colonizzato dalla cultura imposta e più sente il bisogno della parola che liberi, sente dentro di sé il fremito delle ali della poesia che vorrebbero aprirsi..’. (cfr. “Collettivo R” n. 39, pp 46-49).



Saggi, testimonianze, interviste

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Pubblicato il 2 aprile, 2018
Categoria: Notizie

Dialogo aperto – Eugen Galasso






“Dialogo aperto” è denominazione aperta , certo ispirata dall’idea di dia-logo (“riflessione a due”, letteralmente, ma anche “conversazione a due”), che la psicologia mutua ampiamente da Martin Buber, pensatore ebreo viennese, che era anche, lato sensu, “psicologo”, la cui opera era/è stata e tuttora è ancora ampiamente fraintesa.  Di dialogo aperto si inizia a parlare negli anni Settanta (ma in un manuale accademico “ufficiale” di psicologia clinica o di psichiatria non sperate di trovare qualcosa a riguardo): esso (è metodo ma anche teoria e pratica viventi) si svolge nel Nord della Finlandia, meglio in Lapponia occidentale, ma anche terapeuti americani(anzi soprattutto americani, intendendo gli States) vi si recano da anni, pur se non in grandi masse (sono esperienze di nicchia, bisogna pur dirlo…). Ora la psichiatria USA è ampiamente differenziata, certo non riproduce più lo schema di “One flew over the Cuckoo’s Nest”(Qualcuno volò sul nido del cuculo”), noto per il film di Forman del 1965, ma tratto dal libro di Ken Kesey del 1962, riferito alla sua (ovviamente ancora precedente) esperienza di volontario in una clinica USA, dunque ben precedente al 1975 del film. Il dialogo, da ciò che si apprende dal filmato https://www.youtube.com/watch?v=Av-0_DXM4fI&app=desktop peraltro lungo ed efficace, ossia finalizzato a mostrare quanto bisogna mostrare-dimostrare, è reale e coinvolge tutte le persone “attrici” del processo, ossia terapeuti e pazienti, non è un “teatrino” ad uso di chi guarda e deve essere convinto. Si raccontano storie e sviscerano problemi, diciamo così, in breve. Quanto invece rimane “aperto” (mi scuso per il bisticcio di parole) è l’apriori per cui si parla sempre, da parte di tutti/e di “psichiatria”, “psicosi”etc., lemmi e dunque concetti che per es. il compianto Giorgio Antonucci, cui l’opera del “Centro di relazioni umane” si ispira da sempre, non accettava per nulla, non dava assolutamente per scontati, anzi. Questione meramente terminologica o invece di fondo? Francamente in assenza di una verifica in loco, per me attualmente molto difficile, non saprei dire né decidere.    Eugen Galasso

Pubblicato il 29 marzo, 2018
Categoria: Notizie

Intervista a Giorgio Antonucci a cura di Radio Città di Bologna



Gennaio 1983





R.C. = Giorgio Antonucci è un medico ed è responsabile di tre reparti di lungodegenti di un ospedale psichiatrico. Questo ospedale si chiama “Istituto psichiatrico Osservanza”. Raccontaci che cos’è quest’istituto.

G.A. = L’Istituto psichiatrico Osservanza è il manicomio delle province di Ravenna e di Forlì, cioè di tutto il territorio della Romagna, si può dire ex manicomio perché ora, secondo la nuova legge del’78, nessuno giustamente può essere internato qui dentro.

R.C.= Questo manicomio, questo ex manicomio è nella città di Imola. Imola era una città famosa perché di istituzioni psichiatriche ce n’erano parecchie. C’è anche un luogo comune “A Imola sono tutti matti” si diceva una volta, proprio perché oltre all’Osservanza c’era anche il Lolli. Il Lolli cos’era invece?

G.A.= Il “Lolli” era il manicomio di una parte dei cittadini di una parte della provincia di Bologna.

R.C. = Quindi c’era una divisione, insomma.

G.A.
= Si tra il Lolli e il Roncati, perché la provincia di Bologna aveva due manicomi.

R.C. = Tu lavori qui?

G.A. = Io lavoro qui dal 1973.

R.C. = E nel 1973 la “180” che è poi la legge alla quale ti riferivi prima, quando hai parlato della legge del’78, non c’era ancora.

G.A. = No infatti viene nel ’78, c’era invece già, a partire dagli anni ’60, un movimento culturale anti istituzionale, con cui io ho lavorato. Io ho lavorato qualche mese nel’69 a Gorizia con Basaglia.
R.C. = Poi cosa hai fatto dopo?

G.A. = Dopo ho lavorato tre anni a Reggio Emilia, nel territorio della montagna come medico responsabile di quella parte del territorio della provincia di Reggio Emilia, e poi nel ’73 sono venuto qua.

R.C. = Qual’era la situazione qua dentro allora? Sono quasi dieci anni. Quando sei arrivato cosa hai visto?

G.A. = Ho visto appunto che si trattava di un manicomio secondo tutte le regole: cioè di un insieme di reparti con allora mille e quattrocento persone, tutte regolarmente rinchiuse, e oltre che rinchiuse anche legate nei letti, sotto psicofarmaci, sotto controllo da tutti i punti di vista.

R.C. = A te sono stati affidati fino da allora, credo, comunque tu hai scelto la gestione di tre reparti. Prima abbiamo fatto un giro insieme, poi magari dopo facciamo un altro giro e faccio qualche domanda a qualcuno. Questi reparti sono il diciassette, che è un reparto totalmente di uomini; il dieci che è un reparto di donne; poi il quattordici quest’ultimo è quello che una volta era il reparto “delle agitate”, m’hai raccontato prima…

G.A. = Infatti, quando sono venuto qui, siccome il mio modo di pensare è sempre stato un modo di pensare critico non solo nei riguardi dell’istituzioni, ma anche nei riguardi della psichiatria come tipo di cultura, allora io ho chiesto e ottenuto di prendere il reparto ritenuto peggiore da tutti gli altri, cioè il reparto di quelle persone che loro ritenevano le più pericolose, e ho cominciato ad aprirlo, e come tu hai veduto, ora è aperto, ma da tanti anni. Aperto secondo me, significa non soltanto con le porte aperte sempre, ma significa anche con le persone ricoverate considerate come cittadini a tutti gli effetti e come persone uguali agli altri, a parte l’esperienza negativa che hanno dovuto, nonostante la loro volontà, subire.

R.C. = Ecco io farei una cosa, starei un attimo ancora sulla parola “aperto”, perché di manicomi aperti se n’è sentito parlare spesso, e credo che la gente, quando pensa a manicomio aperto, pensa a persone un po’ strane che girano per la città. Però magari si chiede poco come fanno a stare lì, attraverso che sistemi… Allora puoi un attimo spiegarci bene, più esattamente cosa vuol dire aperto? Nei tuoi reparti come funziona questa apertura? Cosa significa concretamente?

G.A. = Ecco ho già accennato prima al discorso, cioè il discorso anti istituzionale è un discorso secondo me, a metà, nel senso che fa una critica alla istituzione manicomiale, ma non fa una critica completa alle cause dell’esistenza dei manicomi. Le istituzioni psichiatriche esistono perché la psichiatria pensa che ci sono delle persone diverse dalle altre, e più precisamente, in qualche modo, inferiori alle altre, che non possono essere responsabili di se stesse. Non importa se questa inferiorità viene stabilita a livello organico, biologico oppure a livello genetico oppure a livello psicologico: si parla di persone inferiori che devono essere controllate. Io penso che non ci sono persone inferiori che debbono essere controllate, ma penso che ci siano delle situazioni sociali difficili, in cui quelli che hanno meno potere finiscono per essere considerati in questo modo. Per cui si tratta di persone come le altre a livello appunto sia biologico sia psicologico, soltanto che non sono alla pari delle altre perché si sono trovati in condizioni sociali di grande svantaggio.

R.C. = Ho capito. Senti una cosa, quanta gente c’è dentro i tuoi reparti?

G.A. = Sono tre reparti perché dopo il quattordici ne ho presi altri due, via via attraverso il tempo, sono tre reparti e ci sono ancora centoventi persone, due reparti donne e un reparto uomini.

R.C. = Cos’è che vuol dire ancora? Cioè spiega un attimo questa cosa, la gente pensa anche che i manicomi non ci sono più, tu invece anche adesso parli tranquillamente di istituzione psichiatrica, di manicomi. Allora la “180”, quella che aboliva i manicomi, per capirci, in realtà che cosa ha fatto?

G.A. = Dunque la “180” è intervenuta per aprire un diverso tipo di cultura, anche se con alcune contraddizioni. Se quando si dice che non ci sono più i manicomi s’intende che non si entra più nelle vecchie istituzioni psichiatriche questo è vero, salvo eccezioni arbitrarie, è vero perché la “180” stabilisce che nei vecchi manicomi non entra più nessuno, e questo in generale si verifica. Però primo ci sono tutte le persone che erano entrate prima della legge…

R.C. = …sono quindi quelle di cui tu ti occupi

G.A.
= Si quelle di cui mi occupo. In secondo luogo queste persone possono essere trattate in vario modo, quelle che sono rimaste dentro, cioè possono essere trattate come cittadini che devono costruirsi delle prospettive di vita, oppure possono essere trattate come persone, come dicevo prima, incapaci, che devono essere tenute da qualche parte. Allora i manicomi ci sono dappertutto in Italia: ci sono le vecchie istituzioni con un gran numero di lungodegenti, di cui soltanto pochi sono trattati come debbano essere trattati dei cittadini a tutti gli effetti. In più c’è da dire che per quanto riguarda gli internamenti, purtroppo, siccome la legge 180 secondo me dev’essere ancora perfezionata o meglio sostituita in seguito da una legge ancora più avanzata, è ancora possibile, sia pure con alcune garanzie formali, l’internamento, non più nei vecchi manicomi, ma in nuovi reparti di ospedali civili, che però finiscono per essere uguali ai vecchi manicomi.

R.C. = Sostanziamente se oggi una persona quindi assume un comportamento in qualche modo ritenuto deviante viena presa e portata in un ospedale civile all’interno del quale c’è un reparto….

G.A. = …anche con la forza, e questo è il punto. Io mi sono battuto, in questi anni, dal ’69 in poi, contro i ricoveri obbligati, anche se la legge in qualche modo li ammette; mi sono battuto contro questi perché dai ricoveri obbligati deriva la deportazione forzata di certe persone, ripeto, in situazione di svantaggio sociale. Allora la deportazione con l’inganno e con la forza di persone in determinati reparti, comunque si chiamino, è la ricostruzione del manicomio.

R.C. = Senti quelli che sono qua dentro, da quanti anni ci sono?

G.A. = Alcuni stanno qui dentro da venti-venticinque anni, si arriva anche a sessanta anni di ricovero, un paziente del reparto diciassette fu ricoverato dopo la prima guerra mondiale.

R.C. = Prima ho fatto un giro: ho visto qualche infermiere, ho visto anche non una particolare presenza di infermieri. Poi “aperto” vuol dire per esempio che nei tuoi reparti le grate alle finestre non ci sono, e ci sono invece nei reparti vicini. Poi ho visto che dentro i tuoi reparti ci sono delle poltrone, ci sono dei videogiochi, ci sono dei flipper, ci sono delle televisioni, ci sono delle sale che in qualche modo cercano di imitare quello che è un soggiorno, oppure un classico bar, ci sono dei biliardi… Io ho visto là della gente che sta seduta: ti voglio chiedere due cose. La prima è come hai fatto a togliere le sbarre e a fare tutto il resto, concretamente proprio; e poi voglio chiederti se questa gente che ho visto lì soffre molto o soffre poco.

G.A. = Per il primo punto: da quando sono venuto qua mi sono battuto anche con gli amministratori per ottenere demolizioni di muri, asportazioni di inferriate, cioè uno dei compiti è la distruzione di un ambiente carcerario, ed è un compito difficile perché non sempre si tiene questo, quello che si vuole. Comunque si possono pure immediatamente aprire le porte, anche prima di togliere le inferriate e buttare giù i muri.

R.C. = Dicevi cose belle prima durante la visita. Dicevi :”Tutte le porte devono essere aperte, non solo una porta”. Ora noi non abbiamo una televisione per riprendere quello che abbiamo visto, ma vale la pena di descriverlo un attimo. Ogni palazzina ha diverse porte di uscita. Allora il problema è quello di aprirle tutte, di far in modo che la possibilità di uscita sia reale e non formale.

G.A. = Certo, e questo è il punto di distruzione della psichiatria come imprigionamento. Perché poi è inutile che le porte siano aperte se si continua a esercitare altre forme di controllo. Perché la psichiatria ha tre tipi di controllo: 1) controllo fisico che va dalle porte chiuse alla camicia di forza alla cintura di contenzione; 2) controllo …

R.C.
= C’erano queste cose quando sei arrivato?

G.A. = Certo c’erano e in altre strutture psichiatriche, manicomiale o di ospedale civile, ci sono ancora.

R.C. = Anche qui dentro?

G.A. = Anche qui dentro certo. Allora c’è un controllo a livello di struttura fisica: mezzi meccanici di controllo. Poi un secondo aspetto del controllo psichiatrico è il controllo farmacologico, vale a dire limitare le persone nella loro capacità per mezzo dei farmaci: gli stessi psichiatri parlano di neuroplegici, cioè paralizzanti delle funzioni nervose. Un terzo tipo di controllo è il controllo psicologico, che poi nei manicomi in una parola sola è paura terrore vale a dire si tengono le persone nella paura di prendere delle iniziative. E’ chiaro che se tutte le porte sono aperte ma si riempiono le persone di psicofarmaci o si impauriscono ricattandole naturalmente è inutile che le porte siano aperte: allora va demolita la psichiatria a livello di controllo meccanico e fisico, a livello di controllo farmacologico, e a livello di ricatto psicologico.

R.C. = Dimmi anche come hai fatto, ti avevo chiesto, a mettere dentro tutte quelle cose, quei flipper e tutto il resto. Chi ha pagato? Chi ha deciso? Come avete fatto?
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Pubblicato il 1 marzo, 2018
Categoria: Notizie

Seminario – Disagio psichiatrico e medicalizzazione degli studenti

SEMINARIO  NAZIONALE     Corso  di  Aggiornamento/Formazione  per  il  personale     DOCENTE,  ATA,  DIRETTIVO,  ISPETTIVO  della  Scuola  pubblica  statale.

 

Disagio  psichiatrizzato  e  medicalizzazione  degli  studenti.  
La  scuola  di  fronte  a  Bisogni  Educativi  Speciali

Programma Convegno CESP-Tel Viola 24 febbraio

Pubblicato il 15 febbraio, 2018
Categoria: Notizie

Conversazione con Giorgio Antonucci a cura di Luca Rosi








L.R. = Nel penultimo numero di “Collettivo R.”, numero 20, 21, noi abbiamo pubblicato una intervista al dottor Giorgio Antonucci, che lavora all’ospedale psichiatrico di Imola. In questa intervista si affermavano alcune cose estremamente importanti per il nostro lavoro e che riguardavano in particolare la infondatezza scientifica della cosiddetta malattia mentale. Inoltre sempre in questo fascicolo abbiamo pubblicato delle poesie di Giorgio Antonucci; poesie bellissime immediate e che potrebbero far pensare, per una abitudine nel lettore a ragionare spesso sulla base dei luoghi comuni, potrebbero far pensare a un abbinamento poesia-follia, follia-arte, genio come prodotto della follia e arte quindi come prodotto di una diversità dell’artista. Non è un caso che questo discorso attraversa la cultura occidentale per lo meno a partire dall’ottocento comunque dal romanticismo in poi questo concetto ha pervaso la critica artistica e letteraria europea e ha finito per debordare dalla critica nell’uomo della strada, è diventato disgraziatamente un patrimonio dell’uomo comune. Ecco proprio per capire cosa c’è dietro questi luoghi comuni perché in realtà poi i luoghi comuni servono anche a formare un abito mentale, un modo di vivere, servono anche a condizionare i rapporti fra le persone, noi ti chiediamo se esistono motivi scientifici, dimostrabili, su i quali si possono basare questo tipo di rapporto per cui spesso si sente dire: quello è un po’ matto, però è un artista. Non so se sono stato chiaro, ma in realtà il problema che ci interessa è questo qui: esiste realmente un rapporto tra la follia, ammesso che la follia esiste su questo ti saremmo grati che tu approfondissi il discorso, e la creatività o ancora di più della creatività e l’arte e se ci sono nella storia dell’arte alcuni esempi dimostrativi di questo rapporto oppure esempi che in fondo questo rapporto non c’entra.


G.A. = Proprio partendo da questo accostamento che tu hai fatto tra quella che viene chiamata follia oppure più precisamente quello che la psichiatria contemporanea usa fin dalla fine dell’altro secolo, comincia a formarsi con la rivoluzione francese, chiama malattia mentale, cioè follia, malattia mentale e capacità creativa in questo momento si mettevano insieme queste tre cose, anzi questi tre nomi, mettendo insieme questi tre nomi si vede come la cultura comune risentendo appunto dell’organizzazione culturale del potere usa le parole senza criticarne i contenuti. Cosa intende la psichiatria per folle o pazzo o malato di mente? Per folle o pazzo o malato di mente la psichiatria intende un uomo che ha un difetto nella testa da cui deriva che è incapace di intendere e di volere cioè prima la psichiatria nega alle sue vittime la capacità di intendere e di volere che significa gli nega quello che i filosofi chiamano la libertà positiva cioè la possibilità di fare un programma, un progetto di realizzarlo in modo autonomo per cui a livello teorico nega la libertà positiva, a livello pratico nega la libertà negativa cioè si intende l’essere senza ostacoli e non essere costretti a fare certe cose, allora in una parola sola la psichiatria è negazione della libertà a tutti gli effetti cioè si dice che ci sono delle persone difettose incapaci di pensare, incapaci di fare dei progetti che debbono essere chiuse dentro e costrette a fare certe cose, le cose che debbono fare i carcerati per ubbidire ai carcerieri. Ora se questo è il concetto della psichiatria, ed è questo, quello che io ho verificato, ho trovato delle persone che non hanno potere. Intendo dire per persone che non hanno potere, persone che spesso non hanno né potere economico né potere culturale per esempio l’analfabeta bracciante oppure la persona che non ha avuto nessuna possibilità di sviluppare gli strumenti culturali così come esistono nella nostra società e che inoltre non ha un potere economico. Appena questa persona entra in dissenso con il costume oppure questa persona per il fatto che non può vivere autonomamente, dà noia viene messa in manicomio cioè viene privata di tutta la libertà, la libertà di pensare, libertà di agire, questa è la realtà della psichiatria nei riguardi di quelli che non hanno potere cioè della psichiatria come strumento di oppressione delle classi subalterne; naturalmente strumento di oppressione tanto più valido quanto minore è il potere cioè il sottoproletario più del proletario, l’impiegato più del dirigente e così via.


L.R. = Quindi scientificamente non è dimostrabile l’esistenza della follia?


G.A.= Questo concetto serve a mettere da parte chi non ha potere. Chi non ha potere è considerato incapace di pensare e incapace di essere libero e viene chiuso dentro. Non mi sembra che ci sia bisogno di commento su questo discorso: chi non ha potere viene considerato non capace di pensare e non capace di agire.


L.R.= Allora credo di capire che chi non ha potere può stare fuori del manicomio soltanto fino a quando aderisce in pieno, cioè dà il suo consenso pieno, totale, incondizionato alle regole della società nella quale vive.

G.A.= Ma io direi di più che può esserci qualcuno che non avendo potere, faccio per dire, non tocca neanche queste regole nel senso appunto attivo, ma si trova in condizioni di essere spiacevole come per esempio il mendicante. Il mendicante può essere tollerato o no, questo dipende dai padroni, da chi ha il potere. Ma dal momento che non è tollerato lo mettono in manicomio e appunto di conseguenza gli mettono questa etichetta, malattia mentale, pazzia. Ora, se si considera che la stessa classe al potere usa questa stessa etichetta ad esempio per Wagner, questa etichetta non è scientifica mi sembra già dimostrato. Wagner è una persona che ha cultura, capacità di lavoro creativo e in questa cultura è potere a tutti gli effetti cioè una persona che ha un grosso potere infatti si costruirà un teatro; però diranno che siccome è una persona diversa da tante altre perché ha una particolare capacità di lavoro sviluppata bene per il suo privilegio, tra l’altro, allora diranno che Wagner, come ha detto Lombroso, è pazzo, che significa malato di mente perché da giovane andava in giro da una città all’altra, andava a Bonn a cercare la casa di Beethowen. Ora, è possibile considerare scientifica una etichetta che si mette appunto al bracciante analfabeta oppure al mendicante che non ha possibilità di difendersi e a Wagner che è diventato parte di questo potere. Come mai l’etichetta è così larga? E’ segno che è un’etichetta di comodo e qual è il comodo? Le persone oppresse per la loro stessa esistenza sono una obiezione alla nostra società, perché chi vede i mendicanti si domanda ma che società è questa? Forse c’è qualcosa che non funziona. Allora mettiamo i mendicanti dentro.
L’artista pur essendo parte del potere, però siccome ha anche la possibilità di dire cose diverse da quelle che sono state dette prima e perciò di esprime cose diverse dall’ordine costituito, e da quell’insieme di costumi che fanno parte di questo ordine, allora il borghese prende le sue precauzioni e dice: “ si è vero che ha scritto la Tetralogia in cui si prefigura un mondo nuovo “L’oro del Reno” però se lo figura perché anche lui non è come gli altri, dunque in certi momenti non intende bene” così ne viene fuori che l’autore della tetralogia che ha questa capacità di organizzazione di un lavoro enorme, anche lui incorre nel dubbio che sia incapace di intendere e di volere, allora si chiude il cerchio. Anche se per Wagner o per il disoccupato non è la stessa cosa però il criterio è lo stesso: tenersi coperti, di tenere le mani avanti nei riguardi di quello che può divergere da un sistema di costumi e da un ordine di comportamenti che è totalitario: cioè o ci si è dentro o si deve essere i sospetto o eliminati. Anche l’artista che è un privilegiato, che fa parte della classe dominante, può sballare. Intanto si comincia col dire che è un po’ matto, se eventualmente facesse cose che turbano l’ordine costituito si può arrivare a metterlo dentro. A Wagner non è successo, Schumann è un grande artista di fronte a cui tutti quelli che seguono l’ordine si inchinano anche se non lo capiscono, ma il giorno che Schumann ha tentato il suicidio l’hanno messo in una casa di cura e c’è morto che significa l’hanno ucciso perché questo personaggio stravagante cioè che non dice le cose che dicono tutti i conformisti, che dice e sente che non si vive bene nella società borghese, che esprime malinconia, disperazione, obiezione,, nel momento che fa qualcosa che non rientra nei costumi viene distrutto ugualmente come viene distrutto il bracciante.


L.R. = Perché mette in dubbio le certezze di questa società.


G.A. = Allora, c’è da una parte, direi, il dissenso di chi è in una condizione che di per se stessa indica che la società non funziona: l’essere disoccupati, l’essere in una strada, il fare la prostituta di fatto è un dissenso. E poi c’è il dissenso intellettuale cioè c’è il privilegiato che non è d’accordo come per es. il dissenso dell’Unione Sovietica. Ma questa etichetta si tiene da una parte e dall’altra, pronta per usarla in senso repressivo quando si viene, per dati di fatto o per opere d’arte o per critiche culturali, si viene a mettere in discussione un ordine che è totalitario. E’ questo che vorrei dire che l’ordine borghese anche quando c’è la democrazia, è totalitario magari in un altro modo cioè è totalitario perché certe cose non si possono fare, certe cose non si possono dire, oltre certi limiti non si può andare. Per questo tipo di totalitarismo al di là delle leggi cioè del sistema giuridico c’è la psichiatria. Ci sono degli spazi in cui non si può reprimere attraverso il sistema giuridico, quando altri sistemi di repressione non funzionano c’è la psichiatria che funziona per tutto, basta che lo si voglia, perché l’etichetta di folle o di malato di mente cioè l’accusare uno di non essere capace di capire o di non capire del tutto o di capire a modo suo, serve sempre per metterlo fuori gioco quando si vuole. Si può non farlo e si dice che l’artista è un po’ matto però è sempre sotto ipoteca nel momento in cui serve si mette da parte. In questo senso intendo totalitarismo cioè un totalitarismo dei costumi: o sei in quei costumi o devi essere eliminato e questo è un discorso preciso e per questo ci sono le etichette psichiatriche.


L.R. = A questo punto forse bisognerebbe fare un passo indietro nella storia dell’umanità. Come mai le società primitive, le società antiche, la società medioevale non aveva, almeno a quanto ci risulta, non aveva l’istituzione psichiatrica cioè non aveva bisogno di ricorrere a questo? Azzardo un’ipotesi: è possibile che evolvendosi, parlo della società occidentale, evolvendosi diventa mercantilistica, quindi attraverso la rivoluzione subisce un fenomeno evolutivo e dal potere dell’aristocrazia terriera passa al potere della borghesia e poi diventa industriale ecc ecc è possibile che perdendo quindi, gli strumenti di repressione violenta e immediata, dico la segregazione a vita nelle carceri medioevali oppure la pena capitale, perdendo questa possibilità di eliminazione del dissenso dei diversi, di tutti, cioè, quegli elementi che potevano metterla in discussione, ha bisogno quindi di scovare un nuovo strumento. E’ possibile capire la nascita dell’istituzione psichiatrica in questo modo? O da parte nostra questa è una forzatura dell’interpretazione della storia?


G.A.= No è un fatto preciso non c’è nessuna forzatura è un fatto di una precisione rigorosa. Per dirlo subito, dico che i campi di concentramento che tutti noi conosciamo molto bene, li hanno inventati gli psichiatri. I campi di concentramento derivano dalla psichiatria, perché? Perché li hanno inventati gli psichiatri.
Veniamo ai fatti: nel passato si trovano altre forme per colpire il divergenza nei costumi e il dissenso di pensiero in definitiva, perché la divergenza nei costumi è un dissenso di pensiero. Si può soltanto accennare al fatto che la donna intelligente che con la sua esperienza concreta trovava delle cure per alcune malattie o aiutava le altre donne nel parto era la strega. E’ la donna intelligente che costruisce una nuova cultura, questo lo dice anche Mchel de Montaigne, e siccome costruisce una nuova cultura diversa da quella in cui si trova ed è donna ed è povera e non ha potere, ma specialmente è donna, è la strega. Ora, gli strumenti ci sono, si può risalire indietro fino ai tempi più antichi e si trovano vari strumenti per colpire il dissenso nei costumi. Cosa c’è di nuovo nella borghesia? Una cosa molto importante, un fatto oggettivo. L’industrializzazione e l’urbanizzazione, c’è lo spostamento di migliaia di centinaia di migliaia e poi milioni di persone. Ora questo continua, ci sono città che passano da tre milioni a dieci milioni a venti milioni di abitanti in poco tempo. Ci sono agglomerati urbani che arrivano a venti, trenta milioni di abitanti. Sulla costa atlantica da New York in poi, tutte le città d’intorno sono agglomerati enormi con la gente che da tutte le parti, per ragioni economiche, si sposta e si accentra nelle grandi città industriali. Lì ci sono le manifatture, lì ci sono le industrie, lì c’è come dire l’accentramento del lavoro e questo spostamento in massa comporta una serie di problemi, comporta un grande numero di persone che si trovano fuori dal processo produttivo, e questi da qualche parte vanno messi, non si possono lasciare in giro. Nel ‘500 questo fatto cominciava in Francia, Parigi stava diventando grande, è una delle prime città che diventa grande, ci sono degli ospizi per poveri che disturbano, ne parla anche Foucault, ospizi per poveri che disturbano. Nel ‘500 non hanno ancora organizzato una teoria di copertura che poi sarà la psichiatria. Ci sono delle persone in giro per Parigi che non si possono lasciare in giro per ragioni ovvie non si possono lasciare in giro, si mettono negli ospizi, si accentrano, ci si tengono con la forza, incatenate, in questi ospizi per poveri ci sono dei medici, saranno i primi psichiatri. La teoria psichiatrica viene fuori da un abbozzo di campo di concentramento. Organizzano una teoria che sarà appunto la teoria fondamentale per formare i campi di concentramento, sarà di suggerimento a Hitler. Dachau-Bikenau nasce in questo modo, nasce perché ci sono dei tedeschi che non sono d’accordo con Hitler. Dachau non è nata né per gli ebrei né per gli zingari né per i polacchi, nel 1933 Dachau è nato per i tedeschi che sono in dissenso. E’ inutile dire che gli psichiatri fanno comodo, cioè è inutile dire che sono il modello pratico e teorico, hanno già organizzato i campi di concentramento e hanno sempre un’idea per dire che è giusto che la gente ci stia dentro. Quindi la psichiatria nasce oggettivamente dalla necessità della borghesia di mettere in qualche luogo le persone che restano fuori dal processo produttivo e poi viene usata via via ogni volta che si ha la volontà di accentrare delle persone per massacrarle, per cui il fatto è storicamente preciso, storicamente indiscutibile. Ci sono pochi fatti che sono così precisi e così poco legati all’interpretazione, ma legati proprio allo svolgimento degli avvenimenti storici.


L.R. = Benissimo. Facendo un passo indietro allora in quello che ci hai detto fino a ora, tu ci hai citato il caso di Wagner. Wagner grande musicista, penso sia difficile metterlo in discussione, può piacere o non può piacere, rispecchia un epoca culturale precisa, storica. Comunque viene etichettato come malato di mente, viene comunque supportato, diciamo tra virgolette, dalla società del suo tempo, però credo che ci siamo nella storia proprio della musica tedesca altri esempi che all’opposto di Wagner non potrebbero essere etichettati come malati mentali che sono altrettanto validi sul piano della creazione musicale, penso per esempio a Bach ecco ci puoi dire qualcosa di Bach, io non conosco bene la sua vita però mi risulta che sia l’esempio opposto di quello di Wagner, ecco qui uno psichiatra come spiegherebbe il genio di Bach in rapporto alla follia e in rapporto al genio di Wagner?


G.A. = Premesso che Bach per quello che si sa, cioè le testimonianze che ci sono sulla sua vita, e su questo sono tutti d’accordo, ha condotto una vita molto regolare, si potrebbe dire conformista. Quando un personaggio sia creativo come lui e conduce una vita regolare, conformista interessa poco cercare di farlo passare per matto, mentre Wagner era sulle barricate nel’48, con gli anarchici era con Bakunin, per cui la differenza c’è, è chiaro che nessuno si può interessare a Bach come pericolo per l’ordine costituito mentre Wagner lo è stato un pericolo in un certo periodo. Nella sua maturità poi si è ben collegato con il potere, però da giovane era un rivoluzionario. Premesso che ci sono degli artisti che fanno delle opere bellissime, ben fatte di grande significato riconosciute da tutti e una vita regolare e degli artisti invece che fanno lo stesso delle opere ben fatte e belle e una vita irregolare oppure da rivoluzionari. Ma questo vale anche per tutti gli altri uomini cioè gli artisti sono come gli altri.


L.R. = Ecco quello che ci interessava, tornando al discorso dei luoghi comuni.


G.A. = Voglio dire che un artista può essere un conformista o no, questo succede, come tutti gli altri uomini, cioè un artista non ha niente di speciale a parte che fa un mestiere diverso dagli altri. E’ questo che va detto, perché allora qui si arriva al discorso altrettanto vago, inventato dalla borghesia in rapporto all’ideologia della discriminazione. Discorso che è privo di contenuto quanto il discorso del pazzo e il discorso del genio, nel senso che è una parola che vuol dire tutto e non vuol dire nulla. Certo, tutti sappiamo che Bach e Wagner hanno fatto delle opere notevoli, nessuno lo mette in discussione, però questo significa che hanno svolto un lavoro in modo ottimo, questo significa che hanno avuto la fortuna di far coincidere certe loro qualità con la pratica della loro vita, il privilegio di essercisi trovati. Però cosa significa genio? E’ una parola priva di contenuto, si può applicare a tutto o a niente. Lombroso, per questo, che applicava le parole a tutto o a niente ha scritto “Genio e pazzia”, tanto sono parole che vanno bene sempre o non vanno bene mai perché poi quando uno si mette a discutere che cos’è un genio ognuno ci mette cosa vuole. Resta a parte, che sia chiaro il fatto che ci sono alcuni che noi conosciamo che hanno fatto cose notevoli, ce ne sono molti che hano fatto cose notevoli che noi non conosciamo, come dice tu l’altra volta. Ci può essere l’artigiano che nel suo lavoro è abile come Bach nella musica, ma siccome il suo tipo di lavoro non è qualificato al livello della gerarchia dei valori della nostra società nello stesso modo della musica, nessuno ne parla nessuno se ne interessa, c’è anche questo problema. Siccome si deve parlare se è scientifici o non scientifici i luoghi comuni di questo tipo, non sono scientifici sono superficiali, sono parole su cui nessuno riflette perché basta rifletterci un po’ perché si distrugge tutto, il dire appunto che Wagner che ha costruito la Tetralogia cioè che ha costruito la poesia, la musica, la sceneggiatura, l’interpretazione del mito, la filosofia, il progetto sociale, era capace di intendere e di volere? Questa è la scienza psichiatrica.
Si potrebbe parlare di Luis Althusser. Sui giornali scrivono, compreso Il Manifesto, per non parlare dell’Unità che parla di crisi di follia, tanto per restare sempre ad un livello di cultura basso, che Althusser , lo riconoscono che è uno dei più grandi pensatori del nostro tempo, uno che ha interpretato Marx nel nostro tempo in uno dei modi migliori, lo dicono loro e poi dicono che ha ucciso la moglie in una crisi di follia cioè in un momento in cui non era capace d’intendere e di volere allora questo qui è come la luce dell’ambulanza che si accende e si spegne. Ma che si scherza? Si deve parlare seriamente o si deve scherzare, se si parla seriamente io mi domando quale sono le tragedie che hanno attraversato la vita di Althusser per cui lui è potuto arrivare a uccidere la moglie? L’Espresso dice che lui avrebbe dichiarato che sono diciotto anni che deve sopportare la depressione, così la depressione diventa la causa della sua sofferenza, invece che l’essere l’effetto cioè per lui sono diciotto anni che deve sopportare per esempio il suicidio di un suo allievo e chi sa quante altre cose; lui era una persona disperata certo nonostante il suo successo per esempio perché facciamo la storia di questo uomo e nella storia di un uomo si può venir fuori anche il fatto che uccide e poi potrebbe averla uccisa magari, io non so nulla, ma mettiamo che l’abbia uccisa che sia una eutanasia perché lei voleva morire per esempio, e lui non lo dica perché non vuole che sia detto. Andiamo a cercare i problemi, io vorrei andare a Parigi a parlare con lui.


L.R = Anche in questo caso, allora, la psichiatria, oltre a commettere i crimini di cui tu hai parlato all’inizio, commette un altro crimine ancora più grosso cioè quello di volere per forza dare un’interpretazione, la sua interpretazione al dramma di ogni uomo.


G.A = Infatti, neanche Althusser che è un privilegiato può permettersi di tentare il suicidio, così quando Althusser ha tentato il suicidio è stato considerato un malato di mente perché il suicidio è un obiezione, un obiezione a tutta una serie di cose è un obiezione a una società, perché ci si uccide all’interno di una società per motivi che sono in rapporto con questa società.Ora è successo una tragedia un delitto della psichiatria è quello di nascondere i motivi reali della tragedia, i motivi reali devono essere conosciuti se io uccido una persona c’è una tragedia dietro che deve venire fuori e poi per concludere voglio dire un’altra cosa importante: siccome si tratta di Althusser si scrive la tragedia di Althusser, l’Unità scriva la crisi di follia di Althusser, altri giornali scriverano in altro modo, ma se invece di essere Althusser, uno degli uomini privilegiati della cultura francese, europea, fosse stato un bracciante, si scriveva il mostro perché ha ucciso la moglie, e questo anche bisogna ricordarsi e anche questo dipende dalla psichiatria e dipende dalla psichiatria come ideologia detto nel senso che diceva Marx, nel senso deteriore che diceva Marx, ideologia al servizio del potere.


L.R. = Mi vengono in mente un altro paio di esempi abbastanza clamorosi per tornare a questo luogo comune della malattia mentale e della creazione artistica. Di questo ci interesserà anche per poter dopo fare un discorso sull’arte con l’A maiuscola, quella in fondo per la quale si batte Collettivo R. cioè una determinazione della creazione con l’A maiuscola della poesia come privilegio ecc ecc mi vengono in mente i nomi di Van Gogh per la pittura e di Dino Campana per la poesia. Come vedi tu il personaggio Van Gogh e tutta la storia che su la malattia mentale di Van Gogh è stata creata, proprio in rapporto al suo fare specifico, al suo fare artigianale che è stata la sua pittura, se potessi abbinarlo a qualche altro grande pittore riconosciuto e stimato valorizzato dalla cultura borghese, faccio un esempio potrebbe essere quello di Picasso.


G.A. = Intanto di Van Gogh va detto subito che era un uomo critico nei riguardi della società del suo tempo, tanto che, mi pare che abbia passato un periodo in cui è andato a vivere insieme ai minatori. Già questo lo metteva in sospetto. Poi credo che Van Gogh dimostri con la sua vita, per quello che ne so, che la pittura è un lavoro perché lui ad un certo punto, siccome non trovava uno sbocco alla sua inquietudine in rapporto a questi problemi sociali ai suoi problemi di uomo nella società, si è messo tardi a lavorare intensamente e si è costruito una tecnica se la è costruita bene, e ha cominciato a fare dei quadri, che tra l’altro non erano neanche apprezzati, se so bene la storia, poi siccome ha continuato ad essere una persona critica nei riguardi della sua società e inquieta per questo è arrivato anche a conflitti grossi con altri, conflitti personali aveva problemi anche nei rapporti con le donne, per cui era inquieto, c’è tutta la problematica della vita sessuale nella nostra società, lui ce l’ha tutta. Un personaggio così è chiaro che tra l’altro siccome non era l’artista affermato, non aveva potere, poteva finire, com’è finito nelle mani degli psichiatri. Picasso è il contrario, Picasso è uno che ha una grande capacità creativa uguale a quella di Van Gogh che invece ha fatto i soldi allora di Picasso nessuno ha mai pensato che lui potesse essere pazzo se non quelli che seguono gli schemi dicono – l’artista è pazzo – perché non c’era motivo anche se Picasso era comunista, anche se ha dato dei contributi in rapporto alla guerra di Spagna però si è mantenuto sempre nell’ambito di una vita produttiva cioè una vita che alla borghesia va benissimo, dava dei buoni prodotti, se li faceva pagare per cui Picasso è vissuto fino alla vecchiaia senza andare incontro a questi problemi, il discorso è lo stesso.


L.R. = Quindi da quello che dici, noi possiamo incominciare ad arrivare ad una conclusione. Quando l’uomo della strada ripete meccanicamente quello slogan – Arte uguale follia – oppure quando vede nella diversità di un’artista i germi, per rimanere nei termini lombrosiani, i germi di una malattia mentale, di una diversità, siamo pienamente primo nell’arbitrio perché non esiste dimostrazione scientifica, secondo siamo in un falso totale.

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Pubblicato il 5 febbraio, 2018
Categoria: Notizie

Tagliatore di catene. L’eredità di Giorgio Antonucci – Circolo Anarchico Bernieri



Giorgio Antonucci è scomparso nel novembre 2017.
Tagliatore di catene, laceratore di camicie di forza, demolitore di muri, ha instancabilmente lavorato per la libertà e l’uguaglianza.
Lo ha fatto dal luogo più difficile, dall’interno delle mura dell’ospedale psichiatrico. Ha iniziato a lavorare a Gorizia con Franco Basaglia per poi spostarsi prima a a Reggio Emilia e poi a Imola. Nella città romagnola Giorgio con la sua équipe di infermieri ha liberato tutte e tutti. Niente mezzi di contenzione fisica, niente psicofarmaci e neurolettici a vita; niente contenzione chimica, ma relazioni, affetti, creatività, arte, inclusione e socialità.





Ne parliamo con Chiara Gazzola, autrice di Fra diagnosi e peccato. La discriminazione secolare nella psichiatria e nella religione (Mimesis, 2015), Vito Totire (Centro per l’alternativa alla medicina e alla psichiatria F.Lorusso), Maria Rosaria d’Oronzo ed Eugen Galasso del Centro di Relazioni Umane (Bologna).
Ore 20 aperitivo, proiezione del film “Se mi ascolti e mi credi. Giorgio Antonucci un medico senza camice” a seguire dibattito
Circolo Anarchico Berneri, piazza di porta s. stefano 1 Bologna


http://circoloberneri.indivia.net/senza-categoria/venerdi-9-febbraio-2018-ore-20-tagliatore-di-catene-leredita-di-giorgio-antonucci-al-circolo


La Testimoianza NO-PSICHIATRICA di Andrea Mele https://www.youtube.com/watch?v=tGL3UaPp4Rk&t=3s


La Testimonianza di Chiara Gazzola sul racconto delle Calate di Reggio Emilia https://www.youtube.com/watch?v=PD6d9jXccOw&feature=share



La Testimonianza di Maria D’Oronzo sul lavoro a favore dei Diritti Umani di Giorgio Antonucci https://www.youtube.com/watch?v=qW_yTRSF7ZM



La Testimonianza di Vito Totire sull’esempio di Giorgio Antonucci
https://www.youtube.com/watch?v=LPcb0BwZMPE


La Testimonianza di Eugen Galasso
https://www.youtube.com/watch?v=LPcb0BwZMPE


La Testimonianza di Giovanni Angioli sulle assemblee con i pazienti dell’Autogestito dell’o.p. di Imola
https://www.youtube.com/watch?v=OB8q2OkCMyc&t=111s


La Testimonianza di Maria D’Oronzo
https://www.youtube.com/watch?v=8vIhD_eB3Dw&t=24s


La Testomianza di Laura Mileto (sceneggiatrice di Se mi ascolti e mi credi. Giorgio Antonucci un medico senza camice
https://www.youtube.com/watch?v=qoQCdX-cL5E

Pubblicato il 18 gennaio, 2018
Categoria: Notizie

“Se mi ascolti e mi credi” – Proiezione in occasione della “Giornata della memoria”


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Pubblicato il 18 gennaio, 2018
Categoria: Notizie

Tributo del Comune di Firenze a Giorgio Antonucci



PROIEZIONE “SE MI ASCOLTI E MI CREDI” DOCU-FILM SULLA VITA DEL DOTTOR GIORGIO ANTONUCCI.



Scomparsa Giorgio Antonucci, il cordoglio della presidente della Commissione cultura e sport Maria Federica Giuliani (Comune di Firenze comunicato stampa)

http://press.comune.fi.it/hcm/hcm5353-10_5_1-Scomparsa+Giorgio+Antonucci%2C+il+cordoglio+della+pr.html?cm_id_details=86295&id_padre=4473

Pubblicato il 8 dicembre, 2017
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo