Archivio della Categoria: ‘Testi’

Il piacere della libertà – Giorgio Antonucci

‘Già nelle valli risuonano
canti di primavera’
Alceo di Mitilene
Il nibbio – secondo una novella di ‘Mille e una notte’ – rapisce un rubino dal grembo di una fanciulla appena appena sposata.
Il marito della fanciulla abbandona le nozze e insegue il volatile correndo terra dopo terra.
Ogni tanto l’uccello si posa su un albero e l’uomo si ferma anche lui seduto sulle radici.
Così viaggiano di secolo in secolo una regione dopo l’altra all’apparire dell’alba, nei sogni del crepuscolo, e sotto i cieli di stelle.
Nessuno sa quando si fermeranno, e il loro cammino travalica gli orizzonti.
Ma anche Giogio Conciani è sempre fresco come il sole del mattino e non si può immaginare di fermarlo.
Da anni i problemi della libertà lo vedono protagonista, e quando si pensa che abbia scelto di riposarsi – riappare.
Io, che ho l’onore di essere suo amico, ricordo la prima volta che andai nella sua casa nei dintorni di Firenze sotto i colli di Fiesole e di Settignano, per intervistarlo sui suoi problemi giudiziari a proposito dell’aborto, che lui aveva praticato gratis a donne che non potevano permettersi di pagare profumatamente quei ginecologi che dopo la legge per ragioni etiche sarebbero divenuti obbiettori di coscienza.
Prima di parlare mi intrattenne al pianoforte con Bach e con i Blues e mi raccontò episodi umoristici dei suoi pochi giorni in prigione al tempo delle sue lotte insieme con Pannella e Adele Faccio.
E’ un uomo di talento, pieno di spirito e voglia di vivere, da antico fiorentino alla maniera rinascimentale, individualista e libertario.
Ma è soprattutto un uomo coraggioso che sa affrontare i problemi della condizione umana a viso aperto, senza bisogno di ipocrisie e senza ambiguità.
Così si è esposto per il diritto di scelta delle donne sulla questione dell’aborto, per il diritto di scelta degli uomini sulla questione della sterilizzazione maschile, come ora si espone di nuovo per il diritto individuale di scegliersi la propria morte, invece che farla scegliere agli altri.
E’ sempre stato antiproibizionista e contro ogni tipo di censura.
Proprio ora che ci vogliono ridurre tutti come sudditi e schiavi di politicanti e di burocrati, che un giorno ci chiamano a morire per il comunismo e il giorno dopo ci fanno morire per il contrario.
Infatti Conciani è anche il cittadino che scrive a ‘La Nazione’ per dire che stanno distruggendo ‘Piazza Signoria’ amministratori e affaristi senza cultura, inconsapevoli della bellezza, guidati solo da stupidità e interessi di parte, in un mondo in cui l’arte conta solo per pubblicizzare i detersivi.
Scriveva Nietzsche con il solito splendore, consapevole dei soprassalti dell’epoca nuova e delle conseguenze a venire: “perché l’uomo libero può essere buono o malvagio, ma l’uomo non libero è una vergogna della natura”.
E con questo pensiero mandiamo un saluto e un augurio affettuoso a Giorgio Conciani per ancora mille anni di volo.
Sono gli uomini come lui che ci fanno vivere e ci proteggono dalla morte, e ci difendono dai funzionari al servizio dello Stato, operatori di sventura.

Or ti piaccia gradir la sua venuta
Libertà va cercando che è si cara
Come sa chi per lei vita rifiuta
Firenze maggio 1991

Pubblicato il 30 settembre, 2015
Categoria: Testi

Articoli giornalistici pro psichiatria – Eugen Galasso



Un disastro, un articolo in quello che è considerato il miglior quotidiano europeo, “EL Paìs”, nell’edizione domenicale del 6 settembre scorso, parla dei pericoli creati (incidenti, ma anche pestaggi e peggio) dai presunti “malati di mete”. Ora, dopo decenni di anti-e non/psichiatria sappiamo che la malattia mentale è un mito (Szasz). Famiglie che si mobilitano e altro. Sembra d’essere nel Medioevo o durante l’Inquisizione: una sciagura, mentre dovremmo essere nell’epoca della Spagna post-movida, post-tutto…diremmo. Il pregiudizio è duro a morire; se ci sono responsabilità penali, esse vanno “sanate”, anche con una punizione dura; ma è ora di finirla con la psichiatrizzazione indebita di tante persone, che crea solo dipendenza da psicofarmaci ma anche dalle figure “di riferimento” (psichiatria, infermieri etc-). Che sia chiaro, una volta per tutte, pena trascinarsi dietro ancora secoli di ciarpame psichiatrico… Eugen Galasso

Pubblicato il 23 settembre, 2015
Categoria: Testi

Apologia dello Stato – di Giorgio Antonucci



Articolo per “Tempi Supplementari”

In un’ alba livida
Tra i fiumi del whisky
Dio venne a Mahagonny.
Bertolt Brecht.





Io credo che dovremmo intitolare le università i licei e le scuole elementari ai vari nomi illustri della fedeltà allo Stato e ai campioni autentici dell’amore di Patria. Come ad esempio Adolf Eichmann e Martin Bormann, visto che si insegna ai discepoli la sottomissione all’ordine costituito e il rispetto delle direttive che vengono dall’alto.
Si dovrebbero distribuire ai ragazzi le biografie degli imputati del processo di Norimberga. Vittime innocenti dell’incomprensione dei vincitori, che peraltro partivano dalle stesse convinzioni.
E’ ridicolo intitolare una scuola ad Albert Einstein, che era un anarchico un po’ pazzoide e svitato che andava dicendo che per fare il militare non è necessario un cervello, ma basterebbe il midollo spinale, e considerava altre umiliazioni meno gravi che quella di indossare una divisa e marciare inquadrato per la guerra.
Ed è naturalmente sbagliato dedicarla a Dante Alighieri che, a parte che era un eretico, era pure un individualista ribelle, condannato a morte per ben due volte dal potere legittimo della città.
Le facoltà di medicina dovrebbero esser dedicate al Dottor Mengele, che seguiva i principi del giuramento di Ippocrate, e operava per il bene della specie, secondo i teoremi di Darwin.
Hanno ragione le donne di iscriversi ai militari per diventare omicide alla pari degli uomini, uscendo da secoli di oscura inferiorità e di degradante apatia.
Anche le femmine hanno diritto alla pari dei maschi di proporsi generosamente e in modo altruistico e coraggioso come attivo strumento di morte statale, rivendicando di non essere emarginate, e facendosi eredi del vecchio detto filosofico che la guerra è la madre di tutte le cose e la molla di tutti i progressi.
Dev’essere una delizia per le femministe vedere finalmente le donne vestite da vigile urbano, poliziotto, soldato e magari prete anglicano: secoli di lotte e rivendicazioni sono finalmente arrivate a buon porto.
Anche la donna è un numero, proprio come l’uomo.
Pure le fanciulle possono diventare funzionari scrupolosi.
Perfino la donna può essere a tutti gli effetti un fedele e cieco servitore dello Stato, e può contribuire in prima persona al riarmo per la pace, e ai bombardamenti chirurgici.
Per quel che riguarda i bambini e gli adolescenti non abbiamo nulla da inventare e possiamo imitare con tranquillità i nostri maestri più qualificati militarizzando tutti fino dal giorno della nascita.
I precedenti sono gloriosi.
I musicisti ci forniranno le marce e le ninna nanne.
Gli stilisti e i pittori le divise.
Gli scrittori e i poeti le parole d’ordine.
Gli architetti le aule squadrate.
Così potremo dire alla fine, dopo secoli di barbarie anarchica:”Ora non c’è più l’uomo, ma esiste finalmente la società, come per troppo tempo avevamo desiderato”.
Saremo l’invidia delle formiche.
Di qui in avanti le esecuzioni sommarie e i genocidi non saranno più guerra, ma saranno più precisamente operazioni di polizia, per garantire la legalità e la sicurezza degli onesti e dei tranquilli, tessuto formativo della cultura, e basi stabili del buon governo universale.
Gli psicologi ci diranno che la famiglia stabile, costi quel che costi, è l’unico valore sociale, e il divorzio e gli amori extra coniugali sono un segno di difetto genetico, e una nevrosi, e un sintomo di malattia della mente, e le assistenti sociali provvederanno a sorvegliarci in continuazione per il bene nostro e dei figli.
La pena capitale e i manicomi taglieranno il marcio.
Gli spot promozionali terranno viva la verità.
I portatori di handicap, come Beethoven e Leopardi, verranno castrati perché non figlino, e non riempiano il mondo di aborti.
Non sarà più necessaria la storia, come diceva quel sognatore di Pascal, ma sarà abbastanza l’ordine del giorno per regolarsi di conseguenza, con coscienza e rigore, e senza inutili divagazioni.
Ci terremo sotto gli occhi “Il buon governo” di Ambrogio Lorenzetti, e ameremo la pace dei sottomessi e la gioia degli schiavi felici.
E il mondo politico, superata la superstizione democratica, sarà guidato dai superdotati.
Tutti gli altri penseranno a riprodursi e obbedire, senza grilli per la testa e inutili discussioni.
Firenze dicembre 1992.

Pubblicato il 23 settembre, 2015
Categoria: Testi

Il pensiero – Giorgio Antonucci



Joan Miro

Maledetta sie tu antica lupa
Che più di tutte l’altre bestie hai preda
Con la tua sanza fine cupa.


Ci si consuma in dilemmi inutili. Così i pensieri di libertà sfumano come la rugiada dell’alba.
I pensieri inutili sono il labirinto dove ci perdiamo.
Ma dov’è Arianna con i suoi gomitoli d’oro?
Già durante la guerra del Golfo gli alleati, Italia compresa, erano passati con le bombe sui milioni di abitanti di Baghdad e dell’Irak e avevano colpito, tra l’indifferenza e il silenzio di tutti, il Museo Archeologico delle civiltà più antiche del mondo, con morti e annullamento di capolavori, proprio come gli autori dell’attentato di Firenze.
Cosa importa dei capolavori dei Sumeri e degli Assiri, cosa importano Leonardo e Filippino, che importa se i bambini muoiono di fame per l’embargo?
Che importano le donne di Sarajevo?
Che cosa ci dicono le vittime?
Piuttosto la difesa degli affari.
Business in business.
Di sicuro affari di Stato in tutti i casi.
Proprio gli Stati nel senso di Marx e di Engels come amministrazioni delle classi dominanti e delle loro ricchezze.
Però il dilemma di cui si parla è se sia più grave uccidere gli uomini o aggredire i capolavori.
Dilemma senza senso e privo di contenuto.
Domanda da filosofi del potere.
Come chiedersi se è meglio la sedia elettrica o la fucilazione i campi di sterminio dell’ovest o quelli dell’est.
O se è meglio mettere i dissidenti e i superflui in manicomio o in ospedale civile.
O se la depressione si cura con l’elettrochoc o con gli psicofarmaci.
O se la pace si difende con le alleanze o senza.
O se la letteratura dev’essere realistica o fantasiosa, e la musica tonale o dodecafonica, e la pittura figurativa o informale.
O se Pinocchio deve essere con la morale o senza.
O se è migliore il misticismo d’oriente o quello d’occidente.
Su questi sofismi si gioca l’apparenza della libertà e il mito della democrazia.
Domandiamoci piuttosto come mai nemmeno la fine della specie spaventa i pescicani dell’economia autori e padroni delle sorti del mondo.
E chiediamoci come si fa a sconfiggerli prima che sia troppo tardi.
Come possiamo fermarli.
Così gli intellettuali del controllo sociale diranno che siamo ideologici e qualcuno dirà nei salotti che dopo l’eventuale e probabile catastrofe la luce continuerà a correre negli spazi come se nulla fosse accaduto, e una specie inutile sarà scomparsa senza traccia insieme a tutte le altre forme di vita dell’unico pianeta abitato.
Una specie feroce con se stessa.
Il racconto suona in questi termini: – In antico cantavano senza stancarsi, poi si sono ridotti in silenzio in metropoli sconfinate senza voce, poi si sono estinti per mancanza di gioia -.


Che tutto l’ora che è sotto la luna
E che già fu, di queste anime stanche
Non potrebbero farne posar una.

Firenze 7 giugno 1993

Pubblicato il 23 agosto, 2015
Categoria: Testi

La trappola – Rapsodia – Giorgio Antonucci

Renè Magritte


O sole

O sole
Infuocato

Che mi guardi
Senza occhi

(scrive
il giovane
poeta)

io mi consumo

io mi consumo
senza gioia.


Mi ricordo, quand’ero ragazzo, un cartone animato, un po’ metafisico, dove si vedeva una macchina da cui entravano da una parte i maiali e dall’altra uscivano i pezzi, ma poi i pezzi tornavano indietro e uscivano di nuovo i maiali, pigolanti e vivi più di prima.
Mi pare una macchina così perfetta che nemmeno Asimov
Se ne potrebbe immaginare una migliore.
Il dottore Faust si sarebbe interessato vivamente.
Era una sfida al tempo e una critica alla natura, che è monotona e triste, e crea per lo sfizio
Di distruggere.
“Nel loro cuore si diffuse un gelo / e ritrassero le ali” scrive Saffo parlando di colombe, e dipinge il presagio della morte nella malinconia del tempo, che procede in un senso soltanto, in modo spietato.
Ma com’è che influisce sull’uomo questa coscienza?
La coscienza di essere fragile e di non durare?
Come voleva Leopardi ne ‘La ginestra’?
Oppure al contrario?
Si racconta che gli uomini nel Neanderthal tutelavano le tombe e custodivano i vecchi, al contrario di noi.
Accanto al mistero della morte c’è quello del comportamento degli uomini che, per dimenticare la morte, si uniscono solidali tra loro: oppure uccidono per scongiurarla, come se darla agli altri la allontanasse da noi.
Ecco che ora, giustamente, per andare in vacanza venti giorni, molti buttano gli animali domestici sulla strada e infilano i vecchi nell’ospizio; e i reduci delle delizie di Stalin e del socialismo burocratico non vedono l’ora di far parte della nostra cultura per gustare le gioie della civiltà e le consolazioni del vivere liberi, tra consumi e benessere. Vorrebbero tutti arrivare di corsa, per partecipare al banchetto.
Intanto i nazisti e la mafia tirano i morti fuori dalle tombe per insultarli, con grande umanissima soddisfazione.
Ma ‘La repubblica’ scrive che per il commercio degli organi le partorienti sono produttive e i neonati sono utili, tanto che si prende quello che serve al trapianto e il resto si butta via, nella cultura dei ricchi e dell’abbondanza, a consumo avvenuto.
Sono le leggi del mercato, l’unica economia che funziona, a dire degli esperti.
E non ci sono altri sistemi solari in vista, e l’utopia è sotto processo, e l’immaginazione e la fantasia sono un rumore antico, e l’arte nasconde il suo viso espressivo nello spessore delle nebbie.


Dà oggi a noi la cotidiana manna
Sanza la qual per questo aspro diserto
A retro va chi più di gir si affanna.


Firenze aprile 1992

Pubblicato il 21 agosto, 2015
Categoria: Testi

Andrea Soldi: un “caso” di trattamento sanitario obbligatorio – Eugen Galasso


Quello che per giornali e mass-media vari è il “caso Soldi”, scoppiato d’estate, che quindi “fa colore”, salvo poi essere derubricato quando ciò conviene…è invece un ulteriore elemento tragico che aggrava la questione (che è ben più di ciò, ovviamente).  Quanto preoccupa, chi scrive ma ovviamente non solo, è quanto si propone: A) un TSO più “attento”, con infermieri non “sadici”etc.; B) maggiore vigilanza da parte dello psichiatra etc. Ora, a parte il fatto che lo psichiatra sarebbe in primis medico, tenuto al giuramento d’Ippocrate, al “primum non nocere”, che quindi chiaramente lo stesso sarebbe anche penalmente perseguibile in quanto viaggiava su un’auto diversa da quella che trasportava il povero Soldi, morto come si sa, in circostanze ancora non totalmente chiarite ma neppure oscure (responsabilità ovvie, per medico-psichiatra e infermieri) il problema, a monte, è un altro. L’errore sta, come si suol dire, “nel manico”, ossia nel TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio): se un paziente non può essere obbligato a un trattamento sanitario in campo medico (in ospedale e clinica si può per es. firmare una “liberatoria”per farsi dimettere o per non sottoporsi a un’operazione o a una particolare terapia), a fortiori deve  poter valere  nel campo della psichiatria, dove tutto è quantomeno “flou”, assolutamente non certo. Non esiste la certezza di una ” malattia”, di una “diagnosi”, al contrario di quanto vorrebbe una psichiatria che si creda/pretenda scienza. Ciò, da Laing, Cooper, Szasz, Antonucci e altri è dimostrato da decenni, anzi ormai praticamente da mezzo secolo (ma attenzione: dubbi anche seri erano già stati avanzati molto prima…), ma la prassi del TSO e della psichiatria non cambia. Stupisce, poi, che a chiedere maggiore presenza dello psichiatra sul luogo  del trattamento siano i familiari stessi della vittima e loro amici e conoscenti o comunque persone con problemi analoghi: la “fede” nella psichiatria, evidentemente, alligna ancora, complici ancora una volta mass-media e poteri che la spacciano per “scienza” incontrovertibile quanto “assoluta”. 
   
Eugen Galasso


Pubblicato il 17 agosto, 2015
Categoria: Testi

Il ruolo, misconosciuto, di Antonucci





Van Gogh

Conversazione con Giorgio Antonucci – parte IV e finale


… Sono contenta che ti abbiano conosciuto questi miei amici che arrivano dall’estero. Infatti tu non sei molto conosciuto all’estero, a differenza per esempio di Basaglia, e le tue opere non sono state tradotte in inglese*. Eppure tu, a partire dagli anni ’60, sei un pensatore fuori dalle righe e hai scritto diversi libri, hai partecipato a conferenze, continui ad essere molto attivo con articoli e interventi vari. Hai attuato una rivoluzione in campo psichiatrico, dimostrando che è meglio farne a meno… Perché non sei molto ascoltato?

Per quanto riguarda l’essere conosciuti o meno, intanto a me è stato dato un premio a Los Angeles, quindi vuol dire che qualcosa è passato. Potrei dire che Basaglia, non fa paura a nessuno perché Basaglia non ha detto nulla contro la psichiatria. Tutti dicono di essere basagliani, quando mai Basaglia ha criticato la psichiatria? Dov’è scritto? Allora se tu critichi l’istituzione sono tutti d’accordo, tanto la rimettono insieme in un altro modo, quindi sembra di aver risolto il problema, invece fanno solo finta. Se invece tu critichi la psichiatria, tu critichi le basi di questa gente, per cui il mio discorso è rivoluzionario. Delle persone di un gruppo fiorentino di psicologia junghiana, che hanno letto il mio libro e sono venuti a trovarmi, mi dicevano che quando parlano di me, del mio libro Diario dal manicomio, gli psichiatri, gli psicanalisti e gli assistenti sociali vanno fuori di testa. Se parlano di Basaglia non importa nulla.
Quando mai Basaglia ha detto che bisogna abolire il Trattamento Sanitario Obbligatorio? Io non ho solo detto che bisogna abolirlo, ma ho fatto quarant’anni il medico, e non ho fatto una sola volta un Trattamento Sanitario Obbligatorio. L’ho rifiutato tutte le volte che potevo. Stavo per essere messo sotto processo perché respingevo tutti i ricoveri obbligatori. Purtroppo di quelli che conosco sono l’unico che ha rifiutato di prender le persone con la forza. Questo è un altro aspetto.
Allora, il mio pensiero è scomodo, quello di Basaglia no.
Anzi, è la base di tutta la psichiatria. Mi dispiace per lui, io l’ho conosciuto, ma il fatto è che lui non ha detto una parola, ha criticato le istituzioni e non il pensiero su cui si basano. Thomas Szasz ha scritto numerose opere di prim’ordine; in Italia non lo conosce quasi nessuno. Perché mettere in discussione la psichiatria è un discorso grosso, anche a livello politico.
Potrei aggiungere, anche se non sta a me dire perché sono conosciuto o no, che io non ho alle spalle nessuno, nel senso che per esempi Basaglia s’è affermato col Partito Comunista Italiano ( e forse anche per quello certe cose non le ha dette, no? ) ; io sono da solo. Io ho fatto questo lavoro da solo contro tutti, non so come mai ne sono uscito fuori, dato che non sono collegato con nessuna organizzazione. Nel ’92 ho avuto trentamila voti a Bologna come candidato di Rifondazione Comunista, per il Senato. Perché quando io lavoravo, siccome avevo addosso i burocrati del PD, quelli dell’estrema sinistra mi appoggiavano e mi hanno proposto come candidato a Bologna. C’è stato uno di Parma che ha preso un po’ più di voti, se no mi succedeva perfino…

… di diventare senatore!?!

Ci sono anche quelli che fanno finta di non conoscermi; per esempio tutti i basagliani mi conoscono benissimo. Jervis è morto, però durante tutta la sua vita avrebbe potuto parlare dal suo punto di vista del mio lavoro insieme a lui, ma non ha mai scritto di me in nemmeno un libro. Come se non esistessi. Pirella, che è entrato in rapporto con l’associazione Giù le mani dai bambini, voleva eliminarmi perché avevano eletto me come presidente onorario del comitato scientifico. Cioè, quelli di Basaglia fanno finta che io non esista, perché loro si sono fermati e da quella strada lì non si va da nessuna parte. E’ inutile criticare i manicomi se non si critica l’idea che li ha messi su. E’ inutile criticare i campi di concentramento se non si critica Hitler. Cioè, criticare i manicomi senza criticare la società e l’idea di cui si è servita la società per costruirli, significa fare un lavoro monco, che non serve a niente.

…Jervis era quello che non faceva gli elettroshock agli uomini ma solo alle donne…

…con lui ho lavorato a Reggio Emilia.

Già. Mi avevi raccontato di una suora che era stata sottoposta all’elettroshock, perché non sentiva più la vocazione, appunto da Giovanni Jervis e che tu non eri d’accordo**. Spesso quando dico che si devono eliminare l’elettroshock, il TSO e gli psicofarmaci altrimenti è inutile parlare di de-istituzionalizzazione, le persone non vogliono più ascoltarmi. Se parlo dei casi morti in psichiatria mi dicono: “Tu non devi parlare di queste cose, perché metti in cattiva luce…” Ma allora uno non ne deve parlare?

Per quello io sono l’innominato. Comunque io non sono inquadrato da nessuna parte e ho avuto degli appoggi basati sul mio lavoro, non al contrario, e cioè che il mio lavoro si sia affermato per via degli appoggi. E’ venuta a trovarmi Dacia Maraini*** eccetera. Io non sono di nessuna religione, perbacco! Non credo in nessun diavolo e nessun dio. Per quarant’anni di lavoro a rischio mio personale ho respinto i ricoveri. Ho liberato le persone quando stavano per essere rinchiuse, quando arrivavano che ero medico di guardia, io dovevo farle slegare, farle uscire dall’ambulanza, mandare via gli infermieri, mandare via i medici, parlare con la persona, telefonare al medico che l’aveva mandato, telefonare ai parenti. Scombinavo tutto, a mio gravissimo rischio. Infatti ho rischiato di essere condannato dal tribunale di Bologna. Mi è andata bene, ma poteva andare male. Per cui quelli che parlano, che dicono che bisogna abolire il Trattamento Sanitario Obbligatorio, se non ci fossi io non ne potrebbero parlare, perché non ci sarebbe nessuno che l’ha fatto. In quarant’anni non ho fatto nessun TSO e ho evitati tanti.
Grandioso! Il tuo destino assomiglia un po’ a quello di Dante. Lui è stato esiliato, proprio fisicamente, e tu in qualche modo sei un po’ esiliato, come Dante…
Un’altra domanda: l’individuo che rifiuta l’aiuto e che perde tutto, il suo appartamento, la sua rete sociale, che è sulla strada e lentamente e certamente collassa… Vedendo questo, cosa si deve fare?

Ho già detto che se io ho un tumore allo stomaco e non mi voglio operare e muoio, bisogna rispettare la mia volontà. Questo vale per tutto. Il fatto di una gamba rotta è un fatto semplice su cui fare una previsione, su un problema della personalità non si possono fare previsioni. Comunque il discorso non è questo. Non c’è qualcuno che deve stabilire un programma su di lei, è la persona che deve scegliere quello che deve fare. Non si può misurare. Si continua a paragonare una frattura, che è un fatto fisico, su cui si possono fare delle previsioni, a un fatto morale che non è misurabile.

Ad esempio abbiamo una persona che ha perso il lavoro, ha delle difficoltà sociali, quindi ha bisogno anche di assistenza, ha bisogno di soldi…A una persona in una tale situazione viene fatta la diagnosi psichiatrica; e poi viene aiutata per riprendersi…
No, non viene aiutata. Dovrebbero smettere di fare diagnosi psichiatriche a tutti quanti! Non è che ci sono tanti che stanno male, ci sono tanti che vengono classificati e questo serve solo alle case farmaceutiche per vendere farmaci e sono interessi degli psichiatri in quanto guadagnano. La soluzione è smettere di fare diagnosi psichiatriche. Quelli che giocano d’azzardo sono malati di mente, quelli che divorziano sono malati di mente, quelli che spendono più di quello che dovrebbero sono malati di mente…

Si, immaginiamoci il disoccupato che non guadagna niente…

Allora bisogna smetterla di vedere sotto questa prospettiva e cambiarla, altrimenti non si va da nessuna parte. Poi la persona classificata dagli psichiatri non è aiutata, è messa da parte, anche con la pensione. Quando qualcuno mi diceva di volersi far dare una pensione per motivi psichiatrici, ho sempre consigliato di evitare di prenderla perché si sarebbero rovinati. Cioè, il problema è che la psichiatria non è assistenza, la psichiatria è eliminazione. I problemi psicologici non sono la rottura di una gamba o una malattia, sono un’altra cosa. Allora è la società intera che deve farsi carico dell’infelicità. Si è parlato dei bambini che vanno in guerra? Noi lo siamo, in guerra: si sta bombardando una città con più di un milione di abitanti, si ammazzano uomini, donne e bambini, i giornali non ne parlano nemmeno. Ecco, in una società così, poi se si finisce per trovarsi infelici, c’è mica da meravigliarsi. Ci sono dei problemi grossi. Se continuiamo così la società si trasforma in un ospedale. Non si può pensare a un superamento della psichiatria senza pensare a una trasformazione della società, a come vivono gli uomini. Questa società qui si sta trasformando in un ospedale che serve alle case farmaceutiche che vendono sempre più farmaci; alle fabbriche d’armi che si rinnovano…

…agli oligarchi che creano disoccupati!
…il problema della critica alla psichiatria è anche il problema della critica alla società. Senza la prospettiva di una società diversa si resta così.


La mia non è una domanda. Ieri siamo partiti da Bruxelles e siamo arrivati a Traona; Erveda ha deciso lì per lì di venire a Firenze…Per noi è stata una sorpresa. Io ad esempio non avevo alcuna idea di quanti chilometri ci fossero da fare! Così ieri siamo partiti, abbiamo fatto quattrocento chilometri, e poi ho pensato che abbiamo fatto quattrocento chilometri per una persona! E, per dirla tutta, valeva la pena. La conclusione è: complimenti!
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*Nel frattempo, però, da parte de “Il Cappellaio Matto” è stato sottotitolato una video-intervista realizzata da Saverio Tommasi: (http://www.youtube.com/watch?v=vOGYblcMFkk). Inoltre è sottotitolato il video-documentario “Gli occhi non li vidono – Premio Giorgio Antonucci” (https://www.youtube.com/watch?v=KFUKWHcUMnc).
**Una domenica – ero di guardia, quindi avrei dovuto svolgere le funzioni dei medici assenti – Jervis mi telefonò dicendomi che dovevo fare l’elettroshock a una paziente. Io risposi che l’elettroshock non lo facevo; egli disse che l’avrebbe eseguito di persona e mi invitò ad andare a vedere; così, perché non pensasse che io non facevo l’elettroshock per l’impressione, anziché per principio, cioè perché l’elettroshock fa male, fui costretto ad andare a vedere. Vidi fare l’elettroshock a una suora di ventotto anni che era stata, dal convento in cui viveva, internata dalle consorelle perché ad un certo punto aveva cominciato a dire che lei non voleva più saperne di essere sposa di Gesù, ma voleva degli sposi sul serio. Jervis allora le faceva l’elettroshock; la situazione si commenta da sola! Io presi i reparti di donne che erano di Jervis e vi trovai che l’elettroshock era molto usato, mentre nei reparti degli uomini era stato eliminato. Questa è una testimonianza di un’altra situazione complicata, contraddittoria. Inoltre i medici sostenevano che le persone dovevano essere liberate dal manicomio, ma non tutte potevano uscire. Le uscite erano consentite solo se controllate, mentre con me non erano più controllate perché ritenevo che ogni persona avesse il diritto di uscire quando voleva e secondo le sue intenzioni. Operai così due cambiamenti: tolsi l’elettroshock e lasciai le persone libere. Inoltre comincia a ridurre gli psicofarmaci, per poterli togliere definitivamente. Per questo motivo ebbi una discussione con Pirella dal momento che, nel reparto donne, c’era una persona anziana che piangeva continuamente ed egli voleva provvedere a questa situazione ricorrendo all’elettroshock. (Intervista a cura di Clarissa Brigidi – fonte: http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net, visualizzato il 10/04/2013).
***Dacia Maraini parla del suo incontro con Giorgio Antonucci e delle visite nei suoi reparti in alcuni articoli de La Stampa e nei libri Dossier Imola e legge 180 (1979) e La Grande Festa (2011).

Pubblicato il 12 agosto, 2015
Categoria: Testi

Il pellegrino notturno – Giorgio Antonucci





Henri Matisse


“Odi, Melisso: io vo contarti un sogno
di questa notte, che mi torna a mente
in riveder la luna.”
Leopardi


La navicella dei sogni solcava il mare della solitudine nelle acque un pò desolate del niente.
Così Rodolfo il Glabro, monaco passionale e fantasioso, agli inizi del Mille, correva le sue notti tra timori e speranze, e mutava le sue passioni in sogno.
Aveva detto a un suo giovane discepolo che il problema non era, secondo lui, l’esistenza o non esistenza di Dio, ma piuttosto il furore del Signore contro i peccatori, e il rapporto tra la morte e la passione, che chiude le porte della carità.
Anche i pagani – diceva – avevano veduto Medusa, come una fanciulla compromessa dai sensi, caduta dalla bellezza all’orrore.
Gli scrupoli religiosi e le tristezze dell’età gli dettavano queste note.
Ma una notte aveva veduto, tra occhi di diavoli e sibili di serpenti, le brughiere coperte di forche e abitate da urla di condannati, negli spazi vuoti tra i castelli.
Poi d’improvviso, dopo una dissolvenza, gli era apparsa la terra coperta di bianco, in una rete di luce e di spazi lontani.
“A dire il vero – scrive Fernando Vittorino Joannes, nel suo ‘L’uomo del Medio Evo’ – quello era un sogno solidissimo, piantato in terra e svettante nel cielo: erano le CATTEDRALI. Ancora poche, o informi nel loro gigantesco impianto, ai tempi del monaco Rodolfo. Presto sarebbero staste un vero mantello avvolgente la vecchia terra d’Europa”.
Scriverà tuttavia Newton in epoche successive di scienza e di esperimenti che ” è vero che Dio si estende tanto quanto il vuoto, così che Lui, essendo spirito e penetrando la materia, non è ostacolo al movimento dei corpi, ne più che niente fosse al suo posto”.
E così anche ora l’uomo dei satelliti e dell’universo che esplode, alla fine del secondo millennio, disperso nell’universo, e solo davanti al ricatto sociale.
Ai televisori passano immagini come fossero sogni e appaiono minacce e incubi.
Al centro dello stato più potente la più alta autorità coltiva la campagna elettorale preparando bombardamendi sulle città ribelli e intensificano l’esecuzione delle pene capitali, mentre gli uomini di scienza danno il loro diligente contributo al perfezionamento delle armi totali, e i filosofi considerano l’accumulo di ricchezze un problema dello sviluppo e una necessità della cultura.
I ricchi divengono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Essendo poi ogni ideale una utopia, la mediocrità è divenuta la sezione aurea dello spirito.
“A un certo punto il telefono ha squillato, con Bob già legato alla sedia e tutto, ed era ovvio cosa voleva dire quello squillo – racconta ‘La Repubblica’ nell’articolo ‘Così ho visto morire il mio amico Harris’ – quello squillo poteva significare una cosa sola, che c’era stata un’altra sospensione. Ma Bob è stato tenuto dentro per altri quattro minuti, ed è stato orribile vedere quell’uomo già pronto a morire che si guardava intorno senza capire che cosa stava accadendo, per quattro lunghi minuti. Lo vedevi legato lì, con l’acido solforico che gli bolliva sotto la sedia, e lui che ripeteva: ‘Ok sono pronto, ok, forza fatelo adesso’, mentre in realtà l’esecuzione era stata già sospesa.”
Stanotte, come Rodolfo il Glabro, ho avuto i miei sogni di passione e di morte, con occhi che mi guardavano e reti di luce sotto la luna, ma poi, dopo la dissolvenza, ho veduto la terra coperta di deserti, e di centrali atomiche, sparse fino ai confini del cielo, sotto un calore di fuoco.


Aprile 1992

Pubblicato il 4 agosto, 2015
Categoria: Testi

Le notti di Francoforte. Aneddoto filosofico di Giorgio Antonucci






Pablo Picasso


“La vita è cosa dubbia, voglio passare la mia a pensarci”.
Arturo Schopenhauer


Nessun viaggio
potrà
portarti
lontano


almeno
così
lontano


che tu
possa


fuggire
la paura.


– Anche se è opportuno essere aperti e tolleranti si deve dire che la pazienza non è nè può essere infinita e, come dice il proverbio, il troppo stroppia, e i nervi saltano anche ai più quieti.-
Così diceva dentro di sè, riflettendo sui fini ultimi, il filosofo dilettante di Francoforte Arturo Schopenhauer.
– Proprio perchè la vita umana non è del tutto da rifiutarsi fa dispiacere che sia tormentata ed effimera, e forse senza scopo e senza seguito.
Allora non è da gentiluomini permettersi di sostenere che questo è il migliore dei mondi possibili quando anche l’ultimo dei camerieri di osteria può immaginarne uno migliore, un pò più felice e più bello, e più che altro meno crudele.
Ma chi era questo autore tedesco, così bravo in matematica da fare invidia a Newton, ma così insufficiente in filosofia da far morire di bile ogni uomo ragionevole? Che voleva questo Leibniz?
Noi viviamo solo un giorno e non si vede il mare due volte e le stelle del cielo non ci guardano nemmeno, tanto poco si dura.-
Il filosofo dilettante camminava sul fiume a grandi passi.
Il crepuscolo avanzava impetuoso nei vicoli malinconici della città.
Alcuni mendicanti, consumati dal tempo, allungavano le mani con poca fiducia.
Dall’interno di una finestra illuminata arrivava attutito il suono di un pianoforte, come l’accompagnamento d’un canto d’amore.
– Appunto l’amore sessuale – continuava a pensare e mormorare il filosofo dilettante – questa astuzia ingenerosa della volontà del mondo per cui ciascuno merita piaceri del paradiso e miracoli del sentimento trovandosi dopo deluso e spossato come un toro della maremma, o freddo e incantato come un pesce della palude.
Petrarca se avesse consumato l’amore con Laura non avrebbe scritto neanche un verso, oppure si sarebbe rivolto ad altre fantasie.
Illusioni, solo illusioni.
E poi la morte che ci fa stare in sospeso come animali in un recinto chiuso, che aspettano le decisioni del macellaio.-
Nella birreria c’era un’aria raccolta e fumo e birra e qualche sussurro tra gli avventori.
Il filosofo si era seduto accanto a due uomini che bevevano in silenzio.
C’era un caminetto col fuoco e alla parete una vecchia stampa con una nave piegata sotto un cielo scuro, oltre al disegno della torre della cattedrale.
Schopenhauer continuava a pensare e a parlare con se stesso.
– E meno male che gli ha risposto Voltaire a quel matematico stravagante con quell’autentico capolavoro che è ‘Candido’. Così da un male può nascere un bene e dalla pazzia pericolosa la saggezza sapiente.
E Voltaire dice anche che ci si può pure uccidere se questo serve a salvare la dignità. Anzi dice che è un segno di maturità sapere anche tirarsi da parte al momento giusto, come facevano spesso gli antichi.
Non riesco di sicuro a dire se è logico.
Però ora tutti, grandi e piccolini, ci si attacca alla vita come polipi agli scogli.
Così mi sembra.
Si chiacchera e si vivacchia come fanno e consigliano i filosofi universitari, i ciarlatani di Stato, pensatori da stipendio.
Lo spirito assoluto avrebbe trovato proprio qui in Germania, con la roba che si mangia e il clima che abbiamo, il suo ambiente più appropriato.
Questi idealisti attuali sono ancora peggio del vecchio matematico.
Autorizzano i tedeschi ad ammazzare chiunque in nome dello Stato come fossero i delegati di Dio per attuare appunto “il migliore dei mondi possibili”.
Parlano dell’avvenire della nazione.
Niente di più stupido.
Ci aspettano tempi paurosi di barbarie rinnovata. Altro che progresso.
Eppure stanotte le stelle risplendevano nel cielo come lumini tremolanti e mi davano il senso inconfondibile di una natura beata.
Come quando si ascolta Beethoven o si legge una lirica di Goethe.
Sono momenti in cui la volontà del mondo si burla di noi e ci seduce in modo tendenzioso e ingannevole come fanno le donne di malaffare la sera nei vicoli o le fanciulle deliziose dal corpo esile e dagli occhi lucenti il giorno quando escono da scuola.-
– Ci incontriamo per pura combinazione – disse uno dei due uomini al tavolo guardando negli occhi Schopenhauer – Ci si vede e non si sa il motivo, mio caro signore, e si beve per consolarci.-
Era un lavoratore anziano col carnato bruno e le mani nodose.
– Proprio ieri si è rovesciata la barca ed è morto il mio compagno di pesca e io mi sono trovato sulla riva per caso. -
Una cosa terribile.
– Ma forse non è un caso – rispose Schopenhauer – forse c’è una legge al di là delle apparenze, una volontà. -
– Non lo credevo superstizioso, signore – disse l’uomo – per me ci sono solo le sventure, che non sono un’apparenza, anche se non significano nulla, e ci lasciano soli con le malinconie notturne e con la paura del futuro.
Schopenhauer tornò a casa con passo nervoso attraverso le strade buie bagnate dalla pioggia recente.
Considerò le statue della facciata del duomo.
Rifletteva sulla struttura della città antica con il centro circoscritto e i sobborghi e meditava con diffidenza sullo squallore dei nuovi quartieri industriali, apparentemente senza limiti.
Sul suo tavolo trovò due messaggi, uno dell’editore che rifiutava di pubblicare i suoi ultimi scritti, e l’altro dell’università di Heidelberg che respingeva la sua domanda di insegnamento.
Spinse da parte le buste. Accarezzò il cane.
Si mise a guardare la parete con aria assente.
Meno male che non aveva la televisione.
Bisogna dire che lui non aveva mai sperato nei beni della tecnologia come strumenti di felicità o di educazione.
Lui meditava sul nulla.


Firenze ottobre 1993

Pubblicato il 29 luglio, 2015
Categoria: Testi

Il segretario della repubblica fiorentina “Machiavelli” – di Giorgio Antonucci




Vincent Van Gogh


“e accecati dall’ambizione e dall’avarizia lodano quello di tutte le virtuose qualità, quando di ogni vituperevol parte dovrebbero biasimarlo.” Nicolò Machiavelli a Zanobi Buondelmonti e Cosimo Rucellai.


Meno male che abbiamo il dono divino dell’umorismo, quasi un raggio di sole nella notte del tempo, così si può ridere e ballare anche nei turbini della tempesta, e sopravvivere nei momenti più duri.
Scrive Machiavelli ne ‘Il principe’ – quell’operetta così malfamata, perchè dice che gli Stati nascono e vivono sulla frode e sulla violenza, invece di dire che si espandono con amore – che esistono tre generi di cervelli, quelli che capiscono per conto proprio, e sono eccellentissimi, quelli che capiscono su spiegazione, e sono eccellenti, e quelli che non capiscono nè da sè nè su spiegazione, e sono inutili.
Inutili appunto come quelli dei filosofi che hano discusso, sui gioornali, di Machiavelli, e della sua concezione politica, a proposito dei politicanti e degli amministratori corrotti, che rubano i soldi ai cittadini della nostra discutibilissima repubblica.
C’è chi ha detto perfino: a me non piace Machiavelli perchè sono contrario alla corruzione dei politici.
Sarei un cervello inutile anch’io se pretendessi di difendere Machiavelli, che si difende benissimo da solo.
Ma il problema è piuttosto filologico, come quello affrontato da Giorgio Colli e Mazzino Montinari quando, sia a destra, sia a sinistra, era di moda sostenere le responsabilità naziste dello splendido pensiero di Federico Nietzsche, un nemico sia dello Stato sia del razzismo, e un ammiratore della cultura del popolo d’Israele.
“Sempre più rara – notava lo stesso Nietzsche – è divenuta la capacità di leggere.”
Ma noi almeno cerchiamo di leggere con attenzione uno scrittore che resta tra l’altro il più gran prosatore della nostra lingua se si eccettua forse il Manzoni.
Scrive dunque il Machiavelli nel capitolo XIII dei “Discorsi” dove tratta ‘Della povertà’ di Cincinnato e di molti cittadini romani: “Noi abbiamo ragionato altrove, come la più util cosa che si ordini in un viver libero, è che si mantengono i cittadini poveri”.
E conclude dicendo che “potrebbesi con un lungo parlare mostrare quanti migliori frutti produca la povertà che la ricchezza, e come l’una ha onorato la città, le province, le sette, e l’altra le ha rovinate, se questa materia non fosse stata molte volte da altri uomini celebrata”.
La grande ombra di Savonarola “il profeta disarmato” aveva lasciato meditazioni nella testa di Machiavelli, come in quella di Michelangelo e di Botticelli.
In ogni modo si trattava di quegli uomini che si vedono ritratti in Giotto, in Masaccio, in Piero della Francesca, in Andrea del Castagno e nel Ghirlandaio, sobri, essenziali e intelligenti, ricchi di pensiero e scarsi di retorica.
Esattamente il contrario dei nostri politici, giornalisti e filosofastri, ricchi di presunzione e di conformismo, e scarsi di cervello.
Per quanto riguarda poi il luogo comune del machiavellismo, divenuto perfino un termine di linguaggio, per non restare racchiusi, come sii suole spesso, in semplificazioni nefaste, a tutto vantaggio dell’opportunismo dei mediocri e delle chiacchere dei superficiali, è bene ricordare, attingendo direttamente da “Il principe”, testo ancora insuperato di riflessione politica senza ipocrisie e astrazioni, quello che il nostro autore ci riferisce e ci tramanda come giudizio sulla carriera politica di Agatocle di Siracusa.
“Perchè se si considerasse la virtù di Agatocle nell’entrare e nell’uscire dai pericoli – scrive nel capitolo VIII del suo ‘piccolo volume’ – e la grandezza dell’animo suo nel sopportare e superare le cose avverse, non si vede perchè egli abbia ad essere giudicato inferiore a qualunque altro eccellentissimo capitano. Non di manco, la sua efferata crudeltà e inumanità, con infinite scelleratezze, non consentono che sia infra gli eccellentissimi uomini celebrato. Non si può adunque attribuire alla fortna o alla virtù quello che senza l’una e l’altra fu da lui conseguito”.


per Senza Confine
Isola d’Elba, settembre 1992

Pubblicato il 28 luglio, 2015
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo