O.P.G.-Intervista a Maria D’Oronzo- RadioOndaRossa



La CONTA, trasmissione contro il carcere di Radio Onda Rossa.
Per quelle persone private della propria Libertà che sono le più
CONTAte ma che meno CONTAno. Uno strumento per lottare contro il
carcere e riconquistare la Libertà – in onda ogni mercoledì dalle ore 15.00


Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, (OPG) i famigerati manicomi criminali sono anocra e sempre più uno strumento di devastazione per chi vi viene internato/a e di controllo psichiatrico sempre più pervasivo. Ne parliamo con Maria Rosaria d’Oronzo, fondatrice/coordinatrice del Centro di Relazioni Umane di Bologna.

Pubblicato il 20 April, 2011
Categoria: Audio

A.D.H.D. : UN PROBLEMA DELLA PSICHIATRIA – Eugen Galasso



Quando, ancora all’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo, non esisteva l’ADHD (disturbo da iperattività e carenza attentiva, pur se la traduzione non può essere precisa), nel senso che non si”configurava”come disturbo conclamato, certamente bambini/e e adolescenti annoiat/ei a scuola c’erano come anche bambini/e e adolescenti con la “fregola” di muoversi anche al di fuori di luoghi e tempi canonici(altra costruzione socio-culturale).  Come venivano curati/e? In genere in nessun modo, ma non succedeva nulla.  O la persona evolveva nel senso di adattarsi a ogni coazione socioculturale (in genere avviene ciò) oppure diveniva un/a ribelle (casi più rari, statisticamente). Non c’era la proliferazione di farmaci nuovi e nuovissimi e quindi del ciclo economico domanda-offerta con tanti farmaci (di nuovissima generazione) venduti e altrettanti acquistati, con un jamming (compressione) chimico micidiale, dove sarà opportuno bel testo di Maria Rosaria D’Oronzo e Paola Minelli, “Sorveglaito mentale”, Torino, Nautilus, 2009. Leggi l’articolo completo »

Pubblicato il 18 April, 2011
Categoria: Testi

Eugen Galasso – Incontro pubblico – Reflection

“Centro di Relazioni Umane”, invita all’incontro pubblico su “Reflection: conosci te stesso per conoscere gli altri; conosci gli altri per conoscere te stesso”, con Eugen Galasso.


15 aprile, ore 18.30, presso ass. H.U.B. , via Luigi Serra 2/g, Bologna.



Pubblicato il 12 April, 2011
Categoria: Eventi, Notizie

“Tobino – Monicelli” – Eugen Galasso



Mario Monicelli, regista iper-popolare (“La grande guerra”, “Romanzo popolare”) ma anche di qualità (qui il mio compianto prof.di storia del cinema  Pio Baldelli mi tirerebbe le orecchie, ma, per comodità…non parlo di questo, cioè di cinema,  in questa sede) e Mario Tobino, scrittore e psichiatra (“Per le antiche scale”, “Biondo era e bello”, inter cetera), hanno due cose in comune: Versiliesi entrambi (qui rimando a “Maledetti toscani” di Curzio Malaparte, probabilmente il “top” in materia), scomparsi da poco in tarda età, dopo una vita “piena” (forse più quella di Monicelli che quella di Tobino), “si incontrano” (non fisicamente) un lustro fa, quando Monicelli trae dal romanzo tobiniano “Il Deserto della Libia” il fim “La rosa del deserto”, a suo modo un capolavoro. Se Monicelli rimane nell’immaginario italiano per la tragica, “libera” morte, avendo appreso l’irrimediabile vulnus alla sua salute, con inopportune polemiche sulla libertà e i suoi limiti, sull’eutanasia etc. (dove sbagliavano, manco a dirlo, i cattolici, ma anche i radicali quando scambiavano il suicidio con l’eutanasia, che è altra cosa, comunque la si pensi in merito), Tobino – che anche in “Il deserto della Libia” mette in scena un comandante di truppa in crisi, per  l’ “amore folle” (amour fou, in accezione surrealista) verso la giovane moglie, un tema molto ben ripreso da Monicelli nel film, con l’eccelsa interpretazione di Alessandro Haber – di cui un libro recentissimo e molto interessante, “Cinque anni con  Mario Tobino” (ediz. Delle Erbe) di Antonia Guarnieri, figlia di Silvio, il critico e studioso che contribuì a “lanciare” Tobino, presentando il volume citato a Elio Vittorini, allora curatore dei “Gettoni” di “Einaudi”, racconta la relazione d’amicizia tra l’anziano psichiatra e scrittore , decisamente “depresso”, comunque malinconico e la stessa studiosa, allora giovane, una relazione che non ha nulla di “comune” nel senso  di un setting analitico, ma molto dell’amicizia, della “filìa”, nel senso greco-antico e più nobile del lemma.

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Pubblicato il 7 April, 2011
Categoria: Testi

Lingua “rovinata” dalla psichiatria – Eugen Galasso


Certo, sarebbe difficile, oggi come oggi, recedere totalmente dal linguaggio della psichiatria in letteratura, in poesie, per esempio: come definire altrimenti l’ “amour fou” (amore folle) surrealista, ma retroattivamente anche romantico? Ma, attenzione, è “folle”, non pazzo, ha già in sé qualche patente di “nobiltà”, diremmo. Poi , per es., c’è Robert Bloch, con “Psycho”, romanzo “hard” anni Cinquanta del secolo scorso, nell’accezione thriller (ma “romanzaccio”, dice Alfred Hitchock, che ne trasse, nel 1960, un film geniale), dove il protagonista, dopo aver ucciso sua madre, perché “indegna”, “prostituta”,  no…non racconto il seguito a chi non abbia letto il libro o visto il film. Si dirà: ma là il protagonista è “schizofrenico”,  soffre di “dissociazione della personalità”;  certo, il “gringo” Bloch  e l’ inglese mai diventato americano pur se lavorava negli States Alfred Hitchock (sir, per meglio dire e aggiungere) erano imbevuti di corrente cultura psichiatrica, quella che aveva portato alle “magnifiche sorti e progressive” (sic!Il lettore capisce l’antifrasi dell’espressione) di elettroshock e lobo (prima anche leuco) tomia… Sì, ma poi, soprattutto il geniale Hitch poi se ne stra…fotte, con un finale da teatro di ricerca (che nel 1960 non mi consta esistesse, nella forma in cui lo conosciamo da 30 anni a questa parte, almeno), e allora anche i parametri medico-clinici, quelli dell’ “attenta osservazione del paziente” (in realtà fatta solo per “sorvegliare e punire”, però) vanno a farsi benedire, non hanno più nulla a che vedere con l’opera d’arte che, certo, nasce anche (non solo) dai cascami dell’ “altro”, intubato (termine metaforico, ovvio) e inquadrato, ma poi, bellamente, va da altre parti, in direzione diversa… Il famoso “scarto”, insomma… Chi invece, registra di più, era Ken Kesey, autore vicino alla “beat generation” che scrisse “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (romanzo, ma anche versione teatrale, in seguito, mentre il film, successivo di circa un decennio, è di Milos Forman), dove la lotta contro il manicomio, esemplificata da un “sabotatore”, avviene all’insegna della trasgressione, ma seguendo e poi capovolgendo la logica del “sorveglia e punisci”.

Eugen Galasso

Pubblicato il 5 April, 2011
Categoria: Testi

I poeti maledetti – Maudits – Eugen Galasso


Avevamo accennato, parecchio tempo fa, ai “maudits”, ai poeti “maledetti” (da chi, però? Dal buon borghese pio e obbediente a tutto, quando gli si dice di fare la guerra, di pagar tasse per spese militari, di protestare contro gli extra-comunitari sempre e comunque, quando… la serie diviene lunga). Certo, Cecco Angiolieri (citato da Dante) François Villon (del tardo Rinascimento),  Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé (tutti dell’Ottocento), Oskar Panizza, William Burroughs, Allen Ginsberg (novecenteschi) sono personaggi diversi tra loro, di epoca e cultura diversa. Accennando solo ad alcuni, che cosa ne fa dei “maledetti”? Che amassero le donne o gli uomini (omosessuali erano senz’altro Verlaine, in qualche modo, ma più che altro bisessuale Rimbaud, Ginsberg e Burroughs), che sperimentassero con le   droghe, che rifiutassero le morali e le mode correnti, le tradizioni religiose? Certamente questi sono alcuni dei motivi, per i quali questi autori erano (sono)dannati, le “buone e pie” (sic!) persone se ne tengono alla larga, magari li mandano in manicomio e li uccidono a furia di elettroshock, come successe con  Antonin Artaud… Sarebbe qui interessante, corrispondendo a quanto detto sopra, entrare in merito, in dettaglio di ogni singola figura esaminata: certo che Angiolieri non è Villon, Baudelaire non è Léo Ferré, non fosse per questioni di epoche storiche diverse, di condizionamenti culturali differenti, di ambienti, esperienze di vita, concezioni del mondo ancora una volta diverse… Accennerò solo al fatto che Baudelaire chiedeva a Dio di dargli “la forza e il coraggio di guardare il mio corpo e il mio cuore senza disgusto”, che nel contempo amava fare il “satanista”. Del resto, molto onestamente il grande genio poetico (e non solo), che amava scandalizzare (épater les bourgeois), come quando a un borghese che gli vantava le virtù delle sue figlie replicò, peraltro gentilmente: “Quale delle due avvierete alla prostituzione?”, riconosceva che “diritto dell’ intellettuale è quello di contraddirsi e andarsene”. Come se gli altri non si contraddicessero; il fatto è che chi è organico ai carrozzoni “santi” di stati e chiese “va bene”, chi non lo è, è “dannato” e “maledetto”. Se poi a farlo (ad avere un comportamento “altro”) è una donna,  viene ancora più penalizzata ed esclusa -“punita”-“suicidata dalla società”, come diceva lo stesso Artaud di Van Gogh come emblema ma anche come persone…

Eugen Galasso

Pubblicato il 31 March, 2011
Categoria: Testi

Il linguaggio e la rassegnazione – Giorgio Antonucci



OraZero


Venerdì 25 Marzo 2011 15:49

Il linguaggio dei mass media, e di conseguenza quello popolare, sta subendo un’involuzione che finisce per far annullare il senso critico e spinge verso la rassegnazione. Troppi termini, privi di contenuto, sono utilizzati a sproposito o in maniera strumentale, annullando di fatto la capacità critica. Per esempio, termini come schizofrenico o paranoico sono entrati nel linguaggio comune pur essendo privi di un contenuto reale. Il termine schizofrenico è usato come sinonimo di contraddittorio, ma aggiunge un giudizio pesante sull’interlocutore. Attraverso gli stessi meccanismi ora si usa psicosi, fobia o paranoia invece di paura. Ma, in generale, riguardo al linguaggio di uso corrente mi sembra di scorgere tre problemi. Il primo riguarda la generalizzazione. Sempre più spesso si sente dire che gli italiani sono indisciplinati o corrotti, poi c’è chi dice, come il nostro presidente del consiglio, che i magistrati sono “malati di mente”. Così come c’è chi sostiene che i neri abbiano la musica nel sangue, facciano bene all’amore o ancor peggio, che gli ebrei abbiano un particolare fiuto per gli affari. Queste generalizzazioni quando si ripropongono di continuo, finiscono, non solo per generare il razzismo, ma anche per annullare la responsabilità individuale. In secondo luogo, vi è il problema della drammatizzazione del linguaggio. Per cui gli immigrati “invadono” l’Italia e il traffico per le vacanze diventa un esodo biblico. In questi giorni, per esempio, si parla di “psicosi” per il nucleare, insinuando nel discorso una parola che sposta il problema dalla realtà oggettiva alla debolezza delle persone. Questa continua drammatizzazione anche delle vicende più banali finisce fatalmente per spaventare lettori e telespettatori che trovano tutto troppo grande e difficile da analizzare, giudicare e/o combattere. Il terzo punto, invece, riguarda l’utilizzo sempre più frequente di termini di origine psichiatrica nel linguaggio comune. Così, a Berlusconi che accusa i magistrati di essere dei malati di mente, rispondono gli oppositori definendo “malato” il premier perchè attirato dalle ragazze giovani. Come se tutti quelli che apprezzano le ragazze fossero dei malati. Per altro in questo modo il discorso abbandona la critica politica, facendo anche il gioco di Berlusconi.
Altre accuse quali “paranoico” “schizofrenico” “caso psichiatrico” si moltiplicano al solo scopo di denigrare l’avversario, non solo politico, con l’evidente volontà di interrompere il confronto con lui. Allo stesso modo, la paura diventa fobia, la preoccupazione diventa ossessione, la malinconia diventa depressione, finendo per attribuire a difetti psicologici delle persone, differenti comportamenti nei confronti della realtà. Attraverso generalizzazioni, drammatizzazione e giudizi psichiatrici si finisce quindi per annullare lo spirito critico e il senso della realtà delle cose. Tutto appare immutabile, spaventoso o troppo grande per le forze di un singolo individuo. Si forma, quindi, una sottocultura falsa e repressiva in cui i cittadini sono privati del giudizio critico per analizzare la realtà che li circonda. Una realtà che i singoli sembrano non poter modificare e che spinge alla più profonda rassegnazione.


Giorgio Antonucci

Pubblicato il 27 March, 2011
Categoria: Notizie

ADHD – Eugen Galasso



Suggestioni notevoli, sul tema ADHD, in una rivista di Sydney (Australia, come noto) a proposito dell’ADHD. In realtà questa “sindrome”, inventata come tale negli anni Novanta del 1900 e all’inizio degli anni  2000, facendo confluire quella che si chiama (si denomina, per meglio dire) come ipermotricità e lì (ovviamente sempre presunta) sindrome attentiva. Ma l’ “ipermotricità” (ossia l’incapacità di star fermi/e) è qualcosa di indotto, nelle scuole-istituzioni totali dove bisogna star fermi/e, mentre la sindrome attentiva è motivata dal fatto, a sua volta, che molte volte a scuola si presuppone una disciplina di stampo militare (non a caso il modello della scuola, schola-ae, fondato in epoca carolingia, viene rafforzato dai  Gesuiti, nel 1600, ordine religioso-militare…!) dove la punizione fisica, teoricamente superata/soppiantata da quella attraverso il voto (non studi-ti puniamo con un voto negativo) impone di “star fermi” (e), di non “rompere” (“che fate, ragazzi…”ci diceva sempre il prof. di filosofia e storia al liceo, in toccante-vibrante-forbito livornese antico e non era uno dei peggiori, anzi…), di non “far romore”, il che avrebbe anche senso, in uno scambio reale di domande-risposte, di dialogo reale, paritetico non di un sapere non pro-posto ma im-posto, senza discussioni (senza meno, si diceva in italiano abbastanza antico), dove il presunto soggetto diagnosticato “ADHD” rientra, semmai, nella categoria degli “iper-dotati”, con la tripartizione di comodo “iper-normo-ipo-dotati”, dove naturalmente l’ideale della società del sorvegliare/punire (Foucault, ancora una vola!) esalta ovviamente il normo-dotato, che sarà poi il classico “bravo cittadino” che non rompe…    (mi vien da dirlo in fiorentino, dove il complemento oggetto non contempla l’articolo determinativo, come noto), che obbedisce a tutto ciò che viene detto di fare e ama papa, stato, chiesa qualunque cosa faccia e facciano, idem con esercito, scuola tradizionale, impositiva, se possibile “gesuitica”, almeno nel modello introiettato e tramandato, dove naturalmente anche l’Accademia militare livornese (mi riferisco alla realtà italiana) può essere un simpatico modello per lorsignori/signore.   Questo mentre l’ipo-dotato “frena” il “rendimento della classe” (qualcuno pensa  alla  reintroduzione di classi differenziali, non a caso) e l’iper-.dotato vola troppo alto, ma rischia anche di introdurre pericolose sovversioni in famiglia e a scuola… Insomma, il modello che la cultura-società, che da una parte ha morbosa curiosità per Bunga-Bunga e altro, persegue é quella dell’ “universal caserma prussiana” di cui parlava già tale Vittorio Alfieri. Da segnalare, tale problematica, perché tenendo conto dei fattori cui ho fatto riferimento si capisce perché poi in famiglia e a scuola si vuole che i ragazzi/le ragazze non “rompano”. Allora come fare? Non potendoli più battere, perché non ricorrere a massicce dosi di Ritalyn, che li addormentano,  riducendoli a zombies inoffensivi? 

Eugen Galasso    

      

Pubblicato il 28 February, 2011
Categoria: Testi

Sul discorso di Muanmar Al Gheddafi – Eugen Galasso


Il discorso forse finale di Muanmar Al Gheddafi (credo si debba scrivere Qadafi ma, nonostante gli sforzi degli amici arabi, Parigi anni Ottanta, non ho appreso la lingua, quindi mi “astengo”) durava 70 minuti, abbastanza martellanti, duri, di accuse, invettive, rampogne. Gheddafi, islamico “moderato” (non fanatico, comunque, non un Ben Laden…), che oscilla tra vocazione al martirio , autooblazione, dunque  sacrificio di sé, aggressione, rinnovato  spirito “rivoluzionario” (mah…) quando si fa forte del non essere “un presidente, ma un leader rivoluzionario”, non è però da liquidare, come sempre ci ricorda con saggezza Giorgio Antonucci, come “pazzo”, “folle” e via discorrendo.  A parte le riflessioni di psicologia sociale ispirate dalla psicoanalisi come dalla sociologia di Erich Fromm (“Escape from freedom”, “Fuga dalla libertà” ) e di Wilhelm Reich (“Psicologia di massa del fascismo”),  come di Bruno Rizzi (“Il totalitarismo burocratico”,), riflessioni sparse quanto geniali di Georges Bataille etc., che accentuano come i dittatori (rossi, neri, altrimenti “colorati”)rispondano ai bisogni tragicamente profondi  dei dominati, bisogni certo “falsi”, ma indotti ad arte, o meglio reali ma falsati (bisogno di libertà, di natura, di giustizia), sappiamo che la paura fa parte di quelle emozioni fondamentali che, insieme a gioia e tristezza, caratterizzano le spinte fondamentali  dell’agire umano). Ecco: la paura, quella che fa da pendant in Gheddafi, al suo agire apparentemente aggressivo (aggressività = forma di autodifesa e autoprotezione, come “scudo”,  comunque), come emozione forte, ineliminabile, in “el raìs” libico come in chiunque, solo che in Gheddafi la cosa diviene più teatrale (accentuo, per correttezza, che ho visto solo 10 minuti del discorso, a tratti francamente noioso da seguire, proprio per la sua ripetitività estrema) e più pericolosa (finché sarà al comando o comunque in vita sarà “pericoloso”, pur se, appunto, molto meno di un Al Queidista!). Dove e come individuare la paura in Qadafi e nel suo discorso? Nella fissità della mimica facciale, nella gestualità contratta, nel tono della voce, che s’impenna, spesso “inutilmente”, se ci  fermiamo ad un’analisi superficiale, se non consideriamo la necessaria enfasi con cui un oratore deve convincere il suo popolo e…forse anche altri ascoltatori…  Da considerare con attenzione, questi tratti, perché, lungi dal farci capire tutto del presidente-dittatore “made in Lybia”, lungi anche dal considerarlo “pazzo” (è irritante, senz’altro, è un pedante, forse, non è “tremendo”, il discorso , come invece afferma il cancelliere Merkel, dove ogni buon comico made in Germany gioca sul genere, ma  non vorrei esser preso per “discriminatore” anch’io…Forse sarebbe meglio che la signora guardasse maggiormente alla macelleria sociale prodotta dai suoi governi iper-liberisti), ci danno uno spaccato dell’oggi, non solo arabo, magrebino, nordafricano…

Eugen Galasso

Pubblicato il 24 February, 2011
Categoria: Testi

Rosy Bindi candidata PD – Eugen Galasso


Qui non vorrei parlare di Rosy Bindi persona politica, limitandomi, semmai, a ricordare che la candidatura della “vergine di ferro” residente in Veneto ma di origini saldamente toscane, già Ministro della Sanità, ora presidente del PD, probabilmente è stata sfiduciata con il pretesto di candidarla a leader della Sinistra alle prossime elezioni, dal governatore pugliese e leader di “SEL” (Sinistra Ecologia Libertà) Nicky Vendola. Del resto in politica vale il “Promoveatur ut amoveatur”…. Vorrei invece ricordare che la combattiva politica di provenienza DS (sinistra DC) è molto combattiva, al limite della “personalità autoritaria” (definizione di comodo, volendo, ma non del tutto peregrina,  della psicologia sociale dei francofortesi Adorno e Horkheimer): ha reagito agli attacchi di Berlusconi (“Lei è più bella che intelligente”), profilandosi come nuova Jeanne d’Arc (Giovanna d’arco): “NON SONO A SUA DISPOSIZIONE”.   In un dibattito TV di un lustro fa, quando Rocco Buttiglione  era nell’UDC ma alleato di Berlusconi, si è scagliata contro il filosofo di CL (Comunione e Liberazione) ribadendo che la propria provenienza dall’Azione cattolica marcava un distinguo nettissimo da Buttiglione (CL, appunto) sul piano politico ma anche ecclesiale. In soldoni: noi (Bindi, AC) siamo impegnati nel sociale, lui e loro (Buttiglione  e  CL) sono dei baciapile. Dimenticava, la Bindi, la canzone  liberatoria di fine anni Ottanta: “Solo una sana e consapevole libidine/salva il giovane/dallo stress e dall’Azione cattolica” (Zucchero Fornaciari). Ma, bando agli scherzi: da Ministro  della Sanità dal 1996 al 2000, la Bindi ha difeso pubblicamente, in un dibattito TV, l’elettroshock, quando Giorgio Antonucci, vero corifeo dell’antipsichiatria,  invece avrebbe potuto spiegarle l’assurdità di tale posizione. Un esempio di come i politici, molto spesso, facciano valere il proprio potere contro la competenza e l’esperienza, difendendo l’indifendibile. In quel momento, poi, la Bindi, finiva per avallare il revival dell’elettroshock che Giobatta (siamo pur sempre  a Carnevale, ne contraggo il nome alla lombarda) Cassano, il prof. della struttura pubblica di Pisa, il “mago” della terapia della “depressione”, senza essersi particolarmente documentata sulla questione. Dico la verità: non m’importa molto di questioni politiche, che ritengo quasi sempre lontane dalle questioni sociali, concrete. Certo che, se poi  la politica, fatta da incompetenti in senso specifico, morde negativamente su questioni concrete, allora nulla va bene. E ciò non vale certo solo per Rosy Bindi, dottoressa e ricercatrice in giurisprudenza, che  non sa di medicina ma si esprime a riguardo, ma in tanti altri casi.

Eugen Galasso

Pubblicato il 24 February, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo