“SONO STATO COERENTE CON I MIEI PRINCIPI”- I ricordi di Giorgio Antonucci



SABATO SERA, 18 GENNAIO 1997





L’orgoglio di non aver mai ricoverato nessuno da parte di uno dei personaggi che tra critiche e appassionate adesioni ha scritto pagine importanti nella psichiatria imolese.

Fabiana Villa

 

Firenze. “Posso affermare con orgoglio che in trent’anni di carriera non ho mai chiesto un trattamento sanitario obbligatorio o un ricovero coatto e che le persone di cui mi sono occupato non hanno mai conosciuto la classificazione psichiatrica.  Gli unici ricoveri che ho accettato sono stati quelli volontari, pur essendo contrario, perchè strappare una persona al proprio ambiente, alle relazioni sociali, rende difficile un suo reinserimento”. Parole decise, che rispecchiano il credo fondamentale del dottor Giorgio Antonucci. “Ho sempre creduto nella libertà delle persone come principio e da quando iniziai ad occuparmi di psichiatria nel’64 a Firenze, la mia città natale, mi sono battuto per evitare i ricoveri: allora intervenivo come medico esterno e vinivo chiamato per affrontare casi drammatici o in situazioni in cui si prospettava un internamento. Un lavoro duro, in cui ero solo: l’ambiente medico mi criticava, anche se cominciava ad essere evidente che evitare un internamento è meglio per la persona.

 

 

 

Quando poi nel’66 ci fu l’alluvione, il raggio dei miei interventi si allargò, per la prostrazione che aveva colpito tanta gente”.

Ad Imola arrivò chiamato dal professor Cotti.

“Pur entrando nell’istituzione, avevo portato il mio modo di pensare. Dopo Cividale, ho lavorato con Basaglia a Gorizia, poi a Reggio Emilia”. Con questi precedenti di lotta all’istituzione manicomiale arriva nel’73 all’Osservanza, realtà completamente chiusa: “Perfino i parenti dovevano far anticamera. Io chiesi che mi venisse affidato il reparto considerato più difficile: era il 14, quello delle agitate. L’Osservanza faceva pensare all’inferno dantesco: si entrava in osservazione e se tutto andava bene, tornavi a casa. Ma era molto raro. Di solito si passava al primo reparto, poi man mano che si peggiorava ci si spostava, fino al fondo: gli agitati, appunto. Trovai 44 donne che vivevano legate. Impiegai un mese a slegarle, a strappare la maschera di cuoio che imbavagliava. Il personale non era d’accordo, perchè aveva paura, ormai erano tutti abituati così. Vorrei però ricordare un’infermiera, Maria Costa, che subito capì che il lavoro che proponevo era più umano e logico e collaborò attivamente. Poi feci buttar giù i muri, eliminare le porte di ferro. Fu il primo reparto aperto. Quindi passai al 10 e al 17, poi negli ultimi 10 anni mi sono occupato dell’Autogestito. Come responsabile, mi sono stati mandati anche i casi più problematici, che ho sempre preso in carico, con grosse soddisfazioni: penso ad esmpio a Parisini, che mi fu inviato dalla Pascola e una volta seguito da noi non ha più avuto bisogno di ricoveri. Lo stesso Valerio (un paziente per anni tenuto legato, che una volta sciolto tendeva a svestirsi e a picchiarsi N.d.R.) sono andato a prenderlo io. Il principio che ho esercitato fino alla fine è quello della libertà dell’individuo, senza controllo inteso come repressione. Chiaramente sono sempre stato responsabile ed in prima linea di fronte alla società per quanto poteva succedere”.

Un lavoro non facile, spesso fonte di problemi. “Certo chiudere la gente è più facile: se succede qualcosa, è il medico che ha permesso al paziente di uscire che viene chiamato di fronte al giudice per abbandono d’incapace. Posso capire che ci siano operatori che non se la sentono di finire sotto processo. Se si ha successo, però, è un arricchimento per la società che riesce ad affrontare il problema, invece di accantonarlo. Non nego che sia un tale sfrorzo fisico e psicologico che io stesso, all’inizio che ero all’Osservanza, ho avuto dei cedimenti. Tornando indietro, comunque, rifarei le stesse cose e anche oggi continuo ad occuparmi di questo, ad esempio con Telefono Viola, sempre per evitare internamenti”.

Un impegno che lo ha messo spesso sulla barricata. “A Imola ho sempre cercato di mediare certe situazioni, per evitare malumori. Penso a Gadoni, che ogni volta che andava in piazza strappava il giornale dell’MSI. Da giovane, infatti, era stato picchiato dai fascisti, per cui manteneva un feroce odio per chi li rappresentava. Ho lasciato che continuasse ad uscire, parlando con i dirigenti delle forze dell’ordine e con quelli dell’MSI, per far capire loro le motivazioni. Nello stesso tempo parlavo con Gadoni, spiegandogli i pericoli che correva, primo il manicomio giudiziario. E alla fine ha smesso di strappare”.

E’ capitato con l’apertura dei manicomi, di assistere a suicidi degli ex degenti. “In realtà si siucidavano anche prima, impiccandosi alla sbarra del letto. Personalmente in 23 anni a Imola, ho avuto un solo suicidio: un ex partigiano ricoverato per problemi di guerra, che una volta dimesso, sperava di essere accolto dai parenti. Resosi conto di essere rifiutato, si buttò nel Santerno. Sono convinto che se avessi tenuto i reparti chiusi, ci sarebbero stati molti più suicidi”. Una fatica compensata dalle soddisfazioni. “Fra i ricordi più belli, quello di Valerio liberato, in grado di girare tranquillamente, pur con il problema di cecità avanzante, per un distacco della retina non diagnosticato in tempo negli anni in cui era legato. Penso alle donne del 14, un tempo tenute legate, che ho portato al Parlamento europeo dove hanno potuto discutere dei loro diritti, una novità assoluta per pazienti psichiatrici”.

Soddisfazioni velate dall’amarezza per l’addio a Imola, “Mi sono ritirato per difficoltà burocratiche, che non riuscivo a gestire. Mi è stata rifiutata una missione, dopo aver portato dei pazienti ad una tv di Ravenna, contestandomi che lo avevo fatto per fini pesonali. Quando questa motivazione mi è stata confermata dall’ufficio personale, io, che in tanti anni non ho mai fatto niente per fini miei, mi sono sentito colpito nella dignità e abbandonato. In più il mio lavoro era in certo senso finito, perchè tutti i pazienti erano dimessi e se avessero voluto, potevano andarsene. Chi rimaneva all’autogestito, lo faceva perchè non aveva punti di riferimento fuori. Ritengo fondamentale che un paziente abbia una dimissione preparata, con risposte adeguate. Per questo sono stato critico con questa chiusura così veloce e forzata, che rischia di mettere fuori le persone allo sbando”.

Di Imola, però, il ricordo è bello. “Alla fine mi sentivo imolese. Ho anche un buon ricordo della collaborazione di tutta la città. D’altra parte, se si fanno proposte logiche, la gente risponde positivamente”.

Pubblicato il: 11 luglio, 2008
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo