Intervista a GIORGIO ANTONUCCI su l’Antipsichiatria- di CLARISSA BRIGIDI


Intervista a Giorgio Antonucci sull’ antipsichiatria.


Clarissa Brigidi


Tesi di laurea di Clarissa Brigidi in Filosofia della storia



La solitudine della persona internata in manicomio è senza paragoni. Non è solo celle , spioncini e cortili. E nemmeno soltanto psicofarmaci e elettroshock. È’ invece isolamento assoluto di chi, al contrario di tutti gli altri internati di carcere o di lager, è considerato, sia pure arbitrariamente, senza pensiero, o, che è lo stesso, privo di un pensiero razionale o, come si dice, con un pensiero malato.

                                                                                                                        G. ANTONUCCI




Fatto sta che all’ospedale di Imola, ci sono dei reparti chiusi dove i ricoverati girano in tondo con tranquilla disperazione e dei reparti aperti (una minoranza) dove uomini e donne che sono stati legati a letti per anni e considerati irrecuperabili ora girano pacifici, liberi di entrare e uscire. Hanno smesso di essere violenti e irresponsabili nel momento in cui si è smesso di trattarli con violenza, come degli irresponsabili.
                                                                                                                         D. MARAINI,  Paese sera               6.7.1980   

                                                                                                                                                                                                                                               

C. B. Qual è stata la sua esperienza all’interno dell’istituzione psichiatrica in Italia, riferendosi in modo particolare al periodo in cui ha lavorato a Gorizia? Che cosa significava in quel momento operare per lo smantellamento del manicomio?

G.A. Sono stato chiamato a Gorizia nel 1969 dopo avere incontrato più volte alla Tinaia  Cotti e  Tesi: Cotti è un professore di Bologna ed è stato uno dei primi in Italia ad aver tentato di cambiare le cose, al manicomio Roncati di Bologna, cercando di instaurare con le persone internate un rapporto di dialogo finalizzato alla loro restituzione alla vita civile. Basaglia informò Cotti che c’era un nuovo reparto dell’Ospedale Civile di Cividale del Friuli, indicato come reparto neurologico, che poteva essere utilizzato come reparto di ospedale civile in alternativa al manicomio. Allora Cotti decise di lasciare provvisoriamente Bologna per andare a Cividale a tentare questa nuova esperienza. E siccome mi aveva conosciuto per il lavoro che facevo a Firenze di evitare l’internamento alle persone, mi propose di andare a lavorare con lui. La stessa cosa fu proposta ad un medico che già lavorava a Gorizia con Basaglia: il dottor Leopoldo Tesi. In questo modo si formò un gruppo di tre medici accomunati dalla convinzione che le persone con cui avevamo a che fare non erano persone malate da curare, ma individui spesso emarginati socialmente con i quali discutere problemi. Questo è stato il primo reparto di un ospedale civile, che Cotti aveva chiamato Centro di relazioni umane, in alternativa all’internamento in manicomio, tanto che vi arrivavano anche persone da Gorizia mandate da Basaglia. Per cui, siamo nel 1968, già a quell’epoca mi ero interessato  di persone che si trovavano in situazioni difficili e che venivano dal manicomio di Gorizia diretto da Basaglia. Di solito me ne occupavo prevalentemente io perché, abitando a Firenze, non tornavo praticamente mai a casa e stavo lì sempre, notte e giorno e lavoravo in continuazione.

 


   Basaglia, che ci veniva a trovare piuttosto spesso, mi aveva conosciuto bene anche nel periodo in cui io stavo a Firenze perché ci eravamo sentiti telefonicamente per il mio lavoro di evitare internamenti. Così aveva conosciuto il mio modo di rapportarmi con le persone, che era un modo diretto, in cui io mi impegnavo a parlare oppure a condividere con loro delle situazioni. Per esempio a Cividale del Friuli c’era una ragazza che quando era in crisi batteva la testa nel muro e allora cercavo di impedirglielo senza l’utilizzo della forza, semplicemente ponendo qualcosa tra lei e il muro. E poi una volta, siccome noi due polemizzavamo quando si faceva male perché io le dicevo che mi sembrava che potesse esprimere le stesse cose in un altro modo, mi misi a battere la testa anch’io, così lei smise immediatamente e riprendemmo la discussione. Basaglia conosceva di me queste ed altre cose, così, quando nel settembre del 1968 questo reparto fu chiuso con la forza, soprattutto perché le persone erano sempre in giro per il paese invece di essere chiuse dentro alle proprie stanze, invitò me e Tesi, nel 1969, a lavorare a Gorizia.
Gorizia era una realtà complessa perché all’interno della stessa istituzione convivevano tre diverse posizioni. Basaglia affermava che il manicomio doveva a tutti i livelli essere superato definitivamente, come spiegò anche nel libro L’istituzione negata. Nella pratica ciò significava non tanto migliorare il manicomio, quanto cercare di collocare le persone al di fuori di esso. Cosa significa opera di smantellamento? Si trovano persone rinchiuse in cella e si aprono le celle; ci sono persone in camicia di forza e si tolgono loro le camicie di forza; si trovano ostacoli per poter circolare all’interno di queste istituzioni che sono tutte a compartimenti separati l’uno dall’altro e si tolgono i compartimenti. Poi, problema centrale, si comincia a discutere con gli internati. Basaglia aveva organizzato l’ospedale con riunioni e assemblee: riunioni particolari in ogni singolo reparto, in modo che un luogo di assoluta segregazione diventasse un luogo di dibattito e discussione. Basaglia aveva aperto questa enorme contraddizione: unico in tutto il mondo, un direttore di istituto psichiatrico, anziché portare avanti l’istituto, voleva distruggerlo. Quindi la sua posizione era esattamente quella contro il manicomio, ma come dicevo prima, c’erano anche coloro che lo seguivano parzialmente in questo suo lavoro e coloro che volevano mantenere il manicomio perché pensavano che fosse utile.
Io, quando sono arrivato a Gorizia, ho trovato delle situazioni complicate: ti posso raccontare a questo proposito un episodio. Ero appena arrivato e non avevo ancora avuto l’assegnazione dei reparti. Una domenica- ero di guardia, quindi avrei dovuto svolgere le funzioni dei medici assenti- Jervis mi telefonò dicendomi che dovevo fare l’elettroshock a una sua paziente. Io risposi che l’elettroshock  non lo facevo; egli disse che l’avrebbe eseguito di persona e mi invitò ad andare a vedere; così, perché non pensasse che io non facevo l’elettroshock per l’impressione, anziché per principio, cioè perché l’elettroshock fa male, fui costretto ad andare a vedere. Vidi fare l’elettroshock a una suora di ventotto anni che era stata, dal convento in cui viveva, internata dalle consorelle perché ad un certo punto aveva cominciato a dire che lei non voleva più saperne di essere sposa di Gesù, ma voleva degli sposi sul serio. Jervis allora le faceva l’elettroshock; la situazione si commenta da sola! Io presi i reparti di donne che erano di Jervis e vi trovai che l’elettroshock era molto usato, mentre nei reparti degli uomini esso era stato già eliminato. Questa è una testimonianza di un’altra situazione complicata, contraddittoria.  Inoltre i medici sostenevano che le persone dovevano essere liberate dal manicomio, ma non tutte potevano uscire. Le uscite erano consentite solo se controllate, mentre con me non erano più controllate perché ritenevo che ogni persona avesse il diritto di uscire quando voleva e secondo le sue intenzioni. Operai così due cambiamenti: tolsi l’elettroshock e lasciai le persone libere. Inoltre cominciai a ridurre gli psicofarmaci, per poterli togliere definitivamente. Per questo motivo ebbi una discussione con Pirella dal momento che, nel reparto donne, c’era una persona anziana che piangeva continuamente ed egli voleva provvedere a questa situazione ricorrendo all’elettroshock. Naturalmente io iniziai a parlare con questa donna e scoprii che la sua condizione e il suo stato d’animo erano in relazione con alcuni problemi concreti della sua vita. Devo dire che io introdussi un’intensificazione dei rapporti individuali; ero abituato ad avere rapporti molto intensi con le singole persone, anche se questo, comportava un lavoro notevole, poiché le persone erano tante.  Lo stato di malinconia di questa donna era in parte legato alla sua situazione psicologica e sociale, in parte dal fatto che, come scoprii da alcuni esami, aveva una forma di arteriosclerosi celebrale, cioè un difetto della circolazione sanguigna dovuto all’irrigidimento delle arterie; dunque, il suo stato emotivo dipendeva anche da questa malattia. Pirella, vedendo che la condizione di questa donna non migliorava, disse che bisognava farle l’elettroshock. Io, come responsabile del reparto donne, dissi che non volevo, ma Pirella mi rispose che, in quanto direttore, avrebbe deciso egli stesso. La mattina seguente, come di consuetudine,  c’era la riunione di medici e infermieri; io, dal mio canto, avevo passato tutta la notte a pensare a come avrei potuto oppormi concretamente all’elettroshock. Durante la riunione Pirella disse che, visto che le condizioni di quella donna erano statiche, avrebbe proceduto con l’elettroshock prendendosi lui le responsabilità come direttore. Quando ebbe finito il suo discorso, io chiesi la parola e intervenni dicendo che, dal momento che questa persona aveva una forma di arteriosclerosi cerebrale grave, con l’elettroshock avrebbe potuto per prima cosa morire, oppure diventare cieca o sorda, oppure  rimanere paralizzata ed infine poteva anche non succederle niente. Dopo aver detto tutte queste cose Pirella non si sentì più di intervenire sulla donna e io, in questo modo, riuscii ad evitarle l’elettroshock.
   Mi ricordo, poi, di una ragazza che da mesi era in uno stato di inquietudine, notte e giorno. Era imbottita di psicofarmaci; parlando con lei e con il suo consenso, glieli tolsi tutti, di colpo. La notte la ragazza dormì e il mattino era tranquilla. Pirella mi disse che questo era un effetto paradosso; io replicai che non era un effetto paradosso, ma un effetto logico, perché i farmaci a lungo andare intossicano e creano malessere e inquietudine. La persona stava meglio perché non era più intossicata: si tratta di un effetto logico, non paradosso. Questi sono alcuni episodi che rendono l’idea che l’intenzione di Basaglia di superare il manicomio secondo me era limitata dal fatto di non avere portato avanti una critica profonda al pensiero psichiatrico. Naturalmente, in seguito, me ne dovetti andare via da Gorizia, ma Jervis, nonostante le nostre contraddizioni,  m’invitò a lavorare con lui al Centro di igiene mentale di Reggio Emilia, che era stato istituito nel 1970 allo scopo di evitare i ricoveri in manicomio. Questo perché tutti, da Basaglia a Jervis, riconoscevano il mio modo di entrare in rapporto diretto con le persone, non solo perché ci parlavo, ma perché, secondo me, un rapporto può essere autentico solo quando si pensa che l’altra persona è come noi e che non è incapace di ragionare e di discutere. Io sono convinto che le persone che sono nella sfera psichiatrica sono persone come noi che hanno dei problemi forse più difficili da affrontare, ma con i quali bisogna comunicare e non porsi in maniera paternalistica. Per esempio, se una persona viene da me e dice di essere perseguitata dai servizi segreti, io mi metto a discuterci perché mi sta comunicando una sua idea. Questa idea può essere giusta o sbagliata, ma il fatto di sbagliare non significa essere malati di mente poiché sbagliamo tutti in continuazione. Oppure se qualcuno viene da me e dice di credere nella Trinità, io lo rispetto, anche se la sua idea non è fondata certamente sulla logica perché quello di tre persone distinte, riunite un unico Dio, è un concetto  assurdo. In ogni modo, gli altri medici hanno sempre capito come fossi interessato a portare avanti rapporti diretti finalizzati al dialogo e alla comprensione; infatti non ho mai dovuto cercare lavoro, ma sono stato sempre chiamato da altri. Cotti mi invitò a lavorare a Cividale del Friuli perché mi conosceva per il lavoro che svolgevo a Firenze; Basaglia e Tesi mi hanno invitato a Gorizia, Jervis a Reggio Emilia e Cotti mi invitò di nuovo a Imola.

C. B. Mi può parlare dell’esperienza che ha fatto a Imola soprattutto per quanto riguarda la liberazione degli internati  e la pratica di autogestione all’interno dei reparti psichiatrici?

G. A. Io sono arrivato a Imola, come ho già detto, su richiesta di Edelweiss Cotti a cui era stata assegnata la direzione dell’ospedale psichiatrico Osservanza di Imola, il quale riceveva tutti i ricoveri della Romagna. Quando Cotti mi chiamò, io andai a visitare il manicomio e tutti i suoi reparti e mi colpì specialmente il reparto detto delle agitate donne, di fronte a quello degli agitati uomini. Cotti era il direttore del manicomio e a livello teorico aveva delle grandi qualità nella critica alla psichiatria visto che aveva letto anche Thomas Szasz, però nella pratica non riusciva sempre a entrare in rapporto con le persone. In quel periodo si ritrovava direttore di un manicomio di milletrecento persone circa, ma nel quale lavoravano quindici medici tutti tradizionalisti. Allora mi chiamò; da una parte, ero appoggiato da Cotti ma, dall’altra parte, mi trovai contro tutti i medici e tutti gli infermieri che sapevano che ero arrivato per cambiare le cose. Io decisi di fare un’azione che poteva sembrare troppo incauta, perché scelsi di lavorare nel reparto che gli altri medici consideravano il più pericoloso, il più difficile, il più pesante: il reparto 14-donne detto delle “agitate”. Questo per dimostrare, una volta che avessi finito di liberare le persone, che se ero riuscito a farlo nel reparto più pericoloso, tanto più si poteva operare allo stesso modo con le altre. Scelsi di partire dal più difficile per ottenere un effetto sul resto dei  medici; così, in riunione, chiesi agli psichiatri di dirmi qual’era per loro il reparto più problematico e tutti mi risposero il 14.
   É molto difficile da descrivere l’angoscia che provai addentrandomi in questo reparto: si entrava da una porta di ferro, poi, ti ritrovavi in un corridoio con delle porte molto spesse di legno e con lo spioncino e da dentro le stanze si sentivano le urla delle internate che erano tutte legate al letto. Le persone erano quindi chiuse in cella e legate ai letti; ce n’erano anche alcune legate agli alberi, fuori nel cortile. Si sentivano urla dappertutto, le infermiere giravano con grossi mazzi di chiavi perché ovunque c’erano porte e barriere; c’erano addirittura gli allarmi da azionare in caso di pericolo per richiamare rinforzi. Era una situazione da campo di concentramento nel senso più stretto della parola e non so ancora come queste persone abbiano fatto a sopravvivere in quelle condizioni. C’erano quarantaquattro donne legate ai letti, chiuse nelle rispettive  celle e con quattro o più farmaci addosso: tutte erano ridotte male dal punto di vista fisico perché l’immobilità sommata agli psicofarmaci è nociva. Alcune di queste donne avevano addirittura la maschera di plastica o di cuoio:era una cosa orrenda. Dal punto di vista fisico le loro condizioni erano preoccupanti; io, infatti non stavo affrontando un problema soltanto di liberazione dall’internamento psichiatrico, ma anche il problema difficile della difesa della salute perché le donne erano tutte in condizioni drammatiche. Presentavano disturbi cardiaci, crisi epilettiche, muscoli atrofizzati così io ho dovuto fare il medico nel vero senso della parola perché le loro condizioni fisiche erano tragiche. Ci tengo a dire questo perché a volte se ne dimenticano che, accanto alla mia opera di liberazione, io ho fatto veramente il medico come persona che si occupa dei danni e dei disturbi del corpo, delle malattie provocate dall’immobilità e dall’intossicazione. Per cui ho dovuto lavorare tantissimo, non solo per liberarle, ma anche per rimetterle in salute. Se, dopo essere state liberate, sono andate a Vienna, al carnevale di Venezia, al Parlamento Europeo, in udienza da Giovanni Paolo II, è segno che anche dal punto di vista medico ho fatto un buon lavoro perché all’inizio, quando le ho trovate, non erano in grado  neanche di camminare per cento metri: non si reggevano in piedi. Per fare quest’opera di liberazione, ho cominciato a slegarle una per volta e sono stato un mese in reparto, notte e giorno, senza andarmene, con qualche momento di riposo passato sempre in reparto. Dovevo far capire a queste  persone quello che stavo facendo, perché  le internate avevano paura che io le slegassi per poi rilegarle in futuro come erano abituate dagli psichiatri. Io, invece, dovevo dimostrare alle internate che le avrei slegate definitivamente; d’altra parte si trattava di un processo lungo e difficile perché queste donne avevano il terrore di qualsiasi cosa. Mi trovavo in una situazione di grande diffidenza non solo da parte delle internate, ma anche da parte di tutto il personale. Fortunatamente trovai delle infermiere che mi avevano capito e che cominciarono ad aiutarmi; d’altra parte il personale era diviso tra chi mi voleva seguire e chi mi ostacolava. Era un pandemonio insomma. All’inizio del mio lavoro, nel reparto, c’erano le persone ricoverate che dovevano piano, piano, capire quello che stava succedendo, oltre al personale medico che stentava a collaborare. In più gli altri medici, appena mi allontanavo da Imola, scavalcavano il mio lavoro riportando la situazione a come era prima che io arrivassi.  
    Ho sempre cercato di fare direttamente le cose in modo che le infermiere non dicessero che davo ordini difficili e mi prendevo personalmente tutte le responsabilità. Slegavo la persona con le mie mani, stavo lì, attento a eventuali conseguenze pericolose. E a volte lo erano perché una persona che è stata legata per tanto tempo, dopo, come minimo è arrabbiata. Dovevo stare lì anche di notte perché la notte è un periodo critico. Per esempio se una persona passava una notte inquieta e si ricordava che prima la rinchiudevano o la legavano, io stavo accanto a lei tutta la notte.
   Dopo un mese, quando le ebbi slegate tutte, presi tutti i mezzi di contenzione, li misi in un sacco e lo consegnai a Cotti, il direttore, accompagnato da un biglietto ironico che diceva: «Questi strumenti di tortura devono uscire da un reparto ospedaliero». Perché consegnarli? Perché fino a che si tengono lì, anche se non si usano, hanno ancora una potenzialità terroristica.
   Io sono stato sempre disponibile a discutere con le infermiere e le aiutavo in tutte le difficoltà in cui si trovavano, ma non ero certamente disponibile a discutere con loro se si dovevano slegare le persone o meno. Come quando decisi che le inferriate andavano tolte  perché questo posto doveva diventare una residenza e non doveva più essere un carcere. Alcune infermiere capirono per fortuna che stava succedendo qualcosa che avrebbe migliorato non soltanto la condizione delle ricoverate, ma anche la loro: avrebbero smesso di fare le carceriere e incominciato a fare un lavoro diverso, di comunicazione umana.
   Gradualmente le condizioni delle internate migliorarono: iniziarono di nuovo a camminare, a uscire in giardino, a mangiare regolarmente. Prima che arrivassi io, quando non volevano mangiare, le costringevano a farlo con la sonda: era un metodo basato sulla forza. C’era anche un altro metodo allucinante detto “della strozzina”: quando un’infermiera aveva paura che una persona l’aggredisse, un’altra infermiera prendeva la persona in questione alle spalle, le metteva attorno al collo un panno bagnato e lo strizzava finché la persona cadeva in terra. Io tolsi ogni mezzo di coercizione come ogni intervento autoritario. Ho un aneddoto da raccontare per dimostrare questo. Una volta dovevo venire a Firenze e avevo l’intenzione di partire verso le tre del pomeriggio, ma una persona del reparto 14 si mise a sedere nella mia macchina e non se ne voleva andare. Le infermiere dissero che l’avrebbero presa con la forza  per  toglierla dalla macchina. Io mi opposi e partì alla sera tardi quando si alzò: questo per dimostrare che io, degli interventi autoritari, non ne volevo sapere. Piano, piano, era diminuita la violenza; prima il personale picchiava continuamente le persone e naturalmente, nei reparti psichiatrici, anche in quelli dove ho lavorato io, le violenze contro le giovani donne erano una cosa all’ordine del giorno. Dove ci sono le persone che non contano nulla, quelli che sono stati designati dalla società per controllarli, ne abusano in tutti i modi.
   Cotti, vedendo il risultato della liberazione, mi chiese di prendere un altro reparto. Dopo il reparto 14, passai al 10 donne dove trovai una situazione molto simile e perciò procedetti come per il 14. Poi andai al 17 uomini e anche lì feci lo stesso lavoro. In seguito, la direzione dei due manicomi di Imola diventò unica e io fui chiamato nell’altro manicomio, il Lolli, dove arrivavano le persone da Bologna. Lì un po’ di lavoro era stato fatto da un medico basagliano che mi aveva preceduto e, dal momento che lui aveva stabilito assemblee con gli infermieri, il reparto si chiamava Reparto autogestito. Io cercai anche qui di trasformare il reparto in una residenza, in cui le persone avevano la chiave delle proprie camere e potevano uscire quando lo ritenevano opportuno. Per esempio, uno di loro, il pittore, la sera andava a Bologna per divertirsi nei locali notturni. Io gli dicevo soltanto che, se gli succedeva qualcosa, doveva avvisare così potevamo essergli vicino. Vorrei aggiungere una cosa molto importante: io non mi sono mai occupato del pensiero degli internati e cioè non mi interessava se qualcuno pensava delle cose “sbagliate” su di sé. Io non mi sono occupato di modificare il loro pensiero perché questa cosa  è una violenza e non mi sono mai permesso di far cambiare le idee a qualcuno. Io mi sono occupato di rendere loro liberi e quindi anche liberi di pensare ciò che vogliono. Anche ora, quando mi occupo di evitare gli internamenti alle persone, non discuto con loro perché cambino il loro pensiero. Piuttosto ci parlo di problemi pratici relativi anche alla nostra differenza nel modo di affrontarli. Il nocciolo della psichiatria è, invece, modificare il pensiero degli altri con la forza. La libertà di pensiero non significa pensare certe cose e altre no; anche nella storia della filosofia ci troviamo davanti ad un orizzonte di idee differenti una dall’altra e spesso contrastanti. Per me il problema  è cominciato non come psichiatra o antipsichiatra, ma dall’idea semplice che una persona ha diritto di pensare quello che vuole senza che nessuno interferisca. Certamente si può discutere: per esempio, se uno mi dice che si sente Carlo Magno io gli posso controbattere che ho studiato la storia e che Carlo Magno è vissuto in un’altra epoca; allora lui mi potrà ribadire che è una sua reincarnazione e così via. Però, costringere una persona ad aderire a quello che io ritengo vero è una forma di tirannide. Su questo mi trovo d’accordo con Thomas Szaz che mi ha dato anche un premio in cui c’è scritto: « I problemi sociali scambiati per problemi psichiatrici offrono illimitate possibilità di tirannide». Nel  premio che mi è stato dato, in particolare, c’è scritto: «Per gli eccezionali contributi alla lotta contro lo stato terapeutico». Che cos’è lo stato terapeutico? È quel tipo di Stato che, attraverso la medicina, vuole controllare il pensiero delle persone.

C. B. So che Dacia Maraini è intervenuta più volte su “La Stampa” per parlare del tuo lavoro di liberazione, assistendo a feste e concerti che avevi organizzato nei reparti. Mi può parlare di quel periodo?

G. A. Siamo nel 1978, periodo in cui, con la nuova legge, ci doveva essere una ristrutturazione dell’intera istituzione manicomiale. Cotti avrebbe dovuto farmi primario in modo che non dipendessi più da medici che non mi accettavano. Invece questo non successe ed io rischiavo di essere affiancato ad uno di quei medici tradizionali e di dover rincominciare da capo tutto il lavoro che avevo fatto fino a quel momento.
   Un mio amico, Piero Colacicchi, che era a conoscenza di questa situazione ne parlò con Dacia Maraini che venne a vedere i miei reparti. Prima mi fece un’intervista in cui io  descrivevo come erano i miei reparti con le persone libere, che si vestivano a loro piacimento, che assistevano ai concerti, che uscivano per andare all’autodromo, a teatro, al bar confrontandoli con gli altri in cui le persone erano ancora rinchiuse. Dopo questo articolo i sindacati mi accusarono di dire il falso perché, secondo loro, anche le persone degli altri reparti stavano bene ed erano liberi. Allora io mi misi di nuovo in contatto con Dacia Maraini che ritornò a Imola e scrisse un altro articolo in cui riconfermava tutto quello che aveva visto la prima volta. Il giorno in cui lei venne all’Osservanza c’era anche l’orchestra dei giovani dell’Aquila: le ricoverate, vestite di tutto punto, ballavano mentre l’orchestra suonava Mozart; uscivano, entravano, scherzavano. Dacia Maraini volle vedere gli altri reparti. Dovettero aprire le porte con le chiavi; entrarono: c’erano persone tristi, in camice. Così pubblicò altri articoli, raccontando quello che aveva visto con i propri occhi. I sindacati si trovarono completamente spiazzati, perché di lei non potevano certo dire che lo faceva per protagonismo.  In seguito, ogni volta che mi accadeva qualcosa di particolare, Dacia Maraini se ne occupò sempre.
   Per fare una sintesi: siamo partiti dalla camicia di forza e siamo arrivati al Parlamento Europeo, dove le persone ex internate  sono state ricevute per discutere dei loro diritti con una commissione del parlamento, in collegamento con Eugenio Melandri, allora parlamentare europeo di rifondazione comunista e con Pannella.
   Un altro discorso interessante è quello della visita a Giovanni Paolo II. Davanti al manicomio c’è una chiesetta dei francescani e alcune delle donne del reparto 14 o di altri reparti andavano a messa lì oppure a fare una visita in chiesa poiché erano religiose. Una volta trovai il frate francescano che le stava buttando fuori e io gli domandai che cosa stava succedendo: lui mi rispose che non voleva quelle donne in chiesa; io gli ribattei che quelle donne avevano il diritto di andare lì a pregare come tutti gli altri, inoltre di ricordarsi, dal momento che era un francescano, che S. Francesco baciava sulle labbra i lebbrosi.
   Tornai a casa molto arrabbiato e parlai con mia moglie di questa cosa: lei mi ricordò che avevo aiutato un diplomatico del Vaticano, che sta qui a Firenze, che aveva paura di prendere l’aereo e si era rivolto a me. Allora gli telefonai e gli dissi che avevo intenzione di portare le persone religiose dei miei reparti dal Papa. Egli mi disse che prima di decidere, voleva incontrare queste persone per parlare con loro; così decidemmo di andare a pranzo fuori con le mie ex ricoverate. Egli rimase entusiasta e ne parlò in Vaticano. Così ci decidemmo a partecipare ad un incontro con il Papa, ci sedemmo in prima fila e Giovanni Paolo II parlò volentieri sia con le mie ex ricoverate che con me. Infine facemmo delle fotografie che mandai al frate.

C. B. Come ha reagito la popolazione internata a questa azione di eliminazione della contenzione e della coercizione?

G. A. All’inizio non capirono bene cosa stesse succedendo e questo era logico perché io stavo portando avanti un cambiamento mai visto prima, inoltre erano molto spaventate. Vivere in un’istituzione psichiatrica significa avere continuamente paura perché gli psichiatri usano terrorizzare continuamente i propri pazienti. In manicomio le persone che ho visto avevano sempre paura: all’inizio la ebbero anche di me, anche se con il tempo riuscii a conquistare la loro fiducia. Appena cominciai il mio lavoro le internate avevano molta paura ed esitavano spesso a farsi slegare. Spesso alcuni individui del personale mi dicevano che certi ricoverati stavano legati perché lo volevano. Io risposi che ormai potevano “volerlo”, mentre per anni interi la loro volontà non era stata neppure considerata. Trovandosi slegati all’improvviso, avevano paura di fare qualcosa per cui avrebbero potuto essere perseguitati, picchiati e legati di nuovo, quindi preferivano stare legati. Tuttavia la situazione andava affrontata. Per esempio, nel reparto 14 c’era una donna che non voleva essere slegata, così io non la slegai subito. Ho passato accanto a lei ore e ore. Le dicevo: “Io sono qui perché Lei deve essere liberata. Ci vorrà tempo, dovrà convincersi; Io sono un medico e non un carceriere e non posso ammettere che Lei stia in questa condizione. Però aspetto, perché Lei ha diritto di esprimere quello che sente e le paure che comporta il ritornare ad essere una persona libera”. Via, via, ci siamo messi d’accordo. Lei ha cominciato a camminare nel giardino e le sue condizioni fisiche spaventose sono lentamente guarite quando è passata dalla condizione di donna legata continuamente a quella di una donna libera che può camminare, parlare, vestirsi, uscire, e così via. Il lavoro che io ho fatto contro il manicomio è stato quello di partire dalla “camera di tortura” e di arrivare alla residenza. Questo sempre nel rispetto delle scelte degli internati e delle loro necessità: non ho mai obbligato nessuno ad uscire se non ne aveva voglia o se non se la sentiva. Anche quando si facevano i viaggi, come ho detto prima, in varie città europee come Venezia, Firenze, Milano, Parigi, Vienna, Strasburgo, venivano soltanto quelli che volevano, quelli che l’avevano scelto individualmente. Dall’ambiente in cui non si è nessuno e non si può scegliere niente si è passati all’ambiente in cui si è considerati una persona che può scegliere senza troppe interferenze altrui. Si è trattato di un capovolgimento completo.
   Le camere delle internate vennero per esempio abbellite a loro piacimento. Alcune persone trovarono invece sistemazioni esterne al manicomio, si trasferirono in appartamenti. Per esempio, c’erano alcune persone che avevano un rapporto affettivo o amoroso tra di loro che, con l’aiuto del Comune, trovarono degli appartamenti e si sistemarono in essi. Altri tornarono dalle famiglie; chi, invece, rimaneva lì non aveva nessuno fuori, ma viveva in manicomio come in una residenza con i propri oggetti, con le proprie abitudini, con il proprio modo di vestire. Ognuno viveva secondo le proprie scelte.

C. B. La popolazione di Imola, invece, come ha reagito?

G. A. Molti cittadini di Imola non furono d’accordo con quello che stavo facendo nel manicomio della loro città. Via, via, si sono abituati perché videro che, anche se le persone andavano in giro fuori dal manicomio, nelle loro vite non cambiava assolutamente niente. La mia intenzione, però, era anche quella di portare la popolazione esterna all’interno del manicomio. Per questo ho fatto molta fatica, tanto che ho organizzato a volte concerti con pianisti, violoncellisti, violinisti, e chiamai perfino Baccini, un cantante italiano. Volevo attirare le persone di Imola e facevo queste iniziative in reparto per tutta la città. Ma era certamente più facile lasciare uscire le persone fuori dal manicomio che vedere le persone della città venire dentro il reparto. All’autogestito “Lolli”, sempre ad Imola, venne addirittura un corpo di danza del Giappone che stava facendo spettacoli in Europa, ma in Italia fece l’unica data all’autogestito. Io cercavo di stare il più possibile in contatto con artisti per trovare sempre nuove occasioni da portare all’interno del manicomio perché mi interessava che gli internati avessero la vita che avevano tutti gli altri. Per esempio, andare con loro dal Papa significava che le persone rifiutate da tutti venivano ricevute perfino dal Pontefice che non riceve proprio chiunque. Oppure andare al Parlamento Europeo significava esprimere il fatto che gli internati sono cittadini, con i loro diritti civili e politici. Tutti i viaggi che abbiamo fatto sono stati un modo per restituire alla vita civile persone per le quali qualcuno aveva deciso che alla vita civile non avrebbero partecipato mai più.

C. B. Lei sostiene che la malattia mentale non esiste in quanto non si tratta di una malattia fisica e perciò distingue le malattie organiche dai problemi psicologici. Vuole aggiungere qualcosa a questo proposito.

G. A. Potrei dire una cosa molto semplice, di cui parla anche Szasz, e cioè che il concetto medico di malattia ha un contenuto preciso. Per esempio, supponiamo che tu vada da un medico e dica di avere il diabete. Da un altro medico affermerai invece di non avere il diabete. Cosa succede? Vengono fatti degli esami che serviranno a diagnosticare o meno il tuo diabete e cioè attraverso questi esami risulterà, in maniera oggettiva, se tu sarai affetta o meno da questa patologia. Qualunque malattia, che sia del fegato o del cervello, ha dei riferimenti oggettivi. Se un individuo ha il morbo di Alzheimer attraverso l’esame delle cellule cerebrali, si vede che queste stanno degenerando. Una malattia ha un riferimento biologico preciso: nel caso della psichiatria si tratta di interpretazioni di comportamenti. Comportarsi “bene” o “male” non è un problema medico, ma un problema etico: dire che una persona che si comporta bene è sana e che quella che si comporta male è malata non ha senso. Il cervello, essendo un organo, può ammalarsi: è la neurologia a occuparsi di queste patologie e non la psichiatria. Szasz dice che una indagine scientifica o una teoria scientifica non può rivolgersi su entità non materiali come amore o odio, angelo e diavolo, spirito e mente. Questo non significa affermare che queste cose non esistono. Esistono ma non fanno parte del mondo materiale, dello studio dei fatti e quindi della scienza. Eppure eminenti medici, scienziati, pubblicazioni prestigiose, quando si riferiscono al concetto di malattia, di regola ignorano, trascurano, e oscurano il fatto che usiamo il concetto di malattia sia come termine scientifico neutro, senza implicazioni di valore per descrivere e spiegare aspetti del mondo materiale, sia come termine etico, carico di valore, per identificare, scusare, condannare e giustificare aspirazioni, leggi e usanze umane, non materiali.
   Il fatto che l’omosessuale, il suicida, lo stupratore siano considerati malati non è affatto considerare le cose da un punto di vista scientifico. Non c’è nessun motivo per  considerare sani comportamenti buoni e malati comportamenti cattivi. Qui si entra nel campo dell’etica secondo la quale certe azioni sono accettabili e altre meno: siamo, però, su un altro piano da quello medico.
   Quando mi occupo di problemi psicologici non uso i termini di malattia e di cura, perché seguo un altro percorso; si ascolta una persona che racconta le vicende della propria vita e chiede un aiuto, un consiglio, o che semplicemente ha bisogno di raccontare tali vicende, perché il fatto stesso di comunicarle è un sollievo, un uscire dalla solitudine.

C. B. Lei ha lavorato tanto con le donne. Mi può dire se effettivamente le donne internate sono le testimoni “privilegiate” di come la psichiatria sia essenzialmente una pratica di conservazione dei costumi etici predominanti?

G. A. Da un punto di vista storico si può fare riferimento alle vicende narrate da Freud sul suo maestro Charcot, che era il neurologo più famoso dell’epoca e dirigeva la Salpêtrière con cinquemila donne ricoverate. A lezione Charcot mostrava queste donne ai suoi studenti e affermava che erano state internate perché avevano delle lesioni nervose. Però lo stesso Charcot, con i suoi studenti preferiti, tra i quali c’era anche Freud, si incontrava fuori dall’università per continuare a discutere e a dialogare e in uno di questi incontri affermò che, secondo lui, il problema di quelle donne era legato alla questione sessuale. Egli disse che la maggior parte di donne internate erano vittime dei pregiudizi sessuali: Freud in seguito ha fondato la psicanalisi su questo discorso e ad un certo punto, arrivò ad affermare esplicitamente che aveva smesso di fare il neurologo quando si occupava di problemi psicologici, ed aveva incominciato a fare il biografo.
   Nel 1858, il patologo tedesco Rudolf Virchow pubblicò la sua tesi intorno alla patologia cellulare basata sull’istologia fisiologica e patologica. Da allora, la lesione nel corpo, identificabile oggettivamente con l’osservazione o la misurazione anatomica, fisiologica o di natura fisiochimica, fu la misura scientifica standard.
La medicina stabilisce se un individuo abbia o meno una lesione e se questa provoca nell’organismo degli squilibri fisici. La psichiatria, al contrario, non trova delle lesioni in un organismo, ma tratta dei comportamenti non accettati moralmente come se fossero delle patologie. Ma è evidente, per esempio, che l’omosessualità non ha nulla a che vedere con la malattia: è una scelta che fino a non troppo tempo fa (e forse da alcuni ancora oggi) non veniva accettata; era moralmente sbagliato avere gusti sessuali differenti da ciò che stabiliva la norma sociale dominante. Nella società vittoriana, per esempio, faceva comodo scomunicare le donne che provavano piacere perché era la coppia procreatrice a rappresentare il modello dell’unica sessualità possibile.
   Per concludere, una studiosa di Roma fece tempo fa uno studio che rivelò che le donne sono vittime della psichiatria prevalentemente per problemi sessuali e gli uomini per problemi di lavoro.

 

Tesi di laurea di Clarissa Brigidi in Filosofia della storia

Relatore: Manlio Iofrida

Anno Accademico: 2005/2006

Pubblicato il: 5 Agosto, 2008
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo