A CHI SERVE L’ELETTROSHOCK? di Giorgio Antonucci

22 ottobre 2008 | 14:01

 

Da questa settimana, sabatoseraonline ha un nuovo editorialista: Giorgio Antonucci

Secondo certi psichiatri, l’elettroshock sarebbe un’efficace cura contro la depressione e il disturbo bipolare. Prima di passare a spiegare come l’elettroshock non possa essere considerata una terapia medica, serve sottolineare una questione fondamentale: il trattamento elettroconvulsivante, meglio noto come elettroshock, è nato e si è sviluppato sulla costrizione e non sulla scelta volontaria del paziente.
Inventato negli anni trenta da Ugo Cerletti è il perfezionamento del trattamento a cui venivano sottoposti i maiali prima della loro uccisione nei mattatoi. Serviva per tranquillizzarli.
A questo trattamento sono state poi sottoposte, le persone ricoverate in manicomio. Persone, quindi, che non potevano rifiutarsi, che non avevano libertà di scelta. L’elettroshock nasce quindi con questo difetto all’origine.
D’altra parte, lo stesso Cerletti giunse a definire l’elettroshock non efficace, ma purtroppo questo non è bastato a chiudere il discorso.
Traggo dall’”Enciclopedia medica Larousse” del 1983 l’elenco degli effetti collaterali della terapia elettroconvulsivante: “arresto del respiro, arresto del cuore, pancreatite emorragica, lussazione strutture ossee per convulsioni”. L’arresto del respiro e del cuore, non c’è bisogno di sottolinearlo, provocano la morte.
Queste le controindicazioni per l’utilizzo su persone sane, ovviamente, per chi ha altri problemi i rischi sono ancora maggiori.
Ma non tranquillizzano nemmeno gli effetti positivi di cui parlano gli psichiatri, su cui spicca la perdita di memoria, ovvero la perdita di un fondamento dell’intelligenza umana. Dall’antichità, dal Rinascimento ad oggi, l’uomo si è preoccupato di coltivare la memoria non di distruggerla. Lo stesso Sigmund Freud ha scritto che il superamento di stati d’angoscia è legato al recupero della memoria, non al suo danneggiamento. Nessuno nega che dopo l’elettroshock si ricordi di meno. Certo se uno è triste e malinconico per problemi suoi personali, dopo l’elettroshock tende a dimenticare i motivi che lo hanno reso triste, ma come si può decidere di indebolire una sostanza preziosa come la memoria con pretesti terapeutici. L’Alzheimer non ci spaventa proprio per gli effetti devastanti che ha sulla memoria umana?
La cancellazione della memoria non è una terapia, ma un’aggressione contro la cultura umana e non per nulla è sempre stata utilizzata dai regimi autoritari.
L’elettroshock si inserisce in pieno in questo filone di politica culturale autoritaria e non meraviglia che oggi qualcuno, in Italia, tenti di farlo tornare di moda.

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Ai legami tra politica autoritaria e elettroshock Naomi Klein ha dedicato il libro “Shock Economy” pubblicato da Rizzoli lo scorso anno. (“The Shock Doctrine” il titolo originale).
La prima parte del libro inizia con queste due citazioni.

“Sono andato all’ammazzatoio per osservare questa cosiddetta “macellazione elettrica” e ho visto che ai suini sono applicate grosse pinze metalliche sulle tempie, poi collegate alla corrente elettrica (125 volt). Appena applicate le pinze, gli animali hanno perso conoscenza, si sono irrigiditi, e poi, dopo qualche secondo, sono stati scossi da convulsioni, non diversamente dai nostri cani da laboratorio. In questa fase di incoscienza (coma epilettico), il macellaio ha potuto pugnalare e dissanguare gli animali senza difficoltà.

Ugo Cerletti, “Elettroshock Therapy” in “Journal of Clinical and Psychopathology and Quarterly Review of Psychiatry and Neurology”   (settembre 1954)

“Le loro menti appaiono come una tabula rasa su cui possiamo scrivere”

Cyril J.C Kennedy e David Anchel, “Regressive Electrick-Shock in Schizophrenics Refractory to Other Shock Terapies” in “Psychiatric Quarterly” aprile 1948.

“The Shock Doctrine” è anche il titolo di un cortometraggio di Alfonso Cuarón e Naomi Klein, diretto da Jonás Cuarón.
Giorgio Antonucci

Pubblicato il: 23 ottobre, 2008
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo