“L’impossibile come progetto”- Eugen Galasso



Lo scorso 23.09.2010, in via Serra 2/h, sede di varie associazioni, H.U.B. ospita il Centro di Relazioni Umane, in un incontro “L’ impossibile come progetto” con Giuseppe Bucalo, uno degli esponenti di punta dell’antipsichiatria in Sicilia, Italia e, vista anche la complessa situazione antipsichiatrica a livello europeo, in Europa. La dottoressa Maria Rosaria D’Oronzo, psicologa,  coordinatrice, appunto, del Centro di Relazioni Umane e già presidente del Telefono Viola di Bologna, ha spiegato come si svolgano le modalità di azione del Centro stesso, a partire da esigenze concrete, ossia da segnalazioni e dati concreti, come la diffusione del Ritalin (chimicamente=Metilfenidato), per cui questo “farmaco” psicotropo, prescritto e  somministrato a ragazzi/e affetti dalla sindrome ADHD ( sindrome da deficit d’attenzione, impulsività  e iperattività), o meglio diagnosticati/e per tali, crea sostanzialmente una condizione definibile di “para-catatonia”, di passività, per cui ora il dott.D’Oronzo sarà presente in tribunale per una denuncia di alcuni solerti medici che battevano sulla necessità di prescrivere e sostanzialmente “imporre” la sostanza ai bambini, senza preoccuparsi che divengano quasi “zombies”;  idem per la più recente denuncia, essendo il Centro di Relazioni Umane insorte per difendere un uomo inglese visibilmente ubriaco, coattivamente sottoposto a un TSO. Una modalità d’azione, che però si serve del dialogo e della comprensione dei problemi dell’altro, come  d’altronde, con modalità diverse (qualche differenza metodologica significativa è emersa durante la discussione, senza che ciò equivalga a divergenze sostanziali, anzi) rispetto a quelle usate da Bucalo, che in alcune realtà siciliane ha costituito un’enclave autogestita, né “psichiatrica né antipsichiatrica” in cui operano persone della formazioni più diverse, in genere non psichiatriche, venendo “pagate pochissimo”. Per Bucalo, che valuta molto criticamente l’evoluzione dei percorsi compiuti, in ormai più di 30 anni dalla legge che avrebbe dovuto “chiudere i manicomi”, l’”antipsichiatria” o quella che si spaccia per tale, che ritiene spesso che la “presunta” evoluzione dalla lobotomia (che effettivamente è in disuso, non è mai stata abolita e/proibita) e leucotomia  all’elettroshock (purtroppo ancora in uso in varie realtà, anche pubbliche, della sanità italiana) agli psicofarmaci, possa essere comunque “castrante” rispetto a un percorso di vita della persona, che vuole e intravvede altro, rispetto alla  medicalizzazione e all’essere comunque guidati verso una “normalizzazione” totalmente asservita a un modello socio-culturale imposto e storicamente in continua evoluzione (un esempio semplice per il lettore, per nulla citato dal relatore ma, probabilmente emblematico: il rutto post-prandiale era considerato segno di buona salute presso gli antichi Romani, segnatamente presso gli imperatori e lo rimase per molto tempo, divenne poi elemento di profonda maleducazione, dal Rinascimento in poi, finché nell’Ottocento venne  duramente sanzionato – tuttora, pur in un climea di maggiore “tolleranza” può essere un sintomo capace di confermare, certo non da solo, una diagnosi che conduca eventualmente anche a un TSO).

Può esserci una tolleranza, per cui l’operatore (psichiatra o infermiere) tratta “meglio” le persone, senza però trattarle veramente “da persone”. Per Bucalo, che sa narrare e far sognare narrando, senza essere per questo un “incantatore di serpenti” (la metafora è senz’altro molto chiara) e che racconta di persone che ha incontrato, ricordandone i nomi (non i cognomi, ovviamente) bisogna rispettare i percorsi di chiunque, senza intervenire sugli stessi senza interferirvi. Ciò anche quando questi appaiano “strani”, “anomali”, incomprensibili (aggettivi che derivano, certo, da un determinato pattern, da un atteggiamento culturale), dove ciò che volgarmente viene definito e poi chiamato “follia” è in realtà esperienza di un cambiamento profondo, di una trasformazione, sempre feconda e necessaria. Fare in  modo che tali trasformazioni sboccino, possano comunque “maturare”, svilupparsi, evolvere, è compito dell’operatore favorire, senza in alcun modo “attivare” o “spingere”, ma semplicemente rendendo possibile il processo evolutivo. Tra gli altri esempi fatti da Bucalo, particolarmente significativo quello dell’innamoramento e dell’amore (senza ovviamente seguire le riflessioni di Alberoni a riguardo…), quasi il bruco che si fa crisalide in attesa di divenire farfalla, ma anche quello della “maturazione” di un percorso di riflessione, lavorativo etc.

Eugen Galasso

Pubblicato il: 26 settembre, 2010
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo