– DENTRO FUORI: “Teresa B.” – Roberta Giacometti e intervista a Giorgio Antonucci su Teresa B. -

Dentro Fuori. Testimonianze di ex-infermieri degli ospedali psichiatrici di Imola” di Roberta Giacometti, ed Bacchilega editore, 2009.

“Il dottor Antonucci era stato l’unico medico, che io abbia visto, che entrasse nel suo camerino senza camice, la toccasse, le rivolgesse la parola, stesse seduto accanto a lei sul letto a parlare senza timore. Lei lo aspettava con trepidazione e mi diceva che anche lui aveva delle belle mani.

TERESA B.

La storia di Teresa è incredibile, per questo la scrivo a parte, per farne un quadro più preciso.
Mi raccontano di lei le infermiere Giuseppina Pelliconi, Anna Piancastelli e Ileana Mingotti.
“Teresa era la donna con la museruola. Aveva subito una depressione post-parto, quindo poco dopo i vent’anni arrivò da noi. Aveva una bellissima voce, era un usignolo, quando spuntava il sole cantava le canzoni romagnole. Stava nel primo camerino al pian terreno del reparto 14. Giorno e notte teneva le braccia incrociate bloccate davanti e il corpetto allacciato dietro. Aveva cinque fascie di contenzione e i “zamparelli” di cuoio alle caviglie. Aveva un gran forza e faceva del male anche a sé: si metteva le mani “dentro” e tentava di tirarsi fuori l’utero. Prima che la tenessero legata per l’intero giorno, menava le altre malate: una volta rientrò dal cortile con le mani insanguinate e volle che la mettessi subito a letto legandola ben bene. “Cosa hai fatto?” le chiesi. Andai fuori e vidi una malata con la faccia pesta di sangue: le aveva quasi cavato un occhio. Da quel giorno fu legata.
Quando arrivava sera, e io stringevo le fasce per la notte, lei mi diceva: “tira, tira più forte.”. Io tiravo più che potevo, aiutandomi con i piedi appoggiati al letto. La tenevamo legata stretta perchè non muovesse neppure la testa, perchè mordeva il lenzuolo, la coperta, il materasso. Faceva così tutto il giorno, se la slegavi, il tempo che ti voltavi, un attimo, lei mordeva qualsiasi cosa. Non si sa come facesse, non ce lo siamo mai spiegate. La slegavamo solo per lavarla e stavamo accanto a lei sempre in due o tre, perchè mollava dei bei ceffoni. E poi sputava, bisognava stare attenti. Ma andava alzata, non poteva restare così, stava facendo le piaghe da decubito e allora in sartoria idearono per lei un vestito imbottito che, come un albero di Natale, stava in piedi da solo. Ma lo ruppe lo stesso, dove passava “sbragava”. Allora i medici decisero di far eseguire dal calzolaio dell’ospedale una maschera in cuoio con un telaio di tubolare di ferro, che noi allacciavamo dietro con cinghie di cuoio, affinchè non arrivasse a mordere nulla e non ci sputasse addosso, e le prime volte la portammo fuori così……Ricordo che il dottore non poteva vedere Teresa in quel modo, si guardava sempre le scarpe, erano comunque pochi i medici che guardavano i malati in faccia, specie se erano messi male. E così quando c’era la visita dovevamo metterla a letto, legarla e toglierle la maschera. E pensare che era lui che l’aveva ordinato….Poi misero un’infermiera che si prese cura di lei, gentile e paziente, con lo scpo di portarla fuori. Poco alla volta ci è riuscita”.
Ileana è la giovane infermiera di cui parla Anna. E’ lei che continua la storia di Teresa, con la quale ha passato quasi otto mesi nel tentativo di recuperare in lei un pò di dignità. Quando nel ’71 venne affidata a Ileana, Teresa era rinchiusa in manicomio da tanti anni e abbandonata nel suo camerino perchè, dopo tanti tentativi, tutti erano scoraggiati dal suo comportamento. Era considerata la paziente donna più pericolosa, un’irriducibile, forse l’unica che non si sia mai rassegnata alla sua condizione.
“Prova, mi aveva detto la capa. Io non sapevo nulla di Teresa. Mi fece entrare nel suo camerino e mi chiuse dentro. Il camerino era circa 3 metri per 4, con il letto al centro fissato a terra e un finestrone alto dal quale neppure io vedevo fuori, solo la cima degli alberi. Il pavimento di cemento aveva un avvallamento sotto il letto nel quale si concentravano i bisogni della malata. La puzza era pungente, perchè il cemento aveva assorbito negli anni la pipì. Le quattro pareti della stanza erano pieni di sputi, non c’era un centimentro libero; erano macchie rosate in quanto, in mezzo alla saliva, c’era del sangue, perchè Teresa si mordeva le guance. Teresa era legata al letto, strettissima, e aveva imparato a sputare anche attraverso la maschera.

Sputava e mordeva qualsiasi cosa per ribellarsi, per dire agli altri che non era un  manichino. Entrai con un secchio e uno scopone e mi dissero che dovevo pulire. Io parlavo, rivolgendomi a lei, come già facevo al piano di sopra con le altre malate: “Quando sei nata? Da dove vieni? Il dottore cosa dice?”, la chiamavo spesso per nome e intanto lei sputava, mirava e sputava, come pistolettate al muro, era meglio di una lama.
Quando era l’ora di mangiare o prendere le medicine entravano in due, una gli faceva forza con il cucchiaio fra i denti, perchè aprisse la bocca, le metteva la roba dentro e poi veloce la seconda le metteva l’asciugamano sulla bocca perchè non sputasse il cibo. La scena era disgustosa e mi sentivo soffocare io per lei. Il terzo giorno le tolsero la maschera, io parlavo parlavo e pulivo e lei sporcava. Per 15 giorni andò avanti così. Poi cominciò ogni tanto a canticchiare, a seguirmi con gli occhi e sputava sempre  meno.
Un giorno, che ero moggia, abbacchiata per questa situazione e stavo zitta, a sorpresa mi disse: “cosa fai, rùget?”. Era il suo dialetto, poi mi dissero che voleva dire piagnucolare. Furono le sue prime parole. Qualche giorno dopo mi chiese: “chi hai picchiato te?” perchè pensava che anch’io fossi in punizione. Ricordo anche il suo primo sorriso: avevo portato con me un campioncino di profumo e glielo sfregai sul palmo della mano.
Lei fece un gran sorriso e disse: “sl’è bò!”, quante volte durante quella giornata si annusava il palmo della  mano. Col passare dei giorni avevo preso coraggio e le avevo slegato un braccio e le facevo fare la pipì nel vasino, accovacciata da una parte del letto, era già un bel risultato. Le gambe le tremavano e per aiutarla a stare in piedi l’appoggiavo al muro. “Vedi Teresa – le dicevo – non devi più sputare ora che ho pulito tutto, così non ti sporchi quanto ti appoggi alla parete, le altre devono essere invidiose della tua camera, se viene qualcuno dentro deve notare la differenza”. Lei mi guardava sempre le mani e mi diceva in dialetto: “che belle mani che hai, che belle unghie, anche i tuoi capelli sono belli, i miei sono come i tuoi?” Capii che cominciava a interessarsi alla sua persona, com’era lei, perchè non lo sapeva, non lo ricordava. Le descrivevo il colore dei suoi occhi e dei suoi capelli.
Col passare del tempo sputava sempre più di rado, solo ogni tanto le prendeva un raptus e ptu, ptu, ptu cacciava tre sputi. Poi capii che potevo provare ad aprire la porta e andare con lei nel corridoio. Il giorno che lo feci ci fu un fuggi fuggi fra i malati. Tutti la temevano, perchè ne aveva aggrediti tanti prima di essere segregata nella sua stanza. Nel corridoio andava dritta verso alcuni, perchè sapeva bene da chi aveva subìto angherie, puntava come un cane da caccia, era come un leone in un branco di gnu. Le altre malate non contenute stavano nel grande refettorio sorvegliate da due colleghe ed erano per lo più debilitate fisicamente, alcune stavano sedute al centro e “scossavano” avanti indietro per ore, si mordevano le mani, si sfregavano di continuo i vestiti; altre, che giravano sempre in tondo sfiorando le pareti, poi si sedevano un pò, poi riprendevano, erano maniacali ma precise nelle loro manie, ma ecco, se compariva Teresa alla porta del refettorio tutte cambiavano atteggiamento, aveva il potere di scombussolarle. Io la tenevo stretta ma lei mi trascinava, tanta era la sua forza. Se passava vicino a qualcuna che non era nelle sue grazie le dava un tocco sulla spalla con un pò di stizza come per avvisarla che quel giorno la graziava, ma se avesse voluto, l’avrebbe menata.
Siccome dentro creava scompiglio, decisi di portarla fuori in cortile: sembrava un’astronauta sulla luna, appoggiava i piedi in terra pino piano, come se non conoscesse più l’erba, era ancora incerta sulle gambe, però vagava assorta nel prato, attorno a me, meravigliandosi in modo rumoroso per piccole cose banali. Poi, all’improvviso, senza pudore, si accovacciava e faceva pipì dove’era, togliendosi in fretta le mutande, cacciandosele in tasca. Gradualmente volli provare di toglierla dall’isolamento del parco per avvicinarla alla gente. La cosa fu più difficile e faticosa per me: dovevo marcala stretta perchè urlava istintivamente dietro le persone che sentiva ostili. Pian piano potei riferire tanti piccoli progressi di Teresa, piccoli gesti, come lisciarsi il vestito, sputarsi nelle mani per poi passarle fra i capelli prima di uscire. Notavo in lei coerenza e voglia di esistere e non farsi del male. Quando rientrava nel suo camerino, ora rimaneva libera; siccome dormiva da anni sulla rete metallica e aveva il sedere duro e scuro come il cuoio, volevo metterle il materasso perchè stesse più comoda. Lo feci ordinare e quando arrivò dissi: “Teresa guarda cosa è arrivato, aiutami che facciamo il letto nuovo!” No, non mi aiutò, ma quando ebbi finito si cavò il grembiule grigio, si mise sotto le lenzuola, rise forte e disse: “come si sta bene!”. Tornai la mattina dopo e trovai tutto distrutto, il pezzettino più grande non superava i due centimetri. Chiusa dentro la stanza, ma slegata, aveva demolito tutto, con i denti e con le mani. Non feci altro che prendere un sacco e riempirlo. “Che dispiacere Teresa! Se ricominci dovrò passare il tempo a ripulire e non potrò venire a passeggio con te!”. Lei stava in piedi davanti a me, zitta, e cominciò a sputare. Il medico ordinò un altro materasso. Lei lo disfò ancora e mi disse: “ciàpa lè, porta via!” Sentiva che era più forte di lei, mi guardava storto, forse perchè la mettevo nella condizione di ripetere il suo gesto, in un qual modo la tentavo. Abbiamo riprovato e le prime volte faceva un buco nel materasso con il dito e lo svuotava tutto, poi un pò alla volta smise. In quei mesi aveva fatto grandi progressi: mangiava da sola con le mani e pensare che erano vent’anni che era in manicomio. Il dottor Antonucci era stato l’unico medico, che io abbia visto, che entrasse nel suo camerino senza camice, la toccasse, le rivolgesse la parola, stesse seduto accanto a lei sul letto a parlare senza timore. Lei lo aspettava con trepidazione e mi diceva che anche lui aveva delle belle mani. Era diventata come una bambina, non era più così aggressiva con gli altri. Io all’inizio non ero del tutto d’accordo con quello che il Dottor Antonucci voleva da noi infermieri, ma con l’esperienza ho capito che aveva ragione, che ogni malato deve avere la sua possiblità. Alcunni medici, per non toccare i malati, non gli provavano neppure la pressione!
Con il mio compito costante di compagnia dissuadevo i suoi raptus, la guidavo, l’incitavo ad essere socievole e provai a coinvolgere gli altri affinchè avessero qualche attenzione per lei: fu una mossa vincente! Sorrideva  e me lo raccontava mille volte: “hai visto che lui mi ha dato una caramella? Sai che lei mi ha detto che ho le scarpe belle?”. Riuscii a portarla al centro sociale, cosa impensabile solo qualche messe prima, anch’io ero incredula. Dopo sei mesi mi cambiarono reparto e l’errore fatale dei responsabili fu credere che lei non avesse più bisogno, che fosse in grado di proseguire da sola……..”

Approfondimenti sull’argomento:

- Intervista al dott. Giorgio Antonucci su Teresa B.

da “I pregiudizi e la conoscenza critica alla psichiatria”
di Giorgio Antonucci

- Intervista a GIORGIO ANTONUCCI su l’Antipsichiatria -Tesi di Laurea di Clarissa Brigidi

- Video : Reparto 14 di Valentina Giovanardi (http://vimeo.com/28383650)

Pubblicato il: 15 maggio, 2011
Categoria: Libri, Testi, Testimonianze

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo