Giorgio Antonucci e Piero Colacicchi contro la pena di morte – Eugen Galasso


Leggendo l’importante intervento di Piero Colacicchi sull’appello, suo ma soprattutto di Giorgio Antonucci, contro la pena di morte a suo tempo (dicembre 1986) comminata a Paula Cooper, allora quindicenne, rea di un gravissimo reato, quella dell’uccisione della sua insegnante di religione (di scuola biblica, dovremmo dire, ma nel nostro ordinamento “cattolico” la Bibbia si studia, quando va bene, solo all’università, in Italia nei corsi di laurea in scienze religiose) per compiere un furto nella casa della stessa. Non certo a giustificazione-discolpa della ragazza (ora una quarantenne, come ovvio) sia detto che la Cooper era stata violentata, da bambina, dal padre, con la correità (assisteva senza intervenire) della madre. Entrambi i genitori erano alcolizzati, le condizioni socio-economiche della famiglia e dello slum in cui viveva spaventose. Sembra un classico “caso” da positivismo (Comte) e naturalismo (Zola, in Goncourt, Hauptmann, in Italia al massimo Capuana più di Verga), ma è cosa di ieri, dunque tragicamente attuale. Credo che il racconto-testimonianza di Colacicchi, prof. d’accademia, artista, che da artista ha operato e opera con i “pazienti psichiatrici”, da sempre amico di Giorgio Antonucci e attivo nel movimento antipsichiatrico e presidente dell’Osservatorio contro la discriminazione,  sia estremamente importante , ricordandoci come il movimento per i diritti civili sia insito nella “mission” antipsichiatrica, quindi la rivendicazione della libertà  umana, in primis della conservazione e difesa della vita (a scanso di equivoci dirò che essa non ha nulla a che vedere con il terrorismo antiabortista dei clericali, anzi), per cui, dalla tradizione illuminista in poi, quella di Verri e Beccaria che, con “Dei delitti e delle pene” scrisse la prima radicale negazione della pena di morte alle posizioni più recenti quali quelle di Arthur Koestler e Albert Camus, non certo ascrivibili al neo-illuminismo, dalla proibizione della pena di morte ad opera del granduca di Toscana Pietro Leopoldo, profondamente influenzato dalle idee del Beccaria, nel 1886, nel solo territorio toscano, fino al dibattito odierno, dove le idee dei citati autori sembrano non essere entrate affatto nel patrimonio ideale di popolazioni ancora amorfe sul tema (in Italia, come in generale in Europa, come negli States) se non favorevoli alla pena  capitale, segni una rivendicazione di primogenitura importante, con un documento, quello appunto di Colacicchi e Antonucci, che, con una catena che va dall’appello firmato all’epoca dal poeta e storico della letteratura Mario Luzi, dal giurista Paolo Barile, dal mass-mediologo e storico del cinema Pio Baldelli, da padre Ernesto Balducci, filosofo e teologo, tutti scomparssi, (come è scomparsa l’autrice dell’articolo-lettera alla “Nazione”,  da cui avevano preso spunto Antonucci e Colacicchi, Maria Luigia Guaita, nata a Pisa ma poi da sempre attiva a Firenze, storica figura della Resistenza fiorentina, come Fiorentini nativi o acquisti erano tutti gli altri personaggi prima menzionati) alla grazia e alla commutazione in carcere a vita, o quasi, della Cooper ad opera del governatore dell’Indiana, subissato da tante e tali richieste, dopo l’appello degli antipsichiatri e degli altri personaggi fiorentini, da dover cedere alla richiesta di “grazia”, almeno quanto alla questione della vita dell’allora ragazzina.

La funzione rieducativa della pena(ineliminabile, credo, in un caso quale quello della Cooper. Una società che rinunci a qualunque misura di punizione e repressione dei delitti più gravi si espone ed espone i propri cittadini all’implosione per mancanza di certezza, sicurezza, garanzia di vivibilità minima) nel caso della Cooper ha funzionato: Paula in carcere ha studiato, forse uscirà l’anno prossimo per buona condotta) rimane, come nelle intenzioni di Rousseau, che lo stesso Beccaria, con il suo stile barbaro, riconosce essere un “Grande”, ma anche di quella giurisprudenza che, dalla Legge Gozzini in poi, recepisce il “bando” rousseauiano, cercando di inverarlo.   Nessuno stato ha diritto di togliere la vita ai propri cittadini, né facendoli morire in guerra, né condannandoli a morte, né facendolo con lavori pericolosi etc. (morti per amianto e in genere morti bianche). Lo stile di Colacicchi, poi, con la sua “madeleinette” proustiana che parte da un cucchiaio di legno regalato da Noris, moglie di Giorgio Antonucci, rievoca tutta la vicenda è brillante e affabile, a differenza di quello stentato del Beccaria, a cui vanno però grandi meriti teorici.


Eugen Galasso

Pubblicato il: 14 giugno, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo