Archive for gennaio, 2019

I GIOVANI PRIME VITTIME DELLA PSICHIATRIA – di Piero Colacicchi – il Giorno della Memoria

Inviato a Elisabetta Armiato da Piero Colacicchi:
 


Io credo ( o, piuttosto: spero) che in un tempo futuro, ma forse non troppo lontano da oggi, verrà istituito il Giorno Mondiale della Memoria in commemorazione delle vittime della Psichiatria e, se ciò dovesse davvero accadere, la data giusta sarebbe il 23 di novembre.

Il Giorno della Memoria in commemorazione delle vittime dell’Olocausto è stata indetta in ricordo del 27 gennaio 1945 quando le truppe russe entrarono ad Auschwitz e il mondo fu messo di fronte alle conseguenze del pensiero razzista. Il 23 novembre del 1971 avvenne la prima delle ‘Calate’, cioè la prima delle cinque visite popolari spontanee di controllo all’Ospedale Psichiatrico Statale San Lazzaro di Reggio Emilia. La visita era nata in seguito al lavoro svolto dal Dott. Giorgio Antonucci durante l’anno precedente nella provincia di Reggio per tenere in libertà coloro che erano in pericolo di ricovero obbligato in quell’ospedale. Parteciparono una sessantina di persone venute dai paesi della montagna reggiana ed alcune, io compreso, chiamate da Antonucci da altre città. Questa fu, per quanto ne so, la prima volta nella storia che un gruppo numeroso di cittadini sia entrato insieme, improvvisamente e senza preavviso, in un’istituzione chiusa come un ospedale psichiatrico con la dichiarata intenzione di vedere quello che veramente succedeva. Tutti i giornali locali ed alcuni tra quelli nazionali ne discussero per mesi. Ne parlarono anche all’estero. Ed è appunto perciò che il 23 novembre sarebbe la data giusta per ricordare gli orrori di cui è responsabile la psichiatria: la svalutazione totale e definitiva del pensiero di migliaia di persone e la lenta e metodica distruzione dei corpi.
Un resoconto di quella visita lo feci già anni fa nel capitolo che Antonucci mi chiese di scrivere per il suo libro “Critica al Giudizio Psichiatrico” edito da Sensibile alle Foglie nel 1993 (1), ma voglio qui riprendere la parte che descrive il momento in cui entrammo nel reparto ‘De Sanctis’, cioè nel reparto in cui erano rinchiusi le persone più giovani, tra cui anche bambini.
Eravamo passati da vari reparti per adulti, alcuni dei quali erano lì da venti, trenta e più anni, trovandoci di fronte a scene terribili come stanze con donne mezze nude legate ai letti e perfino alle inferriate delle finestre e uomini, coperti dei loro escrementi, messi in tutta fretta sotto violenti spruzzi d’acqua appena si era sparsa la voce che noi giravamo l’ospedale, ed avevamo i nervi a fior di pelle, ma non immagginavamo di poterci trovare di fronte a scene ancora più sconvolgenti.

Nel capitolo “Le calate di Reggio Emilia” del libro scrivevo:
Alla fine della mattinata ci dirigemmo verso l’edificio più lontano ed isolato, il reparto De Sanctis, dove vivevano rinchiusi i bambini.
Prima di entrare dovemmo sostenere un’animata discussione con le infermiere ed entrammo solo quando si furono assicurate che avevamo il consenso del direttore < consenso alla visita dell’Ospedale che era stato concesso di malavoglia, dopo molti tentativi di mandarci via con le buone, e soltanto perchè richiesto in modo sempre più pressante da gente determinata e convinta che il diniego nascondesse cose che nessuno doveva vedere >. Ancora un grande stanzone con panche lungo le pareti vuote, ma questa volte vedemmo ragazzi e bambini, alcuni dell’età di cinque o sei anni, di cui alcuni legati che piangevano e chiedevano di essere liberati. Ordinammo alle infermiere di scioglierli, ma loro si rifiutarono. Rimanemmo lì un pò di tempo e cercammo di parlare con i bambini, ma fu difficile, specialmente per l’atteggiamento chiuso e minaccioso delle infermiere che si intromettevano protestando ogni volta che si provava ad avvicinarsi.
Dopo un pò, mentre giravo per un corridoio, sentii qualcuno piangere disperatamente, ma non vidi nessuno. Mi sembrò che i lamenti provenissero da dietro una piccola porta metallica.

Pubblicato il 17 gennaio, 2019
Categoria: Notizie, Video

GIORGIO ANTONUCCI: El prejuicio Psiquiátrico – Plural 21, Barcellona, Spagna



Viernes, 25 de enero, a las 19:30 horas, en la sede de Plural-21.


a cargo de:


Antonio Tagliati


https://plural-21.org/post/viernes-25-de-enero-2019-dvd-forum-giorgio-antonucci-el-prejuicio-psiquiatrico



Giorgio Antonucci (Lucca, 1933–Florencia, 2017), estudió medicina en las universidades de Florencia y Siena. Tras licenciarse, trabajó como internista en Florencia. En 1968, en Cividale del Friuli, participó en el primer departamento hospitalario pensado como un pabellón abierto como alternativa al manicomio. Desde 1970 hasta 1972 dirigió el centro de salud mental de Castelnuovo ne’ Monti (Reggio Emilia), movilizando a la población contra el manicomio. Desde 1973 hasta 1996 se dedicó al desmantelamiento de pabellones de los manicomios Osservanza y Luigi Lolli en Imola. A partir de 1996 siguió trabajando en Florencia por la liberación de las personas de la psiquiatría.


Se pasarán algunos trozos de vídeos sobre sus intervenciones que serán traducidas por Antonio Tagliati en simultáneo a modo de comentario.


Habrá libros a la venta de El prejuicio psiquiátrico (2018) Giorgio Antonucci, de Editorial Katakrak el primero traducido al castellano por Massimo Paolini. “El prejuicio psiquiátrico es uno de los textos fundamentales de la antipsiquiatría italiana. Es, al mismo tiempo, un clásico (escrito a finales de los 70), y un libro de rabiosa actualidad. Su autor, Giorgio Antonucci, fue una de las figuras clave de ese movimiento que barrió Europa (y tuvo especial relevancia en Italia), y que tuvo como victoria agridulce el final del psiquiátrico como centro de internamiento masivo. Un éxito a medias, ya que la crítica a la psiquiatría iba mucho más allá; cargaba también contra otras formas de control y dominio de las personas consideradas «locas» como son los electroshocks, los comas inducidos y buena parte de la medicalización. En realidad, apuntaba a la psiquiatría misma, considerada por Antonucci una auténtica pseudociencia, atravesada de cabo a rabo por sesgos y prejuicios y sin capacidad de validar o refutar ninguno de sus diagnósticos.” Texto de editorial Katakrak.


Entrevista a GIORGIO ANTONUCCI, médico publicada en Diagonal el 21 de julio de 2015:


“Se acaba en el manicomio o en una clínica psiquiátrica
por decisión de alguien con más poder”
“La medicina es autoritaria
Siempre lo he afirmado. Recuerdo que Edelweiss Cotti a veces me decía: “No sólo los manicomios, sino también los hospitales tendrían que ser abolidos”. Porque en los hospitales hay una estructura jerárquica con la diferencia que, de allí, uno por lo menos sale. Aunque sufra humillaciones, puede ser que termine bien. En cambio, la psiquiatría es como un pulpo: cuando a uno le cogen ya no se sale, o raramente, o con dificultad.”


Enlace a la entrevista:

https://www.diagonalperiodico.net/saberes/27266-antonucci-la-locura-no-tiene-ningun-significado-filsofico.html



Foto


https://www.facebook.com/semiascoltiemicredi.docufilm/videos/216780049153803/?t=8


Disponible en nuestro local el libro: El prejuicio psiquiátrico de Giorgio Antonucci

Para saber más el documental-película sobre Giorgio Antonucci de Alberto Cavallini: Se mi ascolti e mi credi(2017) http://www.raistoria.rai.it/articoli/se-mi-ascolti-mi-credi/38025/default.aspx

Pubblicato il 17 gennaio, 2019
Categoria: Eventi

“La psichiatria è da interdire?” : magazine Rebelle(s), Francia – intervista di Daniele Ruta a Giorgio Antonucci


Rebelle(s), numero 17 del direttore Jean Luc Maxence, presidente d’onore dell’Associazione Psicoanalitica Europea, sul tema “La psichiatria è da interdire?”.




Perché essere ribelli vuole anche dire osare porre le vere domande! Con, tra l’altro, un articolo di Thomas Szasz e una intervista a Giorgio Antonucci, protagonista con Basaglia della chiusura dei manicomi in Italia.
http://rebelles-lemag.com/2019/01/14/rebelles-mag-n17-la-psychiatrie-il-faut-linterdire/?fbclid=IwAR3vItRmDth2_9n5A3g0m87iA5gjX08htlwwFFiFsWHSPH2z7LDOcLYe_m8



JE SUIS UN CAS PSYCHIATRIQUE

Parce que le psychiatre est souvent plus dangereux que le patient qu’il est censé soigner (ô nosologie quand tu nous tiens !), R.B.L ose demander en ce début 2019 l’interdiction de?la psychiatrie en général et des psychiatres par conséquent !

Les poètes – et pas seulement Antonin Artaud – comme les héros de la mythologie universelle et certains de nos jeunes présidents de la République (Jupiter souffre d’hypertrophie du moi me souffle mon collègue de palier, un généraliste plein d’humour) seraient sans doute mieux internés à l’H-P de Saint Anne qu’en pleine liberté dans les rues de nos villes, entourés de « gilets jaunes » pacifiques et fauchés !

Pour clarifier mon propos, je rappelle que l’hypertrophie du moi désigne, en psychiatrie, « un trouble majeur du trouble de la personnalité paranoïaque et de la paranoïa. Il se caractérise chez le sujet par une surestimation de ses propres capacités, un autoritarisme marqué, de la psychorigidité, de l’autophilie et une faible affectivité. Les personnes atteintes tendent à imaginer qu’elles sont capables de réaliser des prouesses et qu’elles possèdent des aptitudes rares. En cas d’inadéquation entre la grandeur de leurs aspirations et la modestie de leurs accomplissements, ces individus s’obstinent dans leur croyance en pensant être bridés par autrui » (in Wikipédia).

Les articles que propose ce dix-septième R.B.L opiniâtre le démontrent : nous sommes chacun et chacune le fou de l’autre, de toute façon. Et la psychiatrie pratiquée aujourd’hui en France appartient plus à l’art de la Sécurité policière plutôt qu’à l’art du soin véritable (cf. l’œuvre de Thomas Szasz).

Je frôle le borderline moi aussi et je l’avoue sans hésiter. J’attends en effet avec confiance et naïveté (quelle perte de contact avec la réalité !) une subvention des services concernés en faveur de R.B.L, au nom de la Liberté de la Presse.

Et je rêve de vendre en kiosque des milliers d’exemplaires de R.B.L ! Au fond, je suis un « doux rêveur » chronique, un poète. J’estime, comme beaucoup d’autres, que la maladie mentale est un mythe. Comme Szasz, auprès duquel j’ai eu l’honneur de donner quelques conférences en Italie, au nom du mythique Centre Didro, je ne suis pas loin de penser que « c’est avec les pierres de la Religion et les briques de la Morale que se bâtissent les hôpitaux psychiatriques » !

J’ai passé plus de vingt ans de mon existence à démontrer in praxis que l’assuétude toxicomaniaque n’était pas du ressort de la psychiatrie et encore moins des psychiatres. À mes yeux, on porte toujours le masque du fou livré à la vindicte des autres. J’ai commis d’ailleurs des milliers de pages sur ce sujet précis et je n’en regrette pas une seule, quant au fond de ce qu’elles voulaient défendre.

Aujourd’hui, avec Rebelle(s), j’ai passé l’âge des illusions à me faire et des « bons » sentiments. Vouloir interdire la psychiatrie qui devrait s’appeler coercition sociale (et politique plus que jamais), est aussi utopique que de demander la fermeture des prisons, par exemple (R.B.L n° 14). Mais je sais aussi que, sans utopie (relisez Thomas More !) la véritable fraternité universelle ne saurait se renforcer et se répandre. Qui fait taire l’idéal des poètes, nous prépare ces apocalypses plurielles de civilisation dont nous parle si bien notre collègue Alexandre Adler dans son dernier essai.

Quand un même élan populaire voit naître et descendre vers Paris spontanément des milliers de « gilets jaunes », pour la plupart pacifiques, réclamant de quoi finir dans la dignité leurs fins de mois de surtaxés, tout est possible dans le futur immédiat, même une révolution utile et inspirée par des rebelles audacieux de l’âme, même l’avènement de toute insurrection d’inspiration rimbaldienne.

Au bout de mon long chemin d’individuation, alors que l’heure est venue d’écrire « Déjà le soir » , je sais pertinemment que le stoïcien Épictète, cité par Michel Barat dans son dernier ouvrage, avait bien raison d’affirmer dans ses Pensées : « La durée de la vie humaine ?

Pour résumer, au total, les choses du corps s’écoulent comme un fleuve, les choses de l’âme ne sont que songe et fumée, la vie n’est qu’une guerre et un séjour étranger, la renommée qu’on laisse, un oubli. Qu’est-ce qui peut la faire supporter ? Une seule chose : la philosophie ».

C’est vrai : certains d’entre nous avions voté, lors des dernières élections présidentielles, pour Emmanuel Macron, sur sa jeune et belle gueule et sur son exceptionnel jeune âge pour la fonction.

Nous le regrettons aujourd’hui, en toutes lettres. Mais un autre aurait-il vraiment mieux fait ?

Au-delà de l’Assemblée Nationale de l’impuissance à haut salaire, demeurons tous, chacun et chacune, des philosophes. Dès lors, nous ne serons jamais plus des optimistes naïfs, et nous pourrons espérer, derrière celui que nous appelions « le fou d’Elsa », avoir été parfois utile.

Jean-Luc Maxence
Éditorial de Rebelles le Mag n°17 de janvier-février 2019

Pubblicato il 14 gennaio, 2019
Categoria: Libri, Presentazione

Mara Ceschini, Laura Mileto, Alberto Cavallini – Premiati 2018 “Premio Giorgio Antonucci”









Mara Ceschini:”Arrivare nel reparto Autogestito non è mai stato facile; perchè bisognava entrare, varcare quella soglia, è sempre qualcosa di allarmante, ci porta a stare allerta, anche quando entriamo come visitatori…” Intervento completo nel Video
https://www.youtube.com/watch?v=d9iwPUim4eQ&feature=share


Testimonianza della prof Stefania Guerra Lisi: “La dolcezza che viene sottolineata di Giorgio Antonucci aveva a che fare con un dialogo che abbiamo avuto sul campo, rispetto all’arte di vivere che ritorna nelle stereotipie e nelle situazioni di grande sofferenza…” Intervento completo nel Video

https://www.youtube.com/watch?v=32vVae37W0k&feature=share


Pubblicato il 14 gennaio, 2019
Categoria: Eventi, Testimonianze

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo