Cinema non specchio della realtà – Eugen Galasso

Credo che,  tra i luoghi comuni più diffusi, resista quello del “cinema come specchio della realtà”. Ora, anche ammesso che qualcosa di simile alla realtà (regolare, uniforme, magari ancora definibile in spazio e tempo, quasi Einstein non avesse mai individuato lo spazio-tempo) esista, sicuramente non è il cinema a rispecchiarlo, se non in minima parte. Ma, essendoci migliaia di volumi sul tema, non era questo che volevo dire, meglio non era questo il “tema” di cui volevo trattare. Delimitando il campo, se il cinema può darci qualche riflesso di problematiche politiche, sociali, psicologiche, estetiche e altro (religiose, a tratti etc.), sicuramente nel campo dei rapporti psichici non “coglie nulla”.

Farò due esempi, diversissimi, uno al limite minimo (film da quattro soldi) e uno apicalmente “elevato”. Il primo è “La casa degli omicidi”, 2006, USA, regia di Robert Malefant, telefilm per la precisione (trasmesso in RAI alla Vigilia di Ferragosto 2010). Film banale come tanti, è un thriller dozzinale in cui si capisce al massimo a 5 minuti dall’inizio chi sia l’assassino, uno “psicopatico” (anche seguendo le tassonomie ufficiali della psichiatria, sarebbe “uno psicotico”, se mai-ma qui può essere che agisca l’incapacità del doppiaggio). Ma attenzione: statisticamente, sono i “normali” (beninteso secondo le classificiazioni accettate-fatte accettare) a uccidere di più e con maggiore freddezza, secondo piani determinati. Quindi nulla di che: film come questo, come qualche spettacolo teatrale da poco, qualche romanzo che si fatica a chiamare tale, falsano una realtà sociale in cui molti/e, per sfuggire al carcere si fanno passare per “pazzi”, “allucinati”, “psicotici” etc.  Atroce inganno, far credere alla “plebe” (chi crede a queste dabbenaggini è comunque plebe per davvero) che ci sia una “linea indefinita” di “pazzia”, per spiegare vendette, omicidi, rappresaglie di massa etc.  Per chi è politicamente sensibile come per chi agisce in ambito antipsichiatrico, ciò dovrebbe costituire un fronte di lotta aperto, per demolire questi prodotti, smontarli dall’interno. Ciò vale per il mediocre prodotto cine-TV citato, ma anche per il romanzo accreditato, ove avalli queste “rappresentazioni”. C’è invece, poi, il pendant “alto”, quello di “Psycho” di Alfred Hitchock (USA, 1960, ma Hitchock era inglese, da un romanzo, che il regista definisce “romanzaccio” di Robert Bloch). Ora, se nel romanzo qualche dubbio permane, sulla figura dello “schizofrenico” assassino, nel film di Hitchcock, con la geniale colonna sonora di Bernard Herrmann, con l’interpretazione “divagante” di Anthony Perkins, con il bianco e nero algido e torrido, “si sfora” rispetto al quadretto “ben composto” della schizofrenia che si trova in manuali psichiatrici standard (l’Arieti, d’accordo, ma non solo). Tutto diverso rispetto al quadretto, appunto, con un finale, quello sì, terribile e “allucinante”, non da “personalità multipla” e “doppia”; ma da opera d’arte “aperta” (Eco dovrebbe goderne), da teatro off-off-off (moltiplico non a caso l’aggregazione-ripetizioni di elementi). Ancora una volta, in “Psycho” di “Hitch”, nessuna volontà di rappresentare il reale, ma di metterlo in scacco, di andare oltre lo stesso o, se volete, le sfocate immagini che ne abbiamo (sempre ammettendo che esista, appunto, qualcosa che definiamo “realtà”), per sfociare in un”oltre “terribile quanto affascinante…” Psichiatria? No, nulla a che vedere con essa.

Eugen Galasso

Pubblicato il: 2 settembre, 2010
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo