“Il caso Cossiga” – Eugen Galasso


Francesco Cossiga: non voglio qui discuterne in termini politici, che in questa sede non ci “tangono” per nulla. Ciò che, invece, appare “interessante” è la psichiatrizzazione del personaggio, per cui il “simpatico” (beh non so, fate voi, ad libitum vestrum, a piacere vostro, ci sarebbero alcune cosa da dire, ma…forse non vale la pena… oppure sì, insomma…) diventa specchio di una situazione. Fatto sta che, da quando il Gatto Sardo (come era stato chiamato e amava riconoscersi nel personaggio, lui che era un burlone nato) diviene “hablante”, cioè inizia a parlare (o straparlare, in qualche caso? No, lasciamo perdere) lo si prende per matto e anzi, per sua esplicita ammissione, fa il matto. Ecco allora che, per sfiduciarlo e buttarlo da Palazzo, l’allora (1991, quando “Mani Pullite” c’era ma non era ancora esplosa come tale) “gioiosa macchina da guerra” del PCI di Achille Ochetto da poco trasformato in PDS (Partito Democratico della Sinistra, poi sarà DS, Democratici di Sinistra, poi PD, Partito Democratico), lo dipinge come “pazzo” e lui, pur infuriandosi o fingendo d’infuriarsi, sta al gioco, abbozza. Esempio del paradigma “pazzia”: ma che cosa volete che sia dare a qualcuno del criminale, dell’assassino, del ladro, del manigoldo, del traditore, dello spergiuro, del maneggione? Nulla. Per rovinarlo bisogna scovarlo come pazzo, per poi “sputtanarlo”, espressione ormai sdognatissima anche a livello ufficiale,  forse non nelle sale vaticane…

Se Eugenio Scalfari (non sapevo fosse ancora vivo, no, anzi, dubitavo del fatto comunque che scrivesse ancora) nel suo feroce editoriale su “Repubblica” del 18/08/2010 parla di “un ciclotimico, un depresso per tutta la vita”, dove il primo lemma usato conferma l’affezione dell’immarcescibile Eugenio per le denominazioni psichiatriche d’Antan, dato che Scalfari, con quella barba risorgimentale, è un personaggio del pieno Ottocento, mentre un altro pezzo da museo quale Miriam Mafai spara a zero, ma un po’meno, comunque sempre sullo stesso tono, “L’Unità” (sempre della stessa data) che, forse un po’meno de “Il Manifesto” ci dà che ci dà che ci dà”, con l’editoriale di Enrico Deaglio “La Lepre marzolina”, gioca  sempre sulla presunta (e attribuita, per molto tempo, tanto che anni fa a Cossiga in TV avevano chiesto: “Vero che Lei in Romania si sottopone a terapia a base di elettroshock?”, sentendosi, ovviamente,  negare la cosa) “pazzia” , dopo aver parlato, con trionfale sicumera,  di una diagnosi di disturbo bipolare (igitur: Deaglio è più giovane e moderno di Scalfari, più aggiornato diagnosticamente, non sapevamo fosse anche psichiata e psicologo…), che “oggi, in epoca postbasagliana si cura con forti dosi di litio” (citazione).  No, “dear” Deaglio: si cura con forti dosi di litio perché la testa, la mentalità degli psichiatri è ancora pienamente pre-basagliana, pre-tutto, in realtà… Sui danni del litio sono stati pubblicati volumi ma no, il Deaglio sa tutto. Poi, però, l’abile confezionatore di articoli si smentisce, anzi no, rovescia la frittata… dicendo che “simulava la pazzia”,  appunto come la “lepre marzolina” di “Alice in Wonderland” (“Alice nel paese delle Meraviglie”) di quel geniale scrittore, logico, matematico e altro (nonché amante di praticamente bambine, oggi sarebbe un “pedofilo” )inglese di nome Lewis Carroll.  Un bel guaio, se poi Deaglio passa a denuciarne l’attività di “ricattatore” (non sono del tutto convinto, ma qui, a livello di ragionamento storico-politico, forse s’inizierebbe a ragionare, non ad accampare scenari di pazzia, per poi smontarli, scioglierli come neve al sole): il “salto logico” c’è, non è chiaro perché il “finto matto” debba poi diventare ricattatore, se non uscendo allo scoperto… Quale, il fine del mio ragionamento, ove non sia chiaro? Che la sinistra (attenzione: non la destra  o il centro clericale, quelli figuriamoci come possano essere…) ha interiorizzato lo schema della pazzia e lo gioca, lo “spende” e ri-spende, che, come spesso sembra pre-copernicana e pre-galileiana, è pure pesantemente pre-basagliana, para-inquisitoriale, da “Malleus Maleficarum”, per l’appunto.  La strega si brucia, Cossiga invece lo si incensa o lo si denigra (o entrambe le cose: esempio di perfetto cerchiobottismo democristiano e italiano) senza pietà non per lui, ma per i lettori (in TV, invece, quasi solo nenie apologetiche, anche se chi scrive ha seguito poco, avendo altro da fare-lo spettatore va addormentato facendogli rimpiangere di non essere al “Gemelli” a seguire il feretro del Grande Sassarese). Cossiga invece, comunque lo si voglia vedere, se ha percezione di qualcosa, si farà matte risate dei Deaglio, degli Scalfari, delle Miriammafai, di tanti direttori “ir-responsabili”, rimpiangendo di non averla mai fatta  grossa come avrebbe voluto e potuto…e di noi, certo anche, che, per decostruire il “teorema della follia”, ci arrampichiamo sugli specchi, compulsando testo che forse non meriterebbero alcuna menzione…

Eugen Galasso

Pubblicato il: 4 settembre, 2010
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo