LA CONTA – RADIO ONDAROSSA – O.P.G. – 20 aprile 2011 sull’intervista alla dott.ssa Maria D’Oronzo
In carcere non si muore solo di suicidio, ma anche per disservizi medici, soccorsi giunti troppo tardi, stati organici mal curati.
Questa puntata è dedicata agli OPG, i Manicomi criminali, dove vengono rinchiuse persone diagnosticate dalla pseudo scienza psichiatrica. Ad oggi gli internati nei 6 OPG italiani sono oltre 1500, in notevole aumento rispetto agli anni scorsi.
In alcuni grandi carceri inoltre sono state attrezzate delle infermerie psichiatriche, perché il controllo psichiatrico della gente in generale sta diventando sempre più pervasivo e sempre più persone vengono dichiarate inferme di mente.
Gli Opg sono luoghi di sofferenza atroce, dovevano essere aboliti già ai tempi della 180, ma per via dell’aspetto giudiziario, vennero mantenuti.
Anche Ignazio Marino ha fatto sentire la sua denuncia anche nel programma televisivo di Iacona su Rai3 e ciò ha prodotto una campagna nazionale sull’abolizione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) organizzata da diverse associazioni, composte anche da psichiatri e operatori della Salute Mentale.
Il comitato promotore si chiama STOP OPG.
Un fatto originale, come da Comunicato Stampa del Comitato Promotore, si evince nel grande divario tra Regioni, in pratica in una media nazionale per 100.000 abitanti pari al 2/3%, si va dallo 0,7% del Friuli Venezia Giulia, al 4% per la Liguria, l’Abruzzo e la Puglia.
Evidentemente i parametri che usa la psichiatria italiana è differente da regione a regione!
Inoltre, in fatto di reinserimento sociale degli internati, vi è un aspetto che si trova ai limiti della legge: la carenza di un riferimento familiare ostacola la liberazione delle persone, come se ciò potesse incidere sulla legalità individuale, ed è per questo che spesso, alcune persone che devono scontare una pena di pochi mesi si ritrovano a sopravvivere in OPG anche per anni.
Il 1 aprile del 2008 c’è stato un Decreto del Presidente del Consiglio che già ne disponeva la chiusura, mentre il 15 aprile di quest’anno è accaduto l’ultimo suicidio nell’OPG di Aversa, in cui vige ancora una normativa del 1930, il Codice Rocco, così come negli altri OPG Italiani.
Così mi girarono e mi legarono come non avevano mai fatto prima, l’uomo di fiducia del Direttore mostrò certamente la sua abilità. Avevo cercato di guadagnare quel poco spazio che potevo. Era proprio poco, visto che già da tempo avevo perso la mia carne e i muscoli erano ridotti a corde.
Jack London – Il vagabondo delle Stelle
Con queste parole si apre il sito della dott.ssa Maria Rosaria D’Oronzo, fondatrice e coordinatrice del Centro Di Relazioni Umane a Bologna insieme al Dott. Giorgio Antonucci.
Maria Rosaria D’Oronzo illustrerà l’argomento in questione approfondendo il concetto della psichiatria e la relazione della psichiatria con gli OPG.
Maria Rosaria D’Oronzo ha lavorato presso l’Ospedale Psichiatrico Lolli di Imola dal 92 al 96, col dott. Giorgio Antonucci, allora primario, medico che non ha mai praticato un Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO).
La stessa dott.ssa D’Oronzo ha per questo subìto varie denunce perché ha sempre impedito l’applicazione e il ricorrere a TSO.
Fino al 2008 è stata presidente del Telefono Viola di Bologna, oggi collabora con persone e Associazioni che si occupano della promozione della libertà per le persone psichiatrizzate.
AL TELEFONO MARIA ROSARIA D’ORONZO
RADIO ONDAROSSA
Si era già parlato degli OPG, oltre e precedentemente la trasmissione mandata in onda in televisione (Presadiretta di Rai3) e, a nostro avviso, crediamo si tratti di una trasmissione che contiene qualcosa di ipocrita.
Abbiamo illustrato la campagna STOP OPG che vede anche Psichiatria Democratica promotrice e vorremmo sapere da Maria Rosaria il suo punto di vista in tal senso, cioè quanto la psichiatria possa essere o meno democratica.
MARIA ROSARIA D”ORONZO
Per quanto riguarda la trasmissione voglio dire innanzitutto che quando qualcuno riesce ad entrare in queste strutture totali e totalizzanti è sempre comunque un auspicio.
Il giornalista ha anche detto che l’operatore cinematografico è stato molto coraggioso, e questo lo riconosco anch’io.
Così abbiamo potuto vedere tutti, cosa sono questi lager, come giustamente sono stati definiti durante la trasmissione, ed è senz’altro positivo.
Per quanto riguarda invece la posizione della Commissione della Sanità del Parlamento, di fronte a questo ho solo delle critiche da fare.
Ignazio Marino e gli altri sono dei medici che conoscono bene l’Accademia, la cultura, la preparazione che viene data nell’Università, quindi essere scandalizzati e definire questi luoghi – luoghi di torture – come dice lo stesso Marino, mi sembra una questione di ipocrisia intellettuale.
Durante la trasmissione è stato ricordato che tutti gli Ospedali Psichiatrici, Civili e Giudiziari, dovevano essere chiusi TUTTI QUANTI nel 1978 con la Legge 180, ma ciò non ha portato nessuna presa in carico, una discussione, non ha aperto nessuna critica alla struttura culturale, teoria e prassi della psichiatria, ma ha semplicemente fatto sì che i luoghi di detenzione Psichiatrica fossero spostati dall’Ospedale Psichiatrico all’Ospedale Civile, o nelle Comunità.
Quindi un trasferimento dei luoghi, delle cose (anche le misure di contenzione) e delle persone, per cui oggi in Italia abbiamo i Manicomi più piccoli.
Ciò non ha portato sicuramente il superamento del Manicomio, come più volte denunciato da Giorgio Antonucci nei suoi libri.
Non abbiamo più le vecchie grandi strutture con 1500 – 3000 internati, abbiamo delle Case Famiglia, delle Comunità Terapeutiche, dove le logiche e le pratiche della psichiatria sono rimaste uguali.
Questo per dire innanzitutto che i Manicomi in Italia esistono!
Invece di avere delle camerate abbiamo degli appartamenti, abbiamo delle comunità più piccole.
In Italia non c’é stata nessuna critica e nessuna posizione di critica scientifica alla psichiatria, tranne il lavoro di Giorgio Antonucci, mentre anche nel resto del mondo, anche nei Paesi più a noi vicini come la Francia, la Germania, Inghilterra, ci sono dei margini più larghi di critica al metodo della psichiatria.
Ciò che si vuole fare, ciò che Ignazio Marino vuole fare, è ciò che già si è fatto con gli Ospedali Civili, cioè svuotare come un semplice trasloco questi OPG, per contenere queste persone in residenze più piccole.
Ora consideriamo che in Opg, come è stato fatto notare anche in trasmissione, ci si ritrova internati anche per cose banali, come una multa, o chiedere una dose di eroina in più, o come sputare un poliziotto, etc. E’ così che si procura l’etichetta del malato di mente e lo stigma, per cui questa persona diventa pericolosa e tutti ne hanno paura. La paura del matto.
Ricordiamo che la vera rivoluzione di Basaglia è stata quella di voler ridare dignità alle persone considerate etichettate malate di mente, dicendo che non esiste nessun presupposto scientifico ritenerle pericolose più di chiunque altro, se non per una metodologia psichiatrica che è un processo alle intenzioni.
La psichiatria, sorta alla fine del 700, è rimasta uguale, mentre tutte le altre scienze sono state rivoluzionate fin dagli inizi del 900.
Voglio ricordare un bellissimo libro ”Psichiatria e Fascismo”, che riguarda il fascismo italiano, in cui è scritto che il fascismo ha dovuto riordinare tutte le discipline in base al suo metodo di cultura fascista, ma non ha intaccato minimamente la psichiatria per il semplice fatto che gli andava bene così com’era, sin dall’inizio.
Perché in questo modo vengono negati tutti i diritti, il primo il più importante il diritto di pensare.
La psichiatria nega questo.
L’unico medico che ha ridato, riconosciuto la libertà delle persone internate in manicomio e negli O.P.G. e che si è battuto anche nelle aule dei tribunali perché venissero giudicate sui fatti, è Giorgio Antonucci.
Ricordo uno per tutti Carlo Sabattini detenuto in OPG, di cui il dottor Antonucci si è occupato come perito di difesa, come scritto nel libro “Il pregiudizio psichiatrico” del 1989 e anche nel sito Centro di Relazioni Umane.
Pubblicato il 23 April, 2011
Categoria: Testi
Calunnie a mezzo stampa – Eugen Galasso
Nel panorama limaccioso del giornalismo italiano, ampiamente inquinato dallo scandalismo, che si riverbera nella diuturna polemica politica, c’è oggi la “novità” di questo “Occulto Italia” della coppia di giornalisti dell’ “Espresso” Del Vecchio-Stregli, Milano, BUR edizioni. Con il solito meccanismo dell’ “inchiesta” giornalistica, i due cronisti vogliono far luce nel mondo delle “sette”, espressione ormai bandita dal meglio della ricerca storico-sociologica, anche di strettissima osservanza cattolica (penso da Massimo Introvigne, documentato sociologo della religione, che propone da almeno vent’anni di parlare di “nuovi movimenti religiosi”). Non mi interessa qui, in specifico, difendere “Scientology”, cui non aderisco in alcun modo, né il “CCDU” (Comitato dei Cittadni per i diritti umani), che comunque è cosa diversa dalla chiesa di Scientology, facendone parte anche persone di provenienza, formazione e convinzione molto diversa. Secondo il libro, supporters, seppure esterni, di “Scientology”, sarebbero due antipsichiatri laici, ateo il primo, agnostico il secondo, come Thomas Szasz e Giorgio Antonucci, dove notoriamente la riflessione dei due grandi delegittimatori della psichiatria come scienza si colloca in un ambito laico, scientifico, che con la religione non ha alcun rapporto. Che poi il CCDU e in qualche modo “Scientology” appoggino iniziative importanti nella direzione dell’antipsichiatria è innegabile, ma dovremmo parlare ,allora, di una convergenza indiretta, ferme restando le posizioni completamente lontane, distanti anzi, dato che non c’è e non ci sarà alcuna conversione dei due grandi alla “setta”, per dirla con chi non sa le cose ma pretende di conoscerle. C’è chi pesca nel torbido e richiamandosi a un “cattivo razionalismo assolutista”, pretende di spaventare la gente evocando lo “strano”, il “diverso”, l’ “occulto”, quasi non fosse vero che gli psichiatri (ogni diagnosi psichiatrica è diversa dalle alre, ogni presunta “terapia” si differenzia dalle altre) scientificamente inaffidabili (pretendere di assimilarla alla medicina è oltremodo opinabile, a voler essere teneri) si comportano in modo “stregonesco” quando formulano diagnosi e prescrivono “terapie”… La formulazione del libro è prudente, la documentazione relativa ai testi inesistente e/o rapsodica, per cui non conviene ricorrere a denunce (che, vista la situazione confusa della giurisprudenza italiana e a fortiori della procedura) che finirebbero, forse, nel “nulla” cartaceo, ma conviene diffidare i frequentatori del sito dal consultare un testo inutile, appesantito da ipotesi e tesi complottiste, che oggettivamente serve solo a riconfermar il potere psichiatrico.
Eugen Galasso
Pubblicato il 20 April, 2011
Categoria: Testi
A.D.H.D. : UN PROBLEMA DELLA PSICHIATRIA – Eugen Galasso
Quando, ancora all’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo, non esisteva l’ADHD (disturbo da iperattività e carenza attentiva, pur se la traduzione non può essere precisa), nel senso che non si”configurava”come disturbo conclamato, certamente bambini/e e adolescenti annoiat/ei a scuola c’erano come anche bambini/e e adolescenti con la “fregola” di muoversi anche al di fuori di luoghi e tempi canonici(altra costruzione socio-culturale). Come venivano curati/e? In genere in nessun modo, ma non succedeva nulla. O la persona evolveva nel senso di adattarsi a ogni coazione socioculturale (in genere avviene ciò) oppure diveniva un/a ribelle (casi più rari, statisticamente). Non c’era la proliferazione di farmaci nuovi e nuovissimi e quindi del ciclo economico domanda-offerta con tanti farmaci (di nuovissima generazione) venduti e altrettanti acquistati, con un jamming (compressione) chimico micidiale, dove sarà opportuno bel testo di Maria Rosaria D’Oronzo e Paola Minelli, “Sorveglaito mentale”, Torino, Nautilus, 2009. Leggi l’articolo completo »
Pubblicato il 18 April, 2011
Categoria: Testi
“Tobino – Monicelli” – Eugen Galasso
Mario Monicelli, regista iper-popolare (“La grande guerra”, “Romanzo popolare”) ma anche di qualità (qui il mio compianto prof.di storia del cinema Pio Baldelli mi tirerebbe le orecchie, ma, per comodità…non parlo di questo, cioè di cinema, in questa sede) e Mario Tobino, scrittore e psichiatra (“Per le antiche scale”, “Biondo era e bello”, inter cetera), hanno due cose in comune: Versiliesi entrambi (qui rimando a “Maledetti toscani” di Curzio Malaparte, probabilmente il “top” in materia), scomparsi da poco in tarda età, dopo una vita “piena” (forse più quella di Monicelli che quella di Tobino), “si incontrano” (non fisicamente) un lustro fa, quando Monicelli trae dal romanzo tobiniano “Il Deserto della Libia” il fim “La rosa del deserto”, a suo modo un capolavoro. Se Monicelli rimane nell’immaginario italiano per la tragica, “libera” morte, avendo appreso l’irrimediabile vulnus alla sua salute, con inopportune polemiche sulla libertà e i suoi limiti, sull’eutanasia etc. (dove sbagliavano, manco a dirlo, i cattolici, ma anche i radicali quando scambiavano il suicidio con l’eutanasia, che è altra cosa, comunque la si pensi in merito), Tobino – che anche in “Il deserto della Libia” mette in scena un comandante di truppa in crisi, per l’ “amore folle” (amour fou, in accezione surrealista) verso la giovane moglie, un tema molto ben ripreso da Monicelli nel film, con l’eccelsa interpretazione di Alessandro Haber – di cui un libro recentissimo e molto interessante, “Cinque anni con Mario Tobino” (ediz. Delle Erbe) di Antonia Guarnieri, figlia di Silvio, il critico e studioso che contribuì a “lanciare” Tobino, presentando il volume citato a Elio Vittorini, allora curatore dei “Gettoni” di “Einaudi”, racconta la relazione d’amicizia tra l’anziano psichiatra e scrittore , decisamente “depresso”, comunque malinconico e la stessa studiosa, allora giovane, una relazione che non ha nulla di “comune” nel senso di un setting analitico, ma molto dell’amicizia, della “filìa”, nel senso greco-antico e più nobile del lemma.
Pubblicato il 7 April, 2011
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Lingua “rovinata” dalla psichiatria – Eugen Galasso
Certo, sarebbe difficile, oggi come oggi, recedere totalmente dal linguaggio della psichiatria in letteratura, in poesie, per esempio: come definire altrimenti l’ “amour fou” (amore folle) surrealista, ma retroattivamente anche romantico? Ma, attenzione, è “folle”, non pazzo, ha già in sé qualche patente di “nobiltà”, diremmo. Poi , per es., c’è Robert Bloch, con “Psycho”, romanzo “hard” anni Cinquanta del secolo scorso, nell’accezione thriller (ma “romanzaccio”, dice Alfred Hitchock, che ne trasse, nel 1960, un film geniale), dove il protagonista, dopo aver ucciso sua madre, perché “indegna”, “prostituta”, no…non racconto il seguito a chi non abbia letto il libro o visto il film. Si dirà: ma là il protagonista è “schizofrenico”, soffre di “dissociazione della personalità”; certo, il “gringo” Bloch e l’ inglese mai diventato americano pur se lavorava negli States Alfred Hitchock (sir, per meglio dire e aggiungere) erano imbevuti di corrente cultura psichiatrica, quella che aveva portato alle “magnifiche sorti e progressive” (sic!Il lettore capisce l’antifrasi dell’espressione) di elettroshock e lobo (prima anche leuco) tomia… Sì, ma poi, soprattutto il geniale Hitch poi se ne stra…fotte, con un finale da teatro di ricerca (che nel 1960 non mi consta esistesse, nella forma in cui lo conosciamo da 30 anni a questa parte, almeno), e allora anche i parametri medico-clinici, quelli dell’ “attenta osservazione del paziente” (in realtà fatta solo per “sorvegliare e punire”, però) vanno a farsi benedire, non hanno più nulla a che vedere con l’opera d’arte che, certo, nasce anche (non solo) dai cascami dell’ “altro”, intubato (termine metaforico, ovvio) e inquadrato, ma poi, bellamente, va da altre parti, in direzione diversa… Il famoso “scarto”, insomma… Chi invece, registra di più, era Ken Kesey, autore vicino alla “beat generation” che scrisse “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (romanzo, ma anche versione teatrale, in seguito, mentre il film, successivo di circa un decennio, è di Milos Forman), dove la lotta contro il manicomio, esemplificata da un “sabotatore”, avviene all’insegna della trasgressione, ma seguendo e poi capovolgendo la logica del “sorveglia e punisci”.
Eugen Galasso
Pubblicato il 5 April, 2011
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I poeti maledetti – Maudits – Eugen Galasso
Avevamo accennato, parecchio tempo fa, ai “maudits”, ai poeti “maledetti” (da chi, però? Dal buon borghese pio e obbediente a tutto, quando gli si dice di fare la guerra, di pagar tasse per spese militari, di protestare contro gli extra-comunitari sempre e comunque, quando… la serie diviene lunga). Certo, Cecco Angiolieri (citato da Dante) François Villon (del tardo Rinascimento), Charles Baudelaire, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé (tutti dell’Ottocento), Oskar Panizza, William Burroughs, Allen Ginsberg (novecenteschi) sono personaggi diversi tra loro, di epoca e cultura diversa. Accennando solo ad alcuni, che cosa ne fa dei “maledetti”? Che amassero le donne o gli uomini (omosessuali erano senz’altro Verlaine, in qualche modo, ma più che altro bisessuale Rimbaud, Ginsberg e Burroughs), che sperimentassero con le droghe, che rifiutassero le morali e le mode correnti, le tradizioni religiose? Certamente questi sono alcuni dei motivi, per i quali questi autori erano (sono)dannati, le “buone e pie” (sic!) persone se ne tengono alla larga, magari li mandano in manicomio e li uccidono a furia di elettroshock, come successe con Antonin Artaud… Sarebbe qui interessante, corrispondendo a quanto detto sopra, entrare in merito, in dettaglio di ogni singola figura esaminata: certo che Angiolieri non è Villon, Baudelaire non è Léo Ferré, non fosse per questioni di epoche storiche diverse, di condizionamenti culturali differenti, di ambienti, esperienze di vita, concezioni del mondo ancora una volta diverse… Accennerò solo al fatto che Baudelaire chiedeva a Dio di dargli “la forza e il coraggio di guardare il mio corpo e il mio cuore senza disgusto”, che nel contempo amava fare il “satanista”. Del resto, molto onestamente il grande genio poetico (e non solo), che amava scandalizzare (épater les bourgeois), come quando a un borghese che gli vantava le virtù delle sue figlie replicò, peraltro gentilmente: “Quale delle due avvierete alla prostituzione?”, riconosceva che “diritto dell’ intellettuale è quello di contraddirsi e andarsene”. Come se gli altri non si contraddicessero; il fatto è che chi è organico ai carrozzoni “santi” di stati e chiese “va bene”, chi non lo è, è “dannato” e “maledetto”. Se poi a farlo (ad avere un comportamento “altro”) è una donna, viene ancora più penalizzata ed esclusa -“punita”-“suicidata dalla società”, come diceva lo stesso Artaud di Van Gogh come emblema ma anche come persone…
Eugen Galasso
Pubblicato il 31 March, 2011
Categoria: Testi
ADHD – Eugen Galasso
Suggestioni notevoli, sul tema ADHD, in una rivista di Sydney (Australia, come noto) a proposito dell’ADHD. In realtà questa “sindrome”, inventata come tale negli anni Novanta del 1900 e all’inizio degli anni 2000, facendo confluire quella che si chiama (si denomina, per meglio dire) come ipermotricità e lì (ovviamente sempre presunta) sindrome attentiva. Ma l’ “ipermotricità” (ossia l’incapacità di star fermi/e) è qualcosa di indotto, nelle scuole-istituzioni totali dove bisogna star fermi/e, mentre la sindrome attentiva è motivata dal fatto, a sua volta, che molte volte a scuola si presuppone una disciplina di stampo militare (non a caso il modello della scuola, schola-ae, fondato in epoca carolingia, viene rafforzato dai Gesuiti, nel 1600, ordine religioso-militare…!) dove la punizione fisica, teoricamente superata/soppiantata da quella attraverso il voto (non studi-ti puniamo con un voto negativo) impone di “star fermi” (e), di non “rompere” (“che fate, ragazzi…”ci diceva sempre il prof. di filosofia e storia al liceo, in toccante-vibrante-forbito livornese antico e non era uno dei peggiori, anzi…), di non “far romore”, il che avrebbe anche senso, in uno scambio reale di domande-risposte, di dialogo reale, paritetico non di un sapere non pro-posto ma im-posto, senza discussioni (senza meno, si diceva in italiano abbastanza antico), dove il presunto soggetto diagnosticato “ADHD” rientra, semmai, nella categoria degli “iper-dotati”, con la tripartizione di comodo “iper-normo-ipo-dotati”, dove naturalmente l’ideale della società del sorvegliare/punire (Foucault, ancora una vola!) esalta ovviamente il normo-dotato, che sarà poi il classico “bravo cittadino” che non rompe… (mi vien da dirlo in fiorentino, dove il complemento oggetto non contempla l’articolo determinativo, come noto), che obbedisce a tutto ciò che viene detto di fare e ama papa, stato, chiesa qualunque cosa faccia e facciano, idem con esercito, scuola tradizionale, impositiva, se possibile “gesuitica”, almeno nel modello introiettato e tramandato, dove naturalmente anche l’Accademia militare livornese (mi riferisco alla realtà italiana) può essere un simpatico modello per lorsignori/signore. Questo mentre l’ipo-dotato “frena” il “rendimento della classe” (qualcuno pensa alla reintroduzione di classi differenziali, non a caso) e l’iper-.dotato vola troppo alto, ma rischia anche di introdurre pericolose sovversioni in famiglia e a scuola… Insomma, il modello che la cultura-società, che da una parte ha morbosa curiosità per Bunga-Bunga e altro, persegue é quella dell’ “universal caserma prussiana” di cui parlava già tale Vittorio Alfieri. Da segnalare, tale problematica, perché tenendo conto dei fattori cui ho fatto riferimento si capisce perché poi in famiglia e a scuola si vuole che i ragazzi/le ragazze non “rompano”. Allora come fare? Non potendoli più battere, perché non ricorrere a massicce dosi di Ritalyn, che li addormentano, riducendoli a zombies inoffensivi?
Eugen Galasso
Pubblicato il 28 February, 2011
Categoria: Testi
Sul discorso di Muanmar Al Gheddafi – Eugen Galasso
Il discorso forse finale di Muanmar Al Gheddafi (credo si debba scrivere Qadafi ma, nonostante gli sforzi degli amici arabi, Parigi anni Ottanta, non ho appreso la lingua, quindi mi “astengo”) durava 70 minuti, abbastanza martellanti, duri, di accuse, invettive, rampogne. Gheddafi, islamico “moderato” (non fanatico, comunque, non un Ben Laden…), che oscilla tra vocazione al martirio , autooblazione, dunque sacrificio di sé, aggressione, rinnovato spirito “rivoluzionario” (mah…) quando si fa forte del non essere “un presidente, ma un leader rivoluzionario”, non è però da liquidare, come sempre ci ricorda con saggezza Giorgio Antonucci, come “pazzo”, “folle” e via discorrendo. A parte le riflessioni di psicologia sociale ispirate dalla psicoanalisi come dalla sociologia di Erich Fromm (“Escape from freedom”, “Fuga dalla libertà” ) e di Wilhelm Reich (“Psicologia di massa del fascismo”), come di Bruno Rizzi (“Il totalitarismo burocratico”,), riflessioni sparse quanto geniali di Georges Bataille etc., che accentuano come i dittatori (rossi, neri, altrimenti “colorati”)rispondano ai bisogni tragicamente profondi dei dominati, bisogni certo “falsi”, ma indotti ad arte, o meglio reali ma falsati (bisogno di libertà, di natura, di giustizia), sappiamo che la paura fa parte di quelle emozioni fondamentali che, insieme a gioia e tristezza, caratterizzano le spinte fondamentali dell’agire umano). Ecco: la paura, quella che fa da pendant in Gheddafi, al suo agire apparentemente aggressivo (aggressività = forma di autodifesa e autoprotezione, come “scudo”, comunque), come emozione forte, ineliminabile, in “el raìs” libico come in chiunque, solo che in Gheddafi la cosa diviene più teatrale (accentuo, per correttezza, che ho visto solo 10 minuti del discorso, a tratti francamente noioso da seguire, proprio per la sua ripetitività estrema) e più pericolosa (finché sarà al comando o comunque in vita sarà “pericoloso”, pur se, appunto, molto meno di un Al Queidista!). Dove e come individuare la paura in Qadafi e nel suo discorso? Nella fissità della mimica facciale, nella gestualità contratta, nel tono della voce, che s’impenna, spesso “inutilmente”, se ci fermiamo ad un’analisi superficiale, se non consideriamo la necessaria enfasi con cui un oratore deve convincere il suo popolo e…forse anche altri ascoltatori… Da considerare con attenzione, questi tratti, perché, lungi dal farci capire tutto del presidente-dittatore “made in Lybia”, lungi anche dal considerarlo “pazzo” (è irritante, senz’altro, è un pedante, forse, non è “tremendo”, il discorso , come invece afferma il cancelliere Merkel, dove ogni buon comico made in Germany gioca sul genere, ma non vorrei esser preso per “discriminatore” anch’io…Forse sarebbe meglio che la signora guardasse maggiormente alla macelleria sociale prodotta dai suoi governi iper-liberisti), ci danno uno spaccato dell’oggi, non solo arabo, magrebino, nordafricano…
Eugen Galasso
Pubblicato il 24 February, 2011
Categoria: Testi
Rosy Bindi candidata PD – Eugen Galasso
Qui non vorrei parlare di Rosy Bindi persona politica, limitandomi, semmai, a ricordare che la candidatura della “vergine di ferro” residente in Veneto ma di origini saldamente toscane, già Ministro della Sanità, ora presidente del PD, probabilmente è stata sfiduciata con il pretesto di candidarla a leader della Sinistra alle prossime elezioni, dal governatore pugliese e leader di “SEL” (Sinistra Ecologia Libertà) Nicky Vendola. Del resto in politica vale il “Promoveatur ut amoveatur”…. Vorrei invece ricordare che la combattiva politica di provenienza DS (sinistra DC) è molto combattiva, al limite della “personalità autoritaria” (definizione di comodo, volendo, ma non del tutto peregrina, della psicologia sociale dei francofortesi Adorno e Horkheimer): ha reagito agli attacchi di Berlusconi (“Lei è più bella che intelligente”), profilandosi come nuova Jeanne d’Arc (Giovanna d’arco): “NON SONO A SUA DISPOSIZIONE”. In un dibattito TV di un lustro fa, quando Rocco Buttiglione era nell’UDC ma alleato di Berlusconi, si è scagliata contro il filosofo di CL (Comunione e Liberazione) ribadendo che la propria provenienza dall’Azione cattolica marcava un distinguo nettissimo da Buttiglione (CL, appunto) sul piano politico ma anche ecclesiale. In soldoni: noi (Bindi, AC) siamo impegnati nel sociale, lui e loro (Buttiglione e CL) sono dei baciapile. Dimenticava, la Bindi, la canzone liberatoria di fine anni Ottanta: “Solo una sana e consapevole libidine/salva il giovane/dallo stress e dall’Azione cattolica” (Zucchero Fornaciari). Ma, bando agli scherzi: da Ministro della Sanità dal 1996 al 2000, la Bindi ha difeso pubblicamente, in un dibattito TV, l’elettroshock, quando Giorgio Antonucci, vero corifeo dell’antipsichiatria, invece avrebbe potuto spiegarle l’assurdità di tale posizione. Un esempio di come i politici, molto spesso, facciano valere il proprio potere contro la competenza e l’esperienza, difendendo l’indifendibile. In quel momento, poi, la Bindi, finiva per avallare il revival dell’elettroshock che Giobatta (siamo pur sempre a Carnevale, ne contraggo il nome alla lombarda) Cassano, il prof. della struttura pubblica di Pisa, il “mago” della terapia della “depressione”, senza essersi particolarmente documentata sulla questione. Dico la verità: non m’importa molto di questioni politiche, che ritengo quasi sempre lontane dalle questioni sociali, concrete. Certo che, se poi la politica, fatta da incompetenti in senso specifico, morde negativamente su questioni concrete, allora nulla va bene. E ciò non vale certo solo per Rosy Bindi, dottoressa e ricercatrice in giurisprudenza, che non sa di medicina ma si esprime a riguardo, ma in tanti altri casi.
Eugen Galasso
Pubblicato il 24 February, 2011
Categoria: Testi
Sul viaggio di Antonucci alla ricerca di Huber – Eugen Galasso
Leggo il testo di Piero Colacicchi sul viaggio a Heidelberg di Giorgio Antonucci, dello stesso autore, di Aldo Rosselli alla ricerca del dott.Wolfgang Huber, ex-psichiatra nel manicomio (definirlo reparto psichiatrico sarebbe un inopportuno eufemismo) della città germanica. Un viaggio che, annunciatosi come un’impresa (non si sapeva se Huber fosse finito in manicomio, in prigione, additrittura fosse morto), si sarebbe rivelato un vero e proprio “giallo”, per meglio dire un viaggio allucinante, in cui la BRD (Repubblica federale tedesca) si rivela senz’altro non meno intollerante dell’allora esistente DDR (Repubblica democratica tedesca, quella “comunista”, diremmo meglio di osservanza sovietica), tanto che vari membri dell’SPK(Sozialistisches Patientenkollektiv), fondato da Huber, sarebbero finiti, per protesta estrema-disperazione, nella Rote Armee Fraktion (RAF – Frazione armata rossa – la “banda Baader-Meinhof”). Un documento storico prezioso, quello del dott. Colacicchi, redatto da lui ma di cui possiamo senz’altro ritenere coautori anche i dott.Antonucci e Rosselli, che però ci interrogano sull’oggi e sul domani. Se, come è vero, la libertà di una società e di uno stato si vedono decisamente da come gestiscono il “disagio psichico”, le “magnifiche sorti e progressive” dell’Occidente sarebbero (quindi sono, in realtà) più che a rischio. Il dott.Huber, marxista convinto, riteneva che le malattie psichiche fossero senz’altro (tout court, se si vuole) un prodotto della società borghese, una sua invenzione. Chi scrive, forse meno convinto di una tesi marxista onnicomprensiva, che possa spiegare tutto, non nega però che le cause di quello che chiamiamo “malestàr”-“Unbehagen” (l’espressione è di Freud nella sua straordinaria opera”, certo “monca” nei rimedi.”Il disagio della civiltà”-“mal d’e^tre”) siano anche e forse prevalentemente sociali, se per “sociali” intendiamo anche i rapporti inter-personali, però, dove le cause socio-economiche sono determinanti ma non le uniche “parti in causa”. Viaggio “tremendum et fascinans” (mutuo l’espressione dallo storico delle religioni Rudolph Otto, che parla della “visio Dei”. Personalmente mi riferisco più laicamente alla ricerca di Huber), perché, avendone il tempo, rifarei volentieri lo stesso viaggio oggi, per vedere se gli archivi hanno “allentato le molle”, se oggi la repressione di allora s’è ridotta, pur se, conoscendo il riserbo germanico (non avendo problemi con la lingua, ho fatto vari soggiorni di studio in parti diverse della Germania), ritengo che sul tema anche oggi rimarrebbe un velo di “sostanziale omertà” SULLA QUESTIONE, del tutto cruciale per capire se e come possa evolvere la psichiatria convertendosi in antipsichiatria… Nell’Europa del paziente al guinzaglio (cfr.articolo relativo dal “Corriere della sera”, anche in Facebook, spazio di Giorgio Antonucci, relativo a un caso relativo alla “democratica”-sic!- Olanda) una prospettiva ispirata all’antipsichiatria, alle relazioni umane e assolutamente contrapposta alla repressione, ha purtroppo, chances molto limitate, quando si scontra (cosa che n ecessariamente, avviene sempre)con i poteri costituiti. Ultima osservazione: la prefazione di Jean Paul Sartre, riportata sul sito, fermo restando il rispetto per il grande pensatore nonché “decostruttore di Freud”, al libro di Huber e dei suoi collaboratori (Cfr.ibidem) suona non peregrina ma un po’ di maniera…
Eugen Galasso
Pubblicato il 21 February, 2011
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