Disoccupato, non depresso! – OraZero – Giorgio Antonucci



In un articolo del l’Espresso di un paio di settimane fa, l’autore, al di là delle buone intenzioni, mostrava evidenti pregiudizi, indicativi di un modo di pensare che può rivelarsi pericoloso. Il giornalista ha infatti raccontato come la perdita del lavoro avesse portato alcuni alla depressione e, in casi estremi, al suicidio. Ma chi si trova senza lavoro e senza speranze di trovarne altri, è ovviamente infelice e non soffre di alcuna patologia. Il problema non è in lui, non è la sua depressione, ma la mancanza di lavoro e di speranze a renderlo infelice. Parlando di depressione o di altri presunti problemi personali si finisce, invece, per sostituire la responsabilità sociale, il diritto ad un lavoro, con una patologia: la depressione. Ma non è stata la depressione a causare il suicidio, bensì la crisi economica che lo ha privato dei mezzi di sussistenza per lui e per la sua famiglia. In una situazione simile, il suicidio non può considerarsi “folle”, ma piuttosto assolutamente “logico”. Visto che non si vedono vie d’uscita si decide di smettere di lottare, dove è la follia?
Purtroppo l’articolo dell’Espresso è solo uno dei tanti esempi propinati quotidianamente dai massmedia. Di recente, in un altro articolo, un intellettuale francese, riferendosi al caso “Strauss-Kahn” definiva gli stupratori dei “casi patologici”. Anche in questo caso si è preferito sostituire con una presunta malattia, la responsabilità individuale. Chi stupra, invece, non è malato, ma è pienamente responsabile dei suoi atti. Così, se prima si sostituiva la responsabilità sociale con la depressione, in questo caso si sostituisce la responsabilità individuale con una patologia. Questo modo di pensare diventa sempre più pericoloso perchè deresponsabilizza sia la società che gli individui, nascondendo tutto dietro a presunti problemi psichiatrici.
Per comprendere meglio il tutto, forse è utile rifarsi alla definizione di depressione: “La depressione è una patologia dell’umore, tecnicamente un disturbo dell’umore caratterizzata da un insieme di sintomi cognitivi, comportamentali, somatici ed affettivi che, nel loro insieme, sono in grado di diminuire in maniera da lieve a grave il tono dell’umore, compromettendo il “funzionamento” di una persona, nonché le sue abilità ad adattarsi alla vita sociale”   ?Da questa definizione si deduce che l’incapacità di adattarsi alla vita sociale sia dovuta ad un problema individuale e non, per esempio, alla mancanza di un lavoro. Ma il lavoratore citato dall’Espresso, probabilmente, si sarebbe adattato alla vita sociale più che volentieri, era la mancanza di un lavoro ad impedirglielo, non la sua depressione. La definizione evidenzia anche come ormai venga considerato malato chiunque rifiuti di adattarsi alla “vita sociale”. Dimenticando che fior di poeti, scrittori e scienziati sono stati e sono dei “disadattati”, ovvero gente incapace di conformarsi alla vita sociale del proprio tempo. Non volendo ammettere che chi si adatta alla realtà è banalmente un conformista. Da questo punto di vista, varrebbe la pena chiedersi quali valori abbia oggi la società moderna. Davvero sono da considerarsi “sani” il conformismo e la sottomissione? La libertà va considerata una patologia??Per concludere, se si riflette in profondità sul problema, le diagnosi psichiatriche risultano tutte arbitrarie e ideologiche.


Giorgio Antonucci

OraZero

Pubblicato il 20 June, 2011
Categoria: Testi

L’Altro – Eugen Galasso



Non  occorre certo essere Jabès o Derrida per capire che l’altro ci interroga.  L’altro non sarà l’Altro, dirà qualcuno, eppure in una logica di pura antropologia culturale, quindi di confronto tra modelli diversi, di patterns, di abitudini, usi, costumi, strumenti operativi e concezioni del mondo (religiose, politiche, ma anche altre…).  Il che non ci fa accettare, benintenso, la tolleranza eccessiva, anzi a tratti addirittura illimitata verso furto e spaccio di droga (dove Rom e Sinti invece, ma non tutti…), verso l’infibulazione (in varie realtà tirbali, non tout court l’Islam, attenzione), ma sicuramente l’esclusione dell’altro in quanto altro deriva dall’assurda introiezione dell'”Occidente cristiano” un concetto che nasce da un poeta, pensatore, mistico “incolpevole” quale  Georg Friedrich von Hardenberg, alias Novalis, ma poi assurto a orrendo slogan di Francisco Franco y Bahamonde, di Augusto Pinochet,  dei colonnelli greci, di Viola e Videla in Argentina: “Nel nome dell’Occidente cristiano, fucilateli!”, questo lo slogan rivolto contro i non cristiano-borghesi durante la guerra civile spagnola, da parte di coloro (fascisti, nazisti, golpisti) che facevano, come ormai ogni storico serio fa, le prove generali per la Seconda Guerra Mondiale. Nella diversità il confronto o dialettico o per analogia, con la possibilità non di “compatire” in modo scioccamente pietistico, ma di vedere seriamente l’altro, di rispecchiarsi nell’altro quando sta male e ha bisogno. Com-patire, si sa, vuol dire “soffrire insieme”, ma anche sentire assieme, partecipare ai sentimenti dell’altro. E anche in questo, senz’altro, il libro di Paolo di Giosia “Solitudini“, con le fotografie sue e  i testi di Antonio Valleriani (filosofo dell’educazione scomparso), ci aiutano a capire, come le pratiche di Giorgio Antonucci e Piero Colacicchi in difesa di Paula Cooper.

Eugen Galasso

Pubblicato il 20 June, 2011
Categoria: Testi

Sul 1° seminario di “Disegno onirico” a Bologna – Eugen Galasso

Da  formatore, di gruppi di e in disegno onirico ne ho conosciuti tanti. Ci sono quelli attenti, bravi, ma talora più per “diligenza”, per senso del “dovere”, siano essi studenti, insegnanti, assistenti all’handicap, pedagogisti e altri/e.  Poi c’è chi si appassiona, chi prende realmente qualcosa, anzi moltissimo da quel poco che l’operatore cerca di dare, ben sapendo (parlo di me)che è né Socrate né un maieuta e neppure uno sciamano (meglio così? Chissà). Non è per piaggeria (non mi appartiene), ma questo uno è dei pochissimi gruppi in cui, per usare una metafora forse abusata, a chi coordina (non “guida”, sono  un libertario, un antiautoritario più per natura che per ideologia, credo) “suonano le campane”, quelle vitali, the bells of Florence, Rome, Paris etc. (anche Bologna, dimenticavo).  Impressioni forti,  autocritica e critica sempre giusta e amichevole,  apprezzamento (ne merito di meno), confronto reale con il “quid disputandum”. Persone diverse, senz’altro, pur se convergenti per formazioni e attività(prevalente l’interesse psicologico, pedagogico, ma anche artistico in tutte/i partecipanti, pur se in forma diversa, ovviamente), riscoprono il sé e anche l’altra persona, in un’ottica, certo di interpretazione e “lettura” dei disegni, ma anche al “lasciar fluire” disegnando, quando molti di noi sono ormai “cauti” nel disegnare, anzi ci vergogniamo di farlo, ma l’atrofizzazione è indotta, da scuola e cultura dominanti… Riscoprire il piacere di lasciarsi andare, di disegnare come ci va, anche magari producendo ghirigori è bellissimo (non come pagare le tasse secondo il compianto economista Padoa Schioppa…), ma tutti i/le componenti del gruppo sono molto più brave/i, con produzioni che vanno ben al di là delle loro capacità manifeste-esplicitate.  Ma disegnare liberamente è anche una piccola liberazione complessiva e difatti quando si è in gruppo (in un gruppo accogliente e non giudicante, per meglio dire) anche quando si parla d’altro, come nell’importante introduzione della nostra direttrice (del Centro, cioè) sui problemi della controriforma psichiatrica ventilata (ora anche avallata dal presidente del senato Schifani, purtroppo), sugli psicofarmaci, sul TSO , con riferimenti all’attualità bolognese e italiana -ma non solo – grottesca ma più che altro tragica, inquietante, sferzante, si parla, si dice, si conversa, ci si confronta, come non si fa in noiosissime conferenze e lezioni che spesso si sorbiscono (e non mi esonero dal novero, anzi…purtroppo). Occasioni di confronto, possibilità, ciò che altrimenti si direbbe “gioco” (play, jeu, speel, Spiel), ma “gioco” nel senso corrivo non è mai, in realtà. E sicuramente la cosa prosegue, con una seconda tranche chiesta a breve scadenza, a quanto pare.

Eugen Galasso

Pubblicato il 19 June, 2011
Categoria: Testi

Giorgio Antonucci e Piero Colacicchi contro la pena di morte – Eugen Galasso


Leggendo l’importante intervento di Piero Colacicchi sull’appello, suo ma soprattutto di Giorgio Antonucci, contro la pena di morte a suo tempo (dicembre 1986) comminata a Paula Cooper, allora quindicenne, rea di un gravissimo reato, quella dell’uccisione della sua insegnante di religione (di scuola biblica, dovremmo dire, ma nel nostro ordinamento “cattolico” la Bibbia si studia, quando va bene, solo all’università, in Italia nei corsi di laurea in scienze religiose) per compiere un furto nella casa della stessa. Non certo a giustificazione-discolpa della ragazza (ora una quarantenne, come ovvio) sia detto che la Cooper era stata violentata, da bambina, dal padre, con la correità (assisteva senza intervenire) della madre. Entrambi i genitori erano alcolizzati, le condizioni socio-economiche della famiglia e dello slum in cui viveva spaventose. Sembra un classico “caso” da positivismo (Comte) e naturalismo (Zola, in Goncourt, Hauptmann, in Italia al massimo Capuana più di Verga), ma è cosa di ieri, dunque tragicamente attuale. Credo che il racconto-testimonianza di Colacicchi, prof. d’accademia, artista, che da artista ha operato e opera con i “pazienti psichiatrici”, da sempre amico di Giorgio Antonucci e attivo nel movimento antipsichiatrico e presidente dell’Osservatorio contro la discriminazione,  sia estremamente importante , ricordandoci come il movimento per i diritti civili sia insito nella “mission” antipsichiatrica, quindi la rivendicazione della libertà  umana, in primis della conservazione e difesa della vita (a scanso di equivoci dirò che essa non ha nulla a che vedere con il terrorismo antiabortista dei clericali, anzi), per cui, dalla tradizione illuminista in poi, quella di Verri e Beccaria che, con “Dei delitti e delle pene” scrisse la prima radicale negazione della pena di morte alle posizioni più recenti quali quelle di Arthur Koestler e Albert Camus, non certo ascrivibili al neo-illuminismo, dalla proibizione della pena di morte ad opera del granduca di Toscana Pietro Leopoldo, profondamente influenzato dalle idee del Beccaria, nel 1886, nel solo territorio toscano, fino al dibattito odierno, dove le idee dei citati autori sembrano non essere entrate affatto nel patrimonio ideale di popolazioni ancora amorfe sul tema (in Italia, come in generale in Europa, come negli States) se non favorevoli alla pena  capitale, segni una rivendicazione di primogenitura importante, con un documento, quello appunto di Colacicchi e Antonucci, che, con una catena che va dall’appello firmato all’epoca dal poeta e storico della letteratura Mario Luzi, dal giurista Paolo Barile, dal mass-mediologo e storico del cinema Pio Baldelli, da padre Ernesto Balducci, filosofo e teologo, tutti scomparssi, (come è scomparsa l’autrice dell’articolo-lettera alla “Nazione”,  da cui avevano preso spunto Antonucci e Colacicchi, Maria Luigia Guaita, nata a Pisa ma poi da sempre attiva a Firenze, storica figura della Resistenza fiorentina, come Fiorentini nativi o acquisti erano tutti gli altri personaggi prima menzionati) alla grazia e alla commutazione in carcere a vita, o quasi, della Cooper ad opera del governatore dell’Indiana, subissato da tante e tali richieste, dopo l’appello degli antipsichiatri e degli altri personaggi fiorentini, da dover cedere alla richiesta di “grazia”, almeno quanto alla questione della vita dell’allora ragazzina.

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Pubblicato il 14 June, 2011
Categoria: Testi

“A Giorgio Antonucci” – Poesia- Eugen Galasso

A Giorgio Antonucci

Days of remember to my life(1)/
giorni con papà de petit/
jours de tristesse, bien claro/
giorni da tordi, sappiamo/
giorni in nerorosa, aussi Fontana dixit(2)/
Wo bist due Helene, liebe Oma?/
Im Himmel wo du wolltest oder nirgends?/
Todos ninos, gracias a Diòs o quien sabe/ù
Papà forse con Croce parla di storia/
Heinz forse alle prese col sol delll’avvenir/
Tempi dove vorremmo spiegare/
Ne parliamo une autre fois, parbleau
(Eugen Galasso, 03.06.2011)
Note:
(1)Verso di Ray Davies, fondatore dei “Kinks”. Me ne “approprio” perché qui va bene
(2)il fotografo, in una recente dichiarazione.

Pubblicato il 12 June, 2011
Categoria: Testi

Auguri di Umanità Nova a Giorgio Antonucci


Quando il dottor Giorgio Antonucci era ricoverato, a Firenze, in pericolo di vita Umanità Nova ha pubblicato questo comunicato:

“ANTONUCCI

Abbiamo appreso che il compagno Giorgio Antonucci ha avuto dei problemi di salute, agurandogli una pronta guarigione lo abbracciamo forte.

La redazione di Umanità Nova si associa alle tante manifestazioni di affetto e solidarietà che gli sono pervenute.”

Umanità Nova, n°39, 8/11/2009

Pubblicato il 12 June, 2011
Categoria: Notizie

IL DISEGNO ONIRICO – Seminario – Eugen Galasso



Siete invitati/e a sognare ad occhi aperti ma senza dormire. Modalità creativa per conoscersi, conoscere aspetti “curiosi” della propria personalità, anche divertendosi.
Oltre che a interpretare, almeno a grandi linee, i disegni onirici, e proprio attraverso questa intepretazione, con il disegno onirico si impara a conoscersi, non razionalmente, ma nell’interezza della nostra person…alità, quindi nelle componenti emotive, sentimentali, nella trama di ricordi e pulsioni. Stare con gli altri nel gruppo implica la possibilità di conoscere anche gli altri, proprio anche confrontandosi con una situazione in cui ognuno supporta gli altri, li aiuta magari anche non rendendosene conto.

Cenni storici: La tecnica, che non è solo tecnica ma anche teoria complessiva (fondamentale la “lettura” e l’”ermeneutica” del disegno), nasce negli anni Settanta del 1900 a Buenos Aires da due psicoanalisti di formazione e ispirazione (non dogmatica, però) junghiana, Alberto Bermolen e Maria Grazia Dal Porto, ma anche dalla loro collaborazione con Abel Raggio, artista post-surrealista (la definizione è limitativa).

Teoria del disegno onirico:
“… è notorio che ogni persona si esprime con dei segni, delle tracce anche grafiche…Ma, già in età puberale-adolescenziale (dai 13 ai 15 anni) la persona si vergogna a produrre disegni, ad esprimersi graficamente; ma ciò, sicuramente, è dovuto ai pre-giudizi, al clima culturale ammorbante”
“Non ha senso parlare a priori e interpretando prima il disegno onirico, perché si “rovinerebbe il gioco” interpretando i disegni prima che si facciano.
A)”onirico” implica il sogno, ma è “sogno” ad occhi aperti, senza che si dorma, senza che ci sia ipnosi (non sarei capace di usare l’ipnosi né autorizzato a farlo, inter cetera), uno stato di coscienza vigile, attraversato, però, dal “sogno ad occhi aperti”, appunto;
B)conta l’uso dei colori, le forme, la posizione delle forme-figure nel foglio, ma ciò non vuol dire che, per es. l’uso di un colore implichi la possibilità di interpretare tale colore (e quindi tale uso) univocamente……
C) Non esistono non-colori. Il nero, il bianco, il grigio lo sono, dunque, a pieno titolo, contro interpretazioni classicamente “accettate” quanto oltremodo fallaci;
D) Leggere-interpretare un disegno onirico non vuol dire in alcun modo “giudicare la persona” (ci mancherebbe….!), anzi tutelarne la privacy, capirne le grandi potenzialità, sempre insite anche nella persona più schiva, meno “appariscente”;
E) Il disegno onirico si fa in gruppo, non da soli.
Che il gruppo o alcuni suoi componenti si conosca(no) o meno, ci si diverte sempre, comunque e divertendosi, come si sa, si impara, ma non nozioni astratte che servono a bene poco.

E’ NECESSARIA LA PRENOTAZIONE

E’ previsto un costo di 15 euro
si svolgerà presso ass Hub, via Serra 2/g Bologna
alle ore
Sabato 11 giugno: 16-18
Domenica 12 giugno: 14-17

E’ NECESSARIA LA PRENOTAZIONE
Iscrizioni: centrorelazioniumane@gmail.com , cell 339 3040009

Per informazioni: http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/2010/12/09/disegno-onirico-eugen-galasso/#more-692

Pubblicato il 6 June, 2011
Categoria: Eventi

“Il Manicomio è davvero finito?” – Alice Banfi, Giorgio Antonucci, Comunità delle Piagge, don Santoro. VIDEO



Al Centro sociale Il Pozzo, il 4 marzo 2011 è stato presentato “Tanto scappo lo stesso – romanzo di una matta”, con l’autrice Alice Banfi e con il medico Giorgio Antonucci che ragionavano sul tema “Il Manicomio è davvero finito?”.
I Fratelli Rossi accompagnavano la presentazione con intermezzi musicali.

”Matti da… slegare!” Giornata dedicata alla salute mentale
(nove da Firenze)

VIDEO

I Parte
II Parte
III Parte
IV Parte
V Parte

Pubblicato il 5 June, 2011
Categoria: Notizie, Video

Un’ipotesi di “normalità” di Herbert Read – Eugen Galasso



C’è un libro che consiglio a tutti/e, “Education trough Art” (Educazione attraverso l’arte) di Herbert Read, degli anni Quaranta dello scorso secolo, ma preparato già prima, come rileva l’autore stesso. Un testo tuttora importante, ma certamente prigioniero dello spirito del suo tempo: riferendosi a Freud, a Kretschmer, alla Gestalt ma anche al meccanicismo behaviorista(Pavlov, per es.), il grande psicologo dell’arte, sociologo e “filosofo” nonché creativo (scrisse anche romanzi e testi poetici importanti) Read scrive: “Altri psicologi (Trigant Burrow, per es., in The Social Basis of Consciousness), hanno dimostrato la natura ipotetica della normalità, ma un’ipotesi di normalità e senz’altro utile e Kretschmer ha adottato il termine”sintonico”, introdotto per la prima volta da Bleuler (era stato un collaboratore di Freud, e.g.) per indicare la persona puramente ipotetica i cui stati  d’animo si siano armoniosamente equilibrati e sviluppati liberamente rispetto alle oscillazioni e reazioni tipiche dei tipi insani” (cito dalla traduz. spagnola, “Educaciòn por el arte”, Barcelona, Paidòs Educador, pp.94-95). Ecco un “corno” del problema: accettare l’idea di normalità e di normotipo è comodo, per gli psichiatri e per il volgo, ma anche per persone intelligenti e colte (ricordo il compianto Orazio  Costa, geniale drammaturgo e regista, che però in questo senso poteva discriminare tale…Carmelo Bene). Ma fosse solo un vezzo intellettuale, passi. Il problema è che tutto va a finire nella clinica del manicomio (pardons, clinica psichiatrico, reparto di psichiatria), TSO, psicofarmaci e (non solo talora) elettroshock.  Certo Read non era colpevole di tutto questo, ma anche epistemologicamente avrebbe potuto essere più chiaro; la cultura del tempo, però, lo condizionava troppo, dirò così per brevità; e l’ipotesi di lavoro diveniva cogente per nosografare e distinguere.

Eugen Galasso

Pubblicato il 3 June, 2011
Categoria: Testi

Misseri nella villa dei misteri – Eugen Galasso



Il caso, criminologicamente interessante (ma scandalizza, almeno chi scrive, certa curiosità morbosa del paese di Avetrana, prima colpevolista, poi innocentista, poi critico verso il “maschio soggetto al matriarcato”, con concezione ancora maschilista dei rapporti di genere, non tra persone umane, dotate degli stessi diritti) di Sarah Scazzi tiene “attanagliati” vasti strati della popolazione italiana, ma, invece di dolersi dell’orribile uccisione di una persona, di una ragazzina, come nel caso di Yara Gambirasio, c’è chi parteggia per l’uno o l’altra dei possibili colpevoli, dei più che indiziati. Il fatto è che, oltre alla questione del colpevole, c’è da dire che pochi giorni fa “zio Miché”, alias Michele Misseri, scarcerato, era stato sottoposto a TSO, pur se solo per poche ore, su ordinanza del sindaco di Avetrana, con nessuna indicazione di uno psichiatra, come invece vorrebbe l’attuale vigente-pessima-legge.  Il provvedimento era stato adottato, in quanto la motivazione ufficiale era il rischio di suicidio dell’uomo. Legge pessima, ma anche scavalcata quando fa comodo. Sarebbe senz’altro meglio abolire il TSO, così neppure il caso grottesco di Avetrana sortirebbe effetti ancora così “strani” e inquietanti, con il sospetto di deviazione di prove e indizi…

Eugen Galasso

Pubblicato il 3 June, 2011
Categoria: Testi

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo