Cancrini: no elettrochoc – Eugen Galasso





In un volume di 22 anni fa, concepito in forma di “libro-intervista” dal titolo “Date parole al dolore”, edito da Frassinelli,  curato da Stefania Rossini nel 1996, Luigi Cancrini, psichiatra e psicanalista, un’autorità nella lotta contro le dipendenze, in specie da droga, un esponente – a suo tempo – della cultura di sinistra, segnatamente del PCI (Partito Comunista Italiano), quando questo esisteva. Incentrato sul tema della depressione, pur se non in modo esclusivo, Cancrini ne parla come di “quel gran mare di situazioni che oggi molti vogliono chiamare “depressione” (op.cit, pp.110-111), dove comunque Cancrini, a differenza della prospettiva “rivoluzionaria” (purché si intenda bene il termine) di Giorgio Antonucci, riconosce l’esistenza della “malattie psichiche” (non diremo, comunque, “mentali”) ma ne relativizza la porta, riconducendole, senza orientarsi dogmaticamente verso un indirizzo psicanalitico o psicoterapeutico (non potremmo classificarlo come “freudiano”, “adleriano”, “junghiano”, seguace del cognitivismo, della teorie sistemica o altro) determinato. Molto interessante la parte nella quale (capitolo sesto del volume) nega validità all’elettrochoc (o shock, all’inglese), “per ragione terapeutiche, non per ragioni di principio” (ibidem, p.92): “L’elettrochoc , come l’eroina, è uno strumento al servizio dei meccanismi di difesa basati sulla negazione…L’episodio depressivo può anche essere momentaneamente interrotto dalla scossa elettrica, ma (è una prima possibilità) tornerà presto, sarà più grave e sarà vissuto dal paziente come una maledizione , perché sarà diminuita la consapevolezza di sé e delle proprie esperienze. Oppure darà luogo (seconda possibilità) a un deterioramento progressivo della personalità”(cit., p.93). Cancrini ricorda inoltre la morte neuronale indotta da questa barbara pratica, tuttora in vigore soprattutto(ma non solo) nelle cliniche private, da un certo numero di anni anche nelle strutture pubbliche della sanità italiana, ma purtroppo ancora regolarmente praticata in paesi arretrati, su questo piano, quali Gran Bretagna e Austria oltre a i paesi, ovviamente, a struttura politica autoritaria o totalitaria. Un libro forse non attualissimo, da leggere con le avvertenze del caso anticipate in apertura di testo, ma estremamente critico anche verso gli psicofarmaci. Peccato che quanto rimane della “sinistra istituzionale” (PD ma anche “Liberi  e Uguali”) si disinteressi del tema e comunque oggi accolga il peggio dell’esistente…   Eugen Galasso 

Pubblicato il 30 luglio, 2018
Categoria: Presentazione, Testi

Esempi di accoglienza secondo l’humanitas – Maria D’Oronzo






La città del secondo rinascimento - Trimestale, n.77 – Febbraio 2018


Presentazione del libro “La chiave comune. Esperienze di lavoro presso l’Ospedale psichiatrico Luigi Lolli di Imola”, di Giovanni Angioli, ed La Mandragola.


Il libro di Giovanni Angioli è importante non soltanto perché raccoglie gli elementi principali della sua vita, ma anche perché è un racconto, un’autobiografia, una testimonianza del suo lavoro, attraverso cui offre spunti, riflessioni e un metodo a chi si avvicina alle istituzioni totali, di cui c’è ancora molto da dire, nonostante la nostra democrazia.
Uno dei problemi principali in quest’ambito rimane il ricovero coatto, che avviene attraverso il T.S.O. (trattamento sanitario obbligatorio). Parliamo di persone che vengono prelevate con la forza, portate via dalla loro famiglia, dal loro ambiente, quindi trattenute, sempre con la forza: persone a cui vengono iniettate sostanze contro la loro volontà. Parliamo di tortura. Recentemente in Italia è stato redatto un Disegno di Legge contro la tortura, già presente in Senato. Se passa alla Camera, questa iniziativa deve riguardare anche la psichiatria, perché la convenzione dell’ONU considera tortura qualsiasi sostanza che venga iniettata nel corpo contro la volontà della persona. Questi argomenti vengono affrontati nel libro “La chiave comune” con una scrittura molto fluida e semplice, nonostante i temi trattati. Leggiamo di persone ricoverate per anni, di cui Angioli dà testimonianza a partire dalla sua lunga esperienza presso l’Ospedale di Imola e, in particolare, presso il reparto Autogestito, esperienze a cui ho partecipato anch’io, negli ultimi quattro anni. Al reparto Autogestito venivano “buttate” dagli altri reparti persone che gli psichiatri ritenevano di non essere più in grado di gestire. Il libro narra le storie di queste persone, in molti casi anche le storie pregresse, prima del ricovero, tratte dalle loro narrazioni, tratteggiate da Angioli con grande sensibilità ed efficacia. Storie che parlano d’isolamento, d’incomprensione, spesso di soprusi familiari e sociali, senza contare quelli subiti all’interno dell’istituzione, ma anche di talenti pregressi. Penso che questa azione di presa in carico, di accoglienza attiva da parte del personale del reparto Autogestito possa essere ancora un essempio in vari ambiti, specialmente in questo periodo di grandi flussi immigratori. Il lavoro svolto all’Autogestito è stato di umanità nel senso più vasto della parola. Non c’era superficialità nell’accoglienza, non c’era la volontà di accogliere tanto per accogliere, per un generico buonismo, anzi, per ciascuna persona si discuteva molto, c’erano dubbi. C’erano le assemblee, le discussioni, le occasioni di parola per ciascuno, invitato ad esprimere le proprie problematiche, i propri dubbi, le proprie paure. Fin dall’inizio del mio tirocinio presso il reparto, nel 1992, sono sempre stata accolta con attenzione e invitata a partecipare, a esprimere il mio parere, ma, in questa prima fase, ritenevo di avere soprattutto da imparare. Il reparto era già rodato e ben funzionante, ma, per costituirlo, c’era voluto un grande lavoro organizzativo, di elaborazione e di superamento di grandi resistenze, istituzionali e burocratiche.
A proposito di questo lavoro, occorre parlare di Giorgio Antonucci, entrato nella storia per il suo operato, per la sua testimonianza costante e per i suoi scritti, purtroppo recentemente scomparso, che a un certo punto assunse la responsabilità di tutto l’andamento del reparto. Ricordo che Antonucci ringraziò Giovanni Angioli, nel momento del conferimento del premio a lui intitolato, perché senza la sua alleanza egli stesso non avrebbe potuto spingersi fin dove è arrivato.

Pubblicato il 25 luglio, 2018
Categoria: Presentazione

Diritti alla follia – Assemblea costituente

Pubblicato il 18 luglio, 2018
Categoria: Eventi

Le contraddizioni psichiatriche – Eugen Galasso






Piero Cipriano, psichiatra “contro”, che è convinto di muoversi sulle orme di Franco Basaglia, ultimamente è molto attivo, anche per la promozione del suo nuovo libro. Se in vari testi, ormai è anche collaboratore fisso di “A” e nel testo di giugno, parlando del rischio di degenerazione cyber della psichiatria, parla della pistola “Taser”, sorta di arma aerospaziale (cyber, dunque, in qualche modo) per neutralizzare una detenuta, negli States, che, comunque, definisce “schizofrenica”, ciò che certo, nell’ottica di Szasz e di Giorgio Antonucci non esiste, voglio dire l’etichetattura in termini meramente nosografici di una persona. Anche in un’intervista in www.carmillaonline.corom , sempre a proposito del pericolo cyber parla del rischio “Panottico” (strumento ventilato dal filosofo del 1700 Jeremy Bentham), ossia di un controllo relativo per es. relativo all’assunzione di antipsicotici da “far assumere” (sic!) a un”malato di mente”. Bene che Cipriano critichi l’uso repressivo della psichiatria, mentre sconcerta non poco che egli si muova, comunque, in un’ottica ancora di tipo “nosografico” per cui si etichettano le persone non in baso alle caratteristiche individuali ma a una classificazione ancora riferita alla psichiatria, ossia alla”normalità”, oppure alla “nevrosi”, alla “psicosi” etc.  Forse un “salto” ulteriore che Cipirano, per ora, non si sente di fare…  Eugen Galasso

Pubblicato il 6 luglio, 2018
Categoria: Notizie

“I poveri sono matti” Festival internazionale di canto sociale Corazone





VIDEO:
Basaglia – Antonucci: la differenza di idee e pratiche
Le difficoltà della vita non sono malattie
Si può fare diversamente: che cos’è il Trattamento Sanitario Obbligatorio

Pubblicato il 21 giugno, 2018
Categoria: Eventi, Notizie, Presentazione, Video

Elettrochoc: vecchi e nuovi sponsor – di Eugen Galasso






Uno dei testi più recenti di “Psicologia clinica, psichiatria, psicofarmacologia”,  Milano, Franco Angeli, 2015, di Francesco Rovetto, medico psichiatra e psicologo,  per anni docente di psicologia generale, psicologia clinica, psichiatria e farmacologia, che scrive di aver partecipato con grande entusiasmo alla “rivoluzione” di Franco Basaglia, nonostante sia oltremodo critico verso l’abuso degli psicofarmaci, di cui rileva con dovizia le controindicazioni, a proposito dell’ECT (elettroshock) scrive: “Non ho mai prescritto un elettroshock in 40 anni di attività, comunque le evidenze scientifiche ne dimostrano l’efficacia in casi di pazienti particolarmente resistenti al trattamento farmacologico, con alto rischio suicidario; in caso di depressione psicotica; risposta positiva ad elettroshock in passato; in soggetti anziani; in gravidanza, anche se ora si è dimostrato che alcuni farmaci antidepressivi non sono dannosi per il feto. Si pratica in anestesia totale. Di solito sono previste 9/12 sedute in cui vengono praticati elettroshock su uno o su entrambi gli emisferi cerebrali. Le applicazioni avvengono ogni 2/3 giorni, con cicli di richiamo settimanali o mensili” (op.cit., p.128). Esposizione fredda della metodica usata, mera analisi, nessun accenno alle controindicazioni, con una quasi apologia delle possibilità di impiego, dove emerge in modo abbastanza marcato la contraddizione con l’altrettanto apodittica affermazione iniziale, dove afferma di non aver mai prescritto un elettroshock in quattro decenni di attività – verrebbe allora da chiedersi perché non l’ha mai prescritto, dato che in seguito ne enumera praticamente solo vantaggi, pur se solo in certi casi, beninteso… O è falsa (A), viene da dire, ossia l’affermazione iniziale oppure (B) ossia l’enumerazione quasi apologetica dei vantaggi. Tertium non datur, direbbe qui la logica, ma forse quella psichiatrica è altra, prevederebbe comunque sempre una terza possibilità. Saranno forse anche “contraddizioni feconde” nell’ambiente psichiatrico, ma certamente pesano come macigni su una logica che, comunque, vista la sua grande tradizione (da Aristotele se non da Zenone ad oggi), viene ancora accettata fuori dai “chiusi steccati” della psichiatria. E Rovetto non è certo l’unico, in questa schiera di apologeti (veri , forse inconsapevoli) della terapia elettroconvulsivante e non è neppure il peggiore…    Eugen Galasso 

Pubblicato il 23 maggio, 2018
Categoria: Notizie

Giorgio Antonucci: le sue idee e il suo lavoro – Giuseppe Gozzini

 


Il libro: “I pregiudizi e la conoscenza. Critica alla psichiatria”




I libri che contengono grandi insegnamenti non si lasciano facilmente riassumere. Il libro di Antonucci è uno di questi. Proverò, tuttavia, a seguirne alcune tracce, a dare spunti di lettura senza alcuna pretesa di esaurirne la ricchezza dei contenuti.

La “psichiatria negata”
La tesi centrale del libro, difficile da digerire, è che la psichiatria non è una scienza: “Ritengo – scrive Antonucci – che a poco serva attaccare l’istituto del manicomio se non si porta un attacco radicale allo stesso giudizio psichiatrico che ne è alla base, mostrandone l’insussistenza scientifica. Finché non sarà abolito il giudizio psichiatrico, la realtà della segregazione continuerà a fiorire dentro e fuori le pareti dei manicomi.”
E’ un’affermazione dura, perentoria, che contraddistingue il lavoro di Antonucci da quella di altri riformatori. Dall’”istituzione negata” alla “psichiatria negata” il salto è enorme. La legge 180 del 1978 prevede, almeno formalmente, il superamento del manicomio ma, a distanza di 9 anni, ce ne sono ancora 60 in pieno funzionamento, mentre cultura e costume sono rimasti favorevoli all’internamento e alla segregazione. E così il potere medico-psichiatrico, che è nella sostanza un potere di controllo e di “normalizzazione repressiva”, continua, dopo la legge 180, in quello che rimane nei manicomi (che è ancora troppo), nelle case di cura, nel territorio, nei centri di igiene mentale (CIM) e negli ospedali civili.
Il problema, per Antonucci, non è di sostituire la vecchia psichiatria con una nuova psichiatria (magari ‘democratica’,‘alternativa’, ecc.), ma di cancellarla: “L’unione psichiatria-manicomio – secondo Antonucci – non è stata l’effetto dello stravolgimento di un potere politico rispetto ad un corpus teorico scientifico neutro, bensì tale unione è finora stata essenziale alla psichiatria, ha costituito, costruito questo corpus teorico come l’ideologia della razza è cresciuta insieme ai lager”.

Vent’anni di esperienza
La tesi di Antonucci nasce non dai libri ma dall’esperienza: “Il mio pensiero e il mio lavoro critici nei riguardi della psichiatria non hanno origini da convinzioni teoriche elaborate a tavolino, studiano testi e criticando articoli, ma sono essenzialmente risultato di anni di esperienza diretta con uomini e donne, in un modo o nell’altro implicati in trattamenti psichiatrici”.
Il libro ripercorre a ritroso questi anni di esperienza: dall’Istituto psichiatrico “Osservanza” di Imola, dove attualmente lavora Antonucci, al S.Lazzaro di Reggio Emilia, all’ospedale psichiatrico di Gorizia e a Cividale del Friuli. E’ un viaggio molto istruttivo anche (forse soprattutto) per i non ‘addetti ai lavori’, intervallato da:
-analisi delle case-histories di ieri e di oggi (l’Anticristo, il caso Sabattini, Van Gogh, Teresa B., I miei capelli arruffati, lettera da un istituto psichiatrico);
-riflessioni storiche (le streghe, l’origine dei manicomi, razzismo e psichiatria sempre insieme);
-considerazioni sull’uso della psichiatria per le persecuzioni sia all’Est come all’Ovest, sui rapporti fra biologia, genetica e psichiatria, sull’arbitrarietà dei concetti di saggio e folle, normale e anormale, sano o malato di mente;
-utili e puntuali riferimenti letterari: Shakespeare, Dostoevskij, Cechov (Reparto n.6), Ernest Toller (Oplà, noi viviamo), Nietzsche, Gogol’.
Le citazioni molto precise e le critiche documentate ai teorici e ai sostenitori della psichiatria sono il modo scelto da Antonucci per ritrovare un filo conduttore tra passato e presente, per inserire in un quadro generale la sua esperienza, che parte non da posizioni teoriche precostituite ma dall’analisi rigorosa della realtà: la sua negazione della psichiatria è fondata su 200 certezze, tanti quanti sono i suoi attuali pazienti di Imola “liberati”.

Le cartelle cliniche
Contro la psichiatria c’è un’altra “prova documentale”, impressionante e inconfutabile nella sua nuda eloquenza: sono le cartelle cliniche riferite a persone, che attualmente vivono nei reparti “aperti” degli ospedali psichiatrici “L’Osservanza” e “Lolli” di Imola, affidati ad Antonucci.
Sono documenti che si commentano da soli e dimostrano nei fatti la funzione repressiva della psichiatria. Dietro le più assurde e immotivate diagnosi c’è sempre una storia fatta di emarginazione e di sfruttamento sociale e culturale, di drammi familiari ed affettivi. La malattia di mente o malattia mentale non va confusa con le malattie del cervello di pertinenza della neurologia. Ma la cura delle malattie reali, che hanno una spiegazione fisiologica, comincia appunto quando finisce la psichiatria, quando si supera il pregiudizio della malattia mentale.
Non è un caso che in apertura della maggior parte delle cartelle cliniche leggiamo: Condizione sociale: povero. Cultura: analfabeta. Professione: bracciante, disoccupato, casalinga. Gli emarginati in manicomio sono vittime proletarie della discriminazione e della violenza della società, sono “detenuti innocenti” che attendono una liberazione.

Le poesie

Fanno da contrappunto alle cartelle cliniche alcuni testi poetici di Antonucci, che . Il ricorso alla poesia, per Antonucci, è un “urlare dai tetti”, un modo per riacquistare il diritto di parola, per trovare un varco linguistico, uno spiraglio di libertà nell’universo manicomiale. E’ il caso qui di ricordare l’intervento di Ernesto Balducci al Festival dell’Unità di Firenze dell’’85 a proposito di “poesia della liberazione”: ‘Più l’uomo geme sotto il peso di una cultura che non è la sua, più si sente colonizzato dalla cultura imposta e più sente il bisogno della parola che liberi, sente dentro di sé il fremito delle ali della poesia che vorrebbero aprirsi..’. (cfr. “Collettivo R” n. 39, pp 46-49).



Saggi, testimonianze, interviste

Leggi l’articolo completo »

Pubblicato il 2 aprile, 2018
Categoria: Notizie

Dialogo aperto – Eugen Galasso






“Dialogo aperto” è denominazione aperta , certo ispirata dall’idea di dia-logo (“riflessione a due”, letteralmente, ma anche “conversazione a due”), che la psicologia mutua ampiamente da Martin Buber, pensatore ebreo viennese, che era anche, lato sensu, “psicologo”, la cui opera era/è stata e tuttora è ancora ampiamente fraintesa.  Di dialogo aperto si inizia a parlare negli anni Settanta (ma in un manuale accademico “ufficiale” di psicologia clinica o di psichiatria non sperate di trovare qualcosa a riguardo): esso (è metodo ma anche teoria e pratica viventi) si svolge nel Nord della Finlandia, meglio in Lapponia occidentale, ma anche terapeuti americani(anzi soprattutto americani, intendendo gli States) vi si recano da anni, pur se non in grandi masse (sono esperienze di nicchia, bisogna pur dirlo…). Ora la psichiatria USA è ampiamente differenziata, certo non riproduce più lo schema di “One flew over the Cuckoo’s Nest”(Qualcuno volò sul nido del cuculo”), noto per il film di Forman del 1965, ma tratto dal libro di Ken Kesey del 1962, riferito alla sua (ovviamente ancora precedente) esperienza di volontario in una clinica USA, dunque ben precedente al 1975 del film. Il dialogo, da ciò che si apprende dal filmato https://www.youtube.com/watch?v=Av-0_DXM4fI&app=desktop peraltro lungo ed efficace, ossia finalizzato a mostrare quanto bisogna mostrare-dimostrare, è reale e coinvolge tutte le persone “attrici” del processo, ossia terapeuti e pazienti, non è un “teatrino” ad uso di chi guarda e deve essere convinto. Si raccontano storie e sviscerano problemi, diciamo così, in breve. Quanto invece rimane “aperto” (mi scuso per il bisticcio di parole) è l’apriori per cui si parla sempre, da parte di tutti/e di “psichiatria”, “psicosi”etc., lemmi e dunque concetti che per es. il compianto Giorgio Antonucci, cui l’opera del “Centro di relazioni umane” si ispira da sempre, non accettava per nulla, non dava assolutamente per scontati, anzi. Questione meramente terminologica o invece di fondo? Francamente in assenza di una verifica in loco, per me attualmente molto difficile, non saprei dire né decidere.    Eugen Galasso

Pubblicato il 29 marzo, 2018
Categoria: Notizie

Aaron Esterson: un precursore di Giorgio Antonucci – Eugen Galasso





Tra gli antesignani delle teorie di Giorgio Antonucci ricordiamo abitualmente, a ragione, Michel Foucault a livello storico-epistemologico e gli antipsichiatri Ronald Laing e David Cooper, britannici  e naturalmente Thomas Szasz, statunitense, di origini ungheresi-ebraiche, senz’altro l’antesignano più diretto, anche perché in stretto legame con Antonucci.  Ma, in realtà, dovremmo fare anche un altro nome:  Aaron Esterson, britannico di origini ebraiche, vicinissimo a Laing e Cooper, ma ingiustamente meno famoso dei due autori citati. Eppure Esterson, in “The Leaves of Spring. A Study in the Dialectics of Madness” (1970), reso in italiano come “Foglie di primavera”(Torino, Einaudi, 1973), contrapponendo un approccio dialettico-esistenziale a uno meramente analitico, a partire dall’analisi, dialetticamente “smontata” della presunta schizofrenia di Sara Danzig, ragazza di famiglia borghese considerata prima “pigra” poi “matta” dai familiari, mostra come siano solo le proiezioni dei familiari ad etichettarla come tale. Ecco alcune proposizioni significative del testo: “Il semplice modo positivista di vedere le persone e di rapportarsi ad esse viene inculcato o rafforzato  nello psichiatra durante la sua preparazione. Gli si insegna a scoprire -a “diagnosticare”- le persone i cui pensieri e le cui azioni non si conformano alla norma istituzionale quasi allo stesso modo in cui una volta si insegnava ai preti a smascherare le streghe e ai nazisti e ai sudafricani a scoprire gli appartenenti a una razza inferiore” (op.cit, in traduzione, p.274). ”Fantasie non verificate”, dunque, quelle degli psichiatri, cui però Esterson qui riconosce ancora il fatto che “credono di avere a cuore il bene della persona loro affidata” (ibidem).  Ma Esterson, quasi come clausola prudenziale, aggiunge che “la mia non è, naturalmente, un’argomentazione contro il fatto che ci siano delle persone folli” (cit., p.275), pur se dalla sua argomentazione complessiva sembra emergere che non ve ne siano – per cui ho parlato di “clausola prudenziale” almeno probabile. Chi però, con Szasz ma indipendentemente dalla riflessione dell’autore del “Mito della malattia mentale” sgombra completamente il campo dall’esistenza di malattie mentali è proprio Giorgio Antonucci, che, da medico con formazione psicoanalitica, dimostra la non scientificità della psichiatria in modo totale.   Eugen Galasso

Pubblicato il 19 marzo, 2018
Categoria: Notizie

Intervista a Giorgio Antonucci a cura di Radio Città di Bologna



Gennaio 1983





R.C. = Giorgio Antonucci è un medico ed è responsabile di tre reparti di lungodegenti di un ospedale psichiatrico. Questo ospedale si chiama “Istituto psichiatrico Osservanza”. Raccontaci che cos’è quest’istituto.

G.A. = L’Istituto psichiatrico Osservanza è il manicomio delle province di Ravenna e di Forlì, cioè di tutto il territorio della Romagna, si può dire ex manicomio perché ora, secondo la nuova legge del’78, nessuno giustamente può essere internato qui dentro.

R.C.= Questo manicomio, questo ex manicomio è nella città di Imola. Imola era una città famosa perché di istituzioni psichiatriche ce n’erano parecchie. C’è anche un luogo comune “A Imola sono tutti matti” si diceva una volta, proprio perché oltre all’Osservanza c’era anche il Lolli. Il Lolli cos’era invece?

G.A.= Il “Lolli” era il manicomio di una parte dei cittadini di una parte della provincia di Bologna.

R.C. = Quindi c’era una divisione, insomma.

G.A.
= Si tra il Lolli e il Roncati, perché la provincia di Bologna aveva due manicomi.

R.C. = Tu lavori qui?

G.A. = Io lavoro qui dal 1973.

R.C. = E nel 1973 la “180” che è poi la legge alla quale ti riferivi prima, quando hai parlato della legge del’78, non c’era ancora.

G.A. = No infatti viene nel ’78, c’era invece già, a partire dagli anni ’60, un movimento culturale anti istituzionale, con cui io ho lavorato. Io ho lavorato qualche mese nel’69 a Gorizia con Basaglia.
R.C. = Poi cosa hai fatto dopo?

G.A. = Dopo ho lavorato tre anni a Reggio Emilia, nel territorio della montagna come medico responsabile di quella parte del territorio della provincia di Reggio Emilia, e poi nel ’73 sono venuto qua.

R.C. = Qual’era la situazione qua dentro allora? Sono quasi dieci anni. Quando sei arrivato cosa hai visto?

G.A. = Ho visto appunto che si trattava di un manicomio secondo tutte le regole: cioè di un insieme di reparti con allora mille e quattrocento persone, tutte regolarmente rinchiuse, e oltre che rinchiuse anche legate nei letti, sotto psicofarmaci, sotto controllo da tutti i punti di vista.

R.C. = A te sono stati affidati fino da allora, credo, comunque tu hai scelto la gestione di tre reparti. Prima abbiamo fatto un giro insieme, poi magari dopo facciamo un altro giro e faccio qualche domanda a qualcuno. Questi reparti sono il diciassette, che è un reparto totalmente di uomini; il dieci che è un reparto di donne; poi il quattordici quest’ultimo è quello che una volta era il reparto “delle agitate”, m’hai raccontato prima…

G.A. = Infatti, quando sono venuto qui, siccome il mio modo di pensare è sempre stato un modo di pensare critico non solo nei riguardi dell’istituzioni, ma anche nei riguardi della psichiatria come tipo di cultura, allora io ho chiesto e ottenuto di prendere il reparto ritenuto peggiore da tutti gli altri, cioè il reparto di quelle persone che loro ritenevano le più pericolose, e ho cominciato ad aprirlo, e come tu hai veduto, ora è aperto, ma da tanti anni. Aperto secondo me, significa non soltanto con le porte aperte sempre, ma significa anche con le persone ricoverate considerate come cittadini a tutti gli effetti e come persone uguali agli altri, a parte l’esperienza negativa che hanno dovuto, nonostante la loro volontà, subire.

R.C. = Ecco io farei una cosa, starei un attimo ancora sulla parola “aperto”, perché di manicomi aperti se n’è sentito parlare spesso, e credo che la gente, quando pensa a manicomio aperto, pensa a persone un po’ strane che girano per la città. Però magari si chiede poco come fanno a stare lì, attraverso che sistemi… Allora puoi un attimo spiegarci bene, più esattamente cosa vuol dire aperto? Nei tuoi reparti come funziona questa apertura? Cosa significa concretamente?

G.A. = Ecco ho già accennato prima al discorso, cioè il discorso anti istituzionale è un discorso secondo me, a metà, nel senso che fa una critica alla istituzione manicomiale, ma non fa una critica completa alle cause dell’esistenza dei manicomi. Le istituzioni psichiatriche esistono perché la psichiatria pensa che ci sono delle persone diverse dalle altre, e più precisamente, in qualche modo, inferiori alle altre, che non possono essere responsabili di se stesse. Non importa se questa inferiorità viene stabilita a livello organico, biologico oppure a livello genetico oppure a livello psicologico: si parla di persone inferiori che devono essere controllate. Io penso che non ci sono persone inferiori che debbono essere controllate, ma penso che ci siano delle situazioni sociali difficili, in cui quelli che hanno meno potere finiscono per essere considerati in questo modo. Per cui si tratta di persone come le altre a livello appunto sia biologico sia psicologico, soltanto che non sono alla pari delle altre perché si sono trovati in condizioni sociali di grande svantaggio.

R.C. = Ho capito. Senti una cosa, quanta gente c’è dentro i tuoi reparti?

G.A. = Sono tre reparti perché dopo il quattordici ne ho presi altri due, via via attraverso il tempo, sono tre reparti e ci sono ancora centoventi persone, due reparti donne e un reparto uomini.

R.C. = Cos’è che vuol dire ancora? Cioè spiega un attimo questa cosa, la gente pensa anche che i manicomi non ci sono più, tu invece anche adesso parli tranquillamente di istituzione psichiatrica, di manicomi. Allora la “180”, quella che aboliva i manicomi, per capirci, in realtà che cosa ha fatto?

G.A. = Dunque la “180” è intervenuta per aprire un diverso tipo di cultura, anche se con alcune contraddizioni. Se quando si dice che non ci sono più i manicomi s’intende che non si entra più nelle vecchie istituzioni psichiatriche questo è vero, salvo eccezioni arbitrarie, è vero perché la “180” stabilisce che nei vecchi manicomi non entra più nessuno, e questo in generale si verifica. Però primo ci sono tutte le persone che erano entrate prima della legge…

R.C. = …sono quindi quelle di cui tu ti occupi

G.A.
= Si quelle di cui mi occupo. In secondo luogo queste persone possono essere trattate in vario modo, quelle che sono rimaste dentro, cioè possono essere trattate come cittadini che devono costruirsi delle prospettive di vita, oppure possono essere trattate come persone, come dicevo prima, incapaci, che devono essere tenute da qualche parte. Allora i manicomi ci sono dappertutto in Italia: ci sono le vecchie istituzioni con un gran numero di lungodegenti, di cui soltanto pochi sono trattati come debbano essere trattati dei cittadini a tutti gli effetti. In più c’è da dire che per quanto riguarda gli internamenti, purtroppo, siccome la legge 180 secondo me dev’essere ancora perfezionata o meglio sostituita in seguito da una legge ancora più avanzata, è ancora possibile, sia pure con alcune garanzie formali, l’internamento, non più nei vecchi manicomi, ma in nuovi reparti di ospedali civili, che però finiscono per essere uguali ai vecchi manicomi.

R.C. = Sostanziamente se oggi una persona quindi assume un comportamento in qualche modo ritenuto deviante viena presa e portata in un ospedale civile all’interno del quale c’è un reparto….

G.A. = …anche con la forza, e questo è il punto. Io mi sono battuto, in questi anni, dal ’69 in poi, contro i ricoveri obbligati, anche se la legge in qualche modo li ammette; mi sono battuto contro questi perché dai ricoveri obbligati deriva la deportazione forzata di certe persone, ripeto, in situazione di svantaggio sociale. Allora la deportazione con l’inganno e con la forza di persone in determinati reparti, comunque si chiamino, è la ricostruzione del manicomio.

R.C. = Senti quelli che sono qua dentro, da quanti anni ci sono?

G.A. = Alcuni stanno qui dentro da venti-venticinque anni, si arriva anche a sessanta anni di ricovero, un paziente del reparto diciassette fu ricoverato dopo la prima guerra mondiale.

R.C. = Prima ho fatto un giro: ho visto qualche infermiere, ho visto anche non una particolare presenza di infermieri. Poi “aperto” vuol dire per esempio che nei tuoi reparti le grate alle finestre non ci sono, e ci sono invece nei reparti vicini. Poi ho visto che dentro i tuoi reparti ci sono delle poltrone, ci sono dei videogiochi, ci sono dei flipper, ci sono delle televisioni, ci sono delle sale che in qualche modo cercano di imitare quello che è un soggiorno, oppure un classico bar, ci sono dei biliardi… Io ho visto là della gente che sta seduta: ti voglio chiedere due cose. La prima è come hai fatto a togliere le sbarre e a fare tutto il resto, concretamente proprio; e poi voglio chiederti se questa gente che ho visto lì soffre molto o soffre poco.

G.A. = Per il primo punto: da quando sono venuto qua mi sono battuto anche con gli amministratori per ottenere demolizioni di muri, asportazioni di inferriate, cioè uno dei compiti è la distruzione di un ambiente carcerario, ed è un compito difficile perché non sempre si tiene questo, quello che si vuole. Comunque si possono pure immediatamente aprire le porte, anche prima di togliere le inferriate e buttare giù i muri.

R.C. = Dicevi cose belle prima durante la visita. Dicevi :”Tutte le porte devono essere aperte, non solo una porta”. Ora noi non abbiamo una televisione per riprendere quello che abbiamo visto, ma vale la pena di descriverlo un attimo. Ogni palazzina ha diverse porte di uscita. Allora il problema è quello di aprirle tutte, di far in modo che la possibilità di uscita sia reale e non formale.

G.A. = Certo, e questo è il punto di distruzione della psichiatria come imprigionamento. Perché poi è inutile che le porte siano aperte se si continua a esercitare altre forme di controllo. Perché la psichiatria ha tre tipi di controllo: 1) controllo fisico che va dalle porte chiuse alla camicia di forza alla cintura di contenzione; 2) controllo …

R.C.
= C’erano queste cose quando sei arrivato?

G.A. = Certo c’erano e in altre strutture psichiatriche, manicomiale o di ospedale civile, ci sono ancora.

R.C. = Anche qui dentro?

G.A. = Anche qui dentro certo. Allora c’è un controllo a livello di struttura fisica: mezzi meccanici di controllo. Poi un secondo aspetto del controllo psichiatrico è il controllo farmacologico, vale a dire limitare le persone nella loro capacità per mezzo dei farmaci: gli stessi psichiatri parlano di neuroplegici, cioè paralizzanti delle funzioni nervose. Un terzo tipo di controllo è il controllo psicologico, che poi nei manicomi in una parola sola è paura terrore vale a dire si tengono le persone nella paura di prendere delle iniziative. E’ chiaro che se tutte le porte sono aperte ma si riempiono le persone di psicofarmaci o si impauriscono ricattandole naturalmente è inutile che le porte siano aperte: allora va demolita la psichiatria a livello di controllo meccanico e fisico, a livello di controllo farmacologico, e a livello di ricatto psicologico.

R.C. = Dimmi anche come hai fatto, ti avevo chiesto, a mettere dentro tutte quelle cose, quei flipper e tutto il resto. Chi ha pagato? Chi ha deciso? Come avete fatto?
Leggi l’articolo completo »

Pubblicato il 1 marzo, 2018
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo