Considerazioni sul “senso-complesso di colpa” – Eugen Galasso




David Oakill


Un’argomentazione di Giorgio Antonucci mi ha sempre creato problemi: la sua negazione del concetto, che psicanalisi (anche non di osservanza freudiana) ma anche psicologia tout court ormai accettano. Non l’accetta, ora credo di aver capito che cosa intendesse, in quanto condizionamento culturale, induzione a colpevolizzarsi, data dal contesto, non qualcosa di immanente alla psiche del singolo. Può essere, ovviamente, che mi sbagli (nei suoi testi il dottor Antonucci non svolge in extenso l’argomentazione, probabilmente presupponendola), ma credo proprio che sia questo il senso della sua riflessione, mirante a liberare chi è sanzionato dalla società e dalla cultura quale “folle” (quando va “bene”) o “pazzo/a” quando cultura e società sono più rozze e crudeli… Proporre il dialogo, la conversazione (socratica) al posto della contenzione, magari apparentemente “soft” vuol dire liberare quanto alla persona (o individuo, non è il caso di “sofisteggiare” su una parola) viene imposto, in maniera più o meno “surrettizia”, in realtà molto cogente. E Antonucci era molto attento a non demistificare un senso (o complesso) di colpa che rischiava di tornare fuori con inaudita violenza, anche da quando Freud l’aveva ristretto nell’ambito , anzi nel recesso più oscuro del Superego.    Eugen Galasso

Pubblicato il 17 maggio, 2019
Categoria: Immagini

Conversacion entre Guillermo Vera y Massimo Paolini – Espacio e ideas – Prospectivas anomales



“La posición del manicomio en mi trabajo se inscribe en el análisis de los lugares de la ciudad y la búsqueda de los fundamentos que legitiman su existencia, llegando a la raíz, a las razones de su nacimiento, y cuestionando su legitimidad. El manicomio, así como otros lugares de aniquilación —el campo de concentración, argumento de mi último artículo, el matadero, tema de futuros artículos— permite entender la violencia de nuestra época: invisible, disfrazada, anestesiada.”





“GV: . ¿Cuál es el contexto que elimina hoy en día la psiquiatría? ¿Qué interés hay en eliminar el contexto?”
“…El conocimiento es la mano que agarra la máscara, que aparta la cortina. Por eso considero importante el trabajo de Antonucci, así como el de Ivan Illich, otro humanista radical. Hasta que no se alcance un cambio profundo en la educación —que no significa reformar la escuela— no sólo no se podrá arrancar las máscaras del poder, sino que ni se podrá verlas. Eliminar la psiquiatría significa, como dice Antonucci, enfrentarse a la verdad.”

…”GV: Apuntas también que . ¿De qué manera? ¿Nos afecta a todas y a todos por igual? ¿Cómo influye la clase social?”
…MP: El manicomio no es un edificio, es un criterio, como siempre repetía Antonucci. Hoy en día el manicomio ha cambiado de nombre, diluyéndose en otros espacios cuya naturaleza es exactamente la misma. El criterio sigue siendo el mismo, es decir la coerción bajo la forma de la hospitalización forzosa. En palabras de Antonucci, «hasta que no se elimine el juicio psiquiátrico, la realidad de la segregación seguirá desarrollándose dentro y fuera del manicomio».”


GV: ¿Ha habido continuación del pensamiento y la práctica no-psiquiátricos en la línea de Antonucci? ¿Qué es hoy el Centro di Relazioni Umane?

MP: Hasta donde yo sé la única continuación de la práctica no-psiquiátrica antonucciana es la de Maria Rosaria d’Oronzo, psicóloga y colaboradora de Antonucci, quien compartió con él los últimos años de la experiencia de los pabellones abiertos de dos hospitales psiquiátricos de Imola, que Antonucci había desmantelado en los años setenta. En 2005 Maria Rosaria d’Oronzo fundó en Bolonia —con la colaboración de Antonucci— el Centro di Relazioni Umane, cuyo nombre es un homenaje al pabellón del hospital civil de Cividale del Friuli, del que se habla en el libro, que Edelweiss Cotti creó en 1968 como alternativa a los internamientos en manicomio, cerrado por la policía por su carácter subversivo. El centro de Bolonia se ocupa de liberar a las personas de la psiquiatría. La finalidad del proyecto editorial es precisamente difundir el trabajo de Antonucci para que nuevas generaciones de otros países sigan su camino hacia la eliminación de la psiquiatría y la creación de una cultura nueva. ”


L’intervista completa
https://www.perspectivasanomalas.org/2019/05/14/conversacion-entre-guillermo-vera-y-massimo-paolini-%c2%b7-espacio-e-ideas/?fbclid=IwAR3KG03Ju3RcLsa4jIk4QFWd_GTJG6lqKzLSlR-vG52uoO1CVow_baP6y8I

Pubblicato il 14 maggio, 2019
Categoria: Notizie

La critica alla psichiatria di Giorgio Antonucci – Incontro al Vag61, Bologna





Organizza: il Centro di Relazioni Umane di Bologna e il Centro di Documentazione dei movimenti “Lorusso-Giuliani” ed il Vag61
venerdì 10/5 dalle ore 18 c/o il Centro Sociale Vag61 via Paolo Fabbri 110, zona San Donato, Bologna
Un approfondimento su la critica psichiatrica di Giorgio Antonucci
 

La parola a Giorgio Antonucci:
proiezione del docufilm, di Laura Mileto e Alberto Cavallini, Rai Storia, “Se mi ascolti e mi credi. Giorgio Antonucci, un medico senza camice “ sulla vita lavorativa del dottor Antonucci, scomparso a novembre 2017;

http://www.raistoria.rai.it/articoli/se-mi-ascolti-mi-credi/38025/default.aspx

 

interverranno:
Massimo Golfieri, fotografo e collaboratore di Antonucci, con un racconto fotografico della pratica di Antonucci negli ospedali psichiatrici di Imola
Sadi Marhaba, docente universitario di Psicologia: “ Quale psicoterapia? ha senso parlare di terapia per le le difficolta’ esistenziali ? ”
Maria Amato, magistrato: “ La costruzione, dal punto di vista della giurisprudenza, della figura del malato di mente “
Valerio Monteventi che con il periodico “ Mongolfiera “ per anni ha seguito il lavoro e le difficolta’ nell’attuarlo, a causa anche della resistenza delle istituzioni,  del dottore
Maria D’Oronzo, psicologa, collaraboratrice di Antonucci dai primi anni ’90; fondatrice del Centro di Relazioni Umane di Bologna
Andrea Mele, utente della psichiatria liberato da Antonucci e D’Oronzo
 

 
Durante la serata sara’ possibile cenare al Vag61.
 

Per conoscere l’opera del dott. Giorgio Antonucci:  
http://centro-relazioni-umane.antipsichiatria-bologna.net/ 
https://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Antonucci

www.giorgioantonucci.org




Pubblicato il 8 maggio, 2019
Categoria: Notizie

Ricordo di Gino Stefani






Gino Stefani e Stefania Guerra Lisi hanno fondato il metodo Globalità dei Linguaggi in MusicArTerapia, di cui Giorgio Antonucci era orgoglioso di far parte del comitato scientifico. Giorgio Antonucci ha dato testimonianza a Stefania Guerra Lisi e al metodo Globalità dei Linguaggi con il “Premio Giorgio Antonucci, per i difensori dei diritti umani”.


Ciao Gino





Anni fa ebbi l’opportunità di incontrarlo, purtroppo non di conoscerlo, durante la festa conclusiva del master di MusicArTerapia a Roma, specializzazione conseguita da mia figlia. Nel suo corso lui insisteva su due figure preminenti del novecento musicale: Luciano Berio, di cui fu amico per tutta la vita, e John Coltrane. Fatto questo che lo portava con curiosità e simpatia ad indagare sul motivo (religioso o musicale ?) del nome (Naima) di mia figlia.


Oggi solo Il Giornale della Musica lo ricorda con le parole di Jacopo Tomatis:

Era entrato in coma qualche giorno fa, Gino Stefani, ed è morto ieri (7 aprile) a 89 anni, a Roma.


Musicista (era diplomato in composizione, polifonia vocale e clarinetto) e musicologo, semiologo della musica e tra i fondatori della disciplina in Italia, Stefani è stato un protagonista – spesso in disparte – del secondo Novecento musicale italiano; un modello di intellettuale civile, impegnato ma allo stesso tempo lontano dal “mainstream” politico (e, in fondo, anche musicologico).


Nato nel 1929, dopo la guerra Stefani comincia presto a suonare il clarinetto in numerosi complessi, e nel 1948 è a fianco di Giorgio Gaslini, con cui incide alcuni dischi pionieristici per gli sviluppi del jazz italiano. Negli anni successivi diventa anche autore di canzoni (per esempio per Nicola Arigliano e Joe Sentieri).


Nel 1977 Stefani entra al DAMS di Bologna, dove rimane fino al 2001. La sua disciplina è la semiologia della musica, che lui stesso contribuisce ad affermare, soprattutto in Italia. Il suo modello della «competenza musicale», delineato nei primi anni ottanta, rimane ancora oggi grandemente efficace e influente, e contribuisce a fare di Stefani anche uno dei pionieri dei popular music studies in Italia.


Si dedica in seguito anche alla musicoterapia, e dal 2002 è Roma, dove coordina il Master in MusicArTerapia a Tor Vergata, collaborando soprattutto con Stefania Guerra Lisi (sua compagna).


Il suo magistero – per i molti suoi allievi – rimane un modello di impegno civile e apertura mentale, per la comprensione del mondo in cui viviamo, attraverso il suono.


Link:

https://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Stefani


https://www.giornaledellamusica.it/news/addio-gino-stefani


https://traccedijazz.com/2019/04/08/ciao-gino/?fbclid=IwAR0KRl0JNfvINGbM2KbBcpMj1M2gDzSHJDaPl5wKj4XQF-fW_8FxrKjAfh8

Pubblicato il 12 aprile, 2019
Categoria: Notizie

Dacia Maraini – “La grande festa” – racconta l’incontro e il lavoro di Giorgio Antonucci




…Sono corsa all’ospedale psichiatrico e l’ho trovata lì, legata mani e piedi, su un lettuccio di ferro. Tremava, aveva gli occhi spenti e mi guardava senza riconoscermi.
“Che t’hanno fatto?”
Ma non rispondeva.
Sono andata alla direzione. Ho contrattato la sua uscita. Se mi prendevo tutte le responsabilità, si poteva fare. Ho firmato.
“Ma ancora per tre giorni deve rimanere in osservazione”.
Per tre giorni sono andata a trovarla mattina e sera. Riprendeva a mangiare, anche se assomigliava più a uno zombi che a una persona. Doveva nutrirsi con le posate di plastica perché non si fidavano.
“Dobbiamo cautelarci, potrebbe ritentare il suicidio.” Capivo che era il metodo peggiore, ma non potevo mettermi contro l’ospedale intero.

Anni dopo avrei trascorso ore e ore all’ospedale di salute mentale di Imola, dove ero andata per seguire il lavoro di uno psichiatra fiorentino durante una inchiesta sugli ospedali italiani. In quell’occasione ho conosciuto Giorgio Antonucci, un uomo coraggioso che ha slegato i “matti” considerati irrecuperabili e li ha riportati alla vita comunitaria.
Succedeva ai tempi in cui Basaglia, cominciava a preparare la sua proposta di legge, quando ancora i manicomi erano delle pregioni, con sbarre di ferro alle finestre, e chiavistelli a tutte le porte.
Nel manicomio di Imola c’era un reparto di cosiddetti “irrecurapibili” tenuti nudi legati ai letti. Quando un infermiere si avvicinava, loro sputavano, mordevano, a qualsiasi ora se la facevano addosso e per questo stavano incatenati a quei letti con un buco nel materasso e un secchio che raccoglieva le loro feci e l’orina. Rifiutavano di mangiare e per fare loro ingollare un poco di cibo spesso gli infermieri erano costretti ad aprire i denti con un arnese di ferro che li spezzava. Tutti temevano “i pazzi furiosi” e non li lasciavano mai liberi perchè “se li slacci ti sbranano, sono inferociti”.
“Per forza!” diceva Antonucci serafico “sono arrabbiati per il trattamento che subiscono, e hanno tutte le ragioni”.


Leggi l’articolo completo »

Pubblicato il 26 marzo, 2019
Categoria: Immagini, Notizie, Testi, Testimonianze

Piero Colacicchi ricorda l’incontro con Giorgio Antonucci. Conversazione con Piero Colacicchi, di Maria Rosaria D’Oronzo.

 




Opera di Piero Colacicchi : “Mangiavo strisciando nel cortile come una biscia”. Il titolo dell’opera è tratto da una poesia di Giorgio Antonucci
 


Domanda – Mi dicevi che il lavoro di Giorgio Antonucci è stato importante per te perché ti ha portato ad avvicinare la questione psichiatrica in modo del tutto nuovo. E’ vero?



Risposta – Certo. Giorgio l’ho conosciuto al San Salvi, il manicomio di Firenze, dove io ero stato invitato da un’assistente sociale, Vivian Benhaim, che avevo conosciuto in occasione di una mostra che avevo organizzato a Firenze, nel 1964, sul razzismo di cui erano vittime i neri negli Stati Uniti.
Io insieme a degli amici avevamo messo su questa mostra di pittura e di documenti che provenivano direttamente dal sud degli Stati Uniti, dove ancora c’era una segregazione molto forte… Ecco, io qui a Firenze, dove insegnavo italiano in una scuola americana, avevo conosciuto una ragazza che veniva dal Mississippi e ci aveva lavorato come parte di una associazione non governativa antirazzista nata in alcune università. Tre ragazzi che facevano parte della sua organizzazione e che lei conosceva erano stati presi dal Ku Klux Klan e ammazzati. Era la storia su cui è stato fatto il film, “Mississippi burning”. Dopo quell’esperienza lei era venuta a Firenze per studiare e durante le lezioni aveva raccontato questa sua storia. Allora, insieme ad un altro insegnante, decidemmo di fare qualcosa per dare una mano a questa gente che lavorava laggiù in condizioni di enorme pericolo e pensammo di tirar su dei soldi organizzando una mostra vendita di opere d’arte. La mostra avrebbe contenuto anche un’importante parte documentaria con cui volevamo far conoscere in Italia il razzismo esistente in America contro i neri. In Italia, a quell’epoca, quando si parlava di razzismo si intendeva più che altro antisemitismo, mentre il razzismo in termini più generali veniva affrontato da pochi e quello americano in particolare non si conosceva. Ripeto il razzismo come concetto generale e il razzismo nei confronti di neri americani non erano temi di cui si discutesse molto mentre quest’ultimo, secondo noi, era un tema importante sia perché permetteva di allargare la questione fuori dei limiti nazionali sia perché noi, in Italia, avevamo una visione piuttosto idealizzata dell’America per il fatto che gli americani ci avevano liberato.
Domanda – In Italia non c’è la percezione del razzismo neanche oggi però qui parliamo del 1964, un periodo in cui in Italia c’era una forte migrazione dal Sud verso Nord e il razzismo verso i meridionali, sia in Italia che in Svizzera, in Germania e in molte altre zone del nord, già si manifestava.


Leggi l’articolo completo »

Pubblicato il 17 marzo, 2019
Categoria: Immagini, Testi, Testimonianze

Elettrochoc: Antonucci “Stop alle costrizioni” – Cassano “Non è uno strumento di tortura”


Elettrochoc: dibattito: Giorgio Antonucci, contrario – Gian Battista Cassano, favorevole.


Quotidiano “La Nazione”, “Il resto del Carlino”, “Il Giorno”.
Domenica 24 febbraio 2008









Pubblicato il 16 marzo, 2019
Categoria: Immagini, Notizie, Testi

L’eterno mito della malattia mentale – Eugen Galasso






L’abuso di espressioni come “pazzo”, “folle” etc. non ha più notizia: poco tempo fa, Jacopo Fo, in un dibattito TV (non si capisce chi lo abbia nominato opinionista politico fisso, in base a quali meriti -
forse familiari…) affermava che in fase di scelta per gli iscritti o i candidati alle elezioni per i “5 Stelle”.  Da marxista non ho simpatia per il movimento; ciò che mi preme rilevare è piuttosto l’ossessione, la fobia (mi si conceda…) per il termine “pazzo, pazzi” etc. Sembra proprio, ormai, che la condanna della cosiddetta “pazzia” sia nuovamente invalsa, come fosse un dato di fatto, come se fosse acquisita da tutti. Sembra che siano passati decenni se non secoli dalla scomparsa di un Thomas Szasz (scomparso l’8 settembre 2012) e di Giorgio  Antonucci (morto il 18 novembre 2017). Entrambi avevano autorevolmente combattuto il concetto (il “mito”, diceva Szasz) della malattia mentale, ma a molti fa invece comodo che tale mito venga prolungato, anzi magari anche “eternato”….   Eugen Galasso

Pubblicato il 22 febbraio, 2019
Categoria: Testi

Intervista di Massimo Paolini a Giorgio Antonucci





“Le altre branche della medicina hano un contenuto ed una struttura scientifica invece la psichiatria non ha nè un contenuto nè una struttura”….”Alla Facoltà di Antropologia il prof don Parenti mi prese come assistente di Antropologia Culturale, perchè secondo lui ero un iniziato a questa disciplina, così inizia ad interessarmi del confronto delle varie culture”…”Ad esempio quello che è ritenuto saggio in una cultura è ritenuto assolutamente impraticabile in un altra. Se uno vive insieme ai buddhisti e poi viene a vivere in Italia o in Francia si trova in difficoltà perchè deve cambiare un sacco di modi di pensare. Questo discorso importante faceva vedere che il mondo è fatto di tante culture, di tante pratiche diverse, di tante morali diverse perciò anche di tante filosofie differenti. Questa è già una premessa importante”…
https://soundcloud.com/perspectivasanomalas/entrevista-a-giorgio-antonucci-parte-1-primeras-experiencias-con-la-psiquiatria-mts4-it?in=perspectivasanomalas/sets/espacio-e-ideas-entrevista-con




“La malattia è una modificazione dell’organismo che se non viene fermata nel suo processo finisce di portare alla morte”….”Mentre le esperienze personali si cominicano attraverso il linguaggio”…”Quando sono andato a Gorizia ho introdotto questo fatto”.

https://soundcloud.com/perspectivasanomalas/entrevista-a-giorgio-antonucci-parte-2-it?in=perspectivasanomalas/sets/espacio-e-ideas-entrevista-con



…”Il nostro unico scopo era di parlare con loro per capire quali erano i problemi, discutere dei problemi insieme, per risolverli. Questa non è nè psichiatria nè psicologia. E’ un rapporto tra persone. Si cerca insieme di chiarire il pensiero”…

https://soundcloud.com/perspectivasanomalas/sets/espacio-e-ideas-entrevista-con




“Quando una persona si rende conto che l’altro è interessato ai suoi problemi, cambia tutto”.
“Le persone fanno finta di non sapere, fanno finta di non capire, poi ognuno pensa, nella sua mancanza di senso critico “A me non può capitare perchè quelle sono altre persone”.
https://soundcloud.com/perspectivasanomalas/entrevista-a-giorgio-antonucci-parte-mts7

Pubblicato il 13 febbraio, 2019
Categoria: Audio

Recomponer la imagen, cuestionando el poder [Prólogo al libro ‘El prejuicio psiquiátrico’]



Existe una manera muy simple y eficaz para cambiar el significado de una imagen: consiste en separar una parte de la composición del contexto. De este modo, el fragmento aislado pierde su significado originario. Recortando la imagen, extrayendo una porción, rompiendo la unidad, queda un fragmento mudo, incapaz de comunicar su historia. El contexto llena de significación el fragmento, justificando su existencia en relación con el conjunto, permitiendo la comprensión.
Al desaparecer el contexto, la acción representada se vuelve un gesto pasible de ser deformado según la voluntad del observador. El acto en cuestión puede convertirse en lo que queramos ver, al antojo de cada uno.
Por ejemplo, la foto de un hombre o una mujer lanzándose por una ventana será la imagen de una persona con problemas psiquiátricos que, de repente, cumple un gesto incomprensible, in-sensato, si encuadramos exclusivamente a la persona asomándose a la ventana, o de ella cayendo. Sin embargo, si ampliáramos el campo visual para alcanzar una visión de conjunto, incluyendo los elementos que rodean a la persona, podríamos ver, por ejemplo, una fila de furgonetas de la policía, en equipo de guerra, a punto de desahuciar a la persona en cuestión, que ya no puede pagar el alquiler debido a que el edificio ha sido comprado por un fondo de inversión, que seguramente no paga impuestos, o bien por un banco rescatado con dinero público: conocer el contexto, por lo tanto, devuelve sentido al acto. Le devuelve la palabra, la capacidad de comunicar, le restituye lo que no se le había permitido expresar, mutilándolo.
El motivo real que explica el acto, en el hipotético caso en cuestión, es la situación de desprotección en lo que concierne a los elementos básicos necesarios para la vida, por ejemplo un hogar, que muchas personas experimentan en nuestra época, así como el problema concreto de la creciente iniquidad en la distribución de los recursos: dos fundamentos de la economía neoliberal. El conocimiento de los hechos concretos, las partes faltantes de la imagen, hace que los supuestos problemas psiquiátricos se derritan como nieve al sol.





La psiquiatría es el acto de eliminar el contexto, el recorte manipulador que silencia el poder desestabilizador de la fotografía. La psiquiatría no escucha, no quiere escuchar, no quiere conocer. Considera el fragmento, en general un comportamiento en apariencia injustificado o una idea en abierto contraste con las convenciones sociales o el moralismo, y lo silencia, sin interés por el complejo entretejido de relaciones, emociones, silencios, sentimientos, vicisitudes, caídas, desvíos, disenso, rebelión, desorientación, a veces muy complejo y difícil de entender, que la fotografía proporciona a un atento observador. De esta manera impide la comprensión de la historia y elimina a la persona.
Surgen varias preguntas: ¿qué imágenes, qué fotografías se fragmentan y recortan? ¿Cuáles personas, cuáles historias son silenciadas? ¿Quién es el autor de la manipulación de la imagen? ¿Quién impide a las personas contar su historia?
Volviendo a la imagen de la persona que se lanza por la ventana, el recorte que elimina la agresión policial dejando sin una causa aparente la búsqueda de la muerte, para luego dirigir el discurso hacia los problemas psiquiátricos de una persona enferma, será obra de, por ejemplo, un periódico de propriedad del mismo banco o fondo de inversión que desahucia a la persona. Es decir, la psiquiatría está al servicio del poder. Desde luego, es mucho más fácil eliminar rápidamente a las personas que denuncian problemas importantes de nuestra manera de vivir juntos que afrontarlos y solucionarlos, tal vez cambiando radicalmente la organización de nuestra sociedad, como por ejemplo garantizar a todas las personas, sin exclusión, un hogar y una distribución equitativa de los recursos del planeta.
Un claro ejemplo que ilustra la finalidad de la psiquiatría es la historia de Carlo Sabattini, descrita en el libro, el ecologista candidato en el partido de los Verdes italianos quien denunciaba graves crímenes ambientales con pruebas documentadas y difícilmente contestables. Sabattini levantaba cuestiones que habrían podido desestabilizar el entramado político-económico de Módena. Alguien con más poder, es decir el sector industrial responsable de los daños al ambiente con la connivencia del poder político —hoy en día un simple ejecutor del poder económico—, quería eliminar a Sabattini rápidamente. Pues entra en juego la psiquiatría, que recorta la imagen eliminando el contexto, o sea silencia la situación de los graves crímenes ecológicos denunciada por Sabattini, internándolo en un manicomio con el diagnóstico de altruismo morboso, como si el hecho de ocuparse de algo que no sea el simple beneficio personal que nos enseña continuamente nuestra sociedad fuese una enfermedad. Se define enfermo al que se quiere eliminar por vía extrajudicial. Giorgio Antonucci, quien fue el perito de la defensa de Sabattini, consiguió liberarlo del manicomio y, posteriormente, rehabilitarlo del diagnóstico psiquiátrico para que pudiese volver a ser parte de la vida social.
Éste es sólo uno de los muchos ejemplos documentados en el libro que enseñan la verdad de la psiquiatría. Pero la mayoría de las personas internadas son pobres, solas, marginadas. Ante esta soledad y desorientación, Giorgio Antonucci ha siempre actuado afrontando los problemas concretos de las personas en su contexto social, cultural y afectivo. En la entrevista publicada al final del libro Antonucci habla de cómo entró en contacto con la psiquiatría, aún antes de trabajar como médico internista y especializarse en psicoanálisis con Roberto Assagioli: cuando, aún estudiante, trabajaba en un centro que ayudaba a ex prostitutas a reintegrarse en la sociedad fue testigo de una discusión entre una chica ex prostituta y una mujer del personal. Al acalorarse la discusión, llegó una ambulancia y llevó a la chica ex prostituta al manicomio. Fue en ese momento que Antonucci entendió la esencia de la psiquiatría: la persona con más poder puede internar a la más frágil.
Los resultados del trabajo de Antonucci son evidentes comparando las pruebas documentales —los historiales clínicos de las personas internadas en el manicomio de Ímola, donde Antonucci trabajó en el desmantelamiento de cuatro pabellones, escritos por los psiquiatras antes de la llegada de Antonucci (quien siempre se ha negado a escribir historiales médicos, rechazando el diagnóstico)— con los resultados conseguidos con los mismos pacientes. Las personas liberadas son la prueba incontestable de la eficacia del trabajo de Antonucci, quien ha demostrado que se puede actuar de otra manera, como siempre decía. Su trabajo marca un antes y un después.
Espejos, imágenes
El manicomio es un lugar sin espejos. Al eliminar todos los espejos, la persona es privada de su imagen. Así que incluso la imagen de la propia persona es mutilada, al no poderse mirar en su totalidad, sino que a través de la visión de los fragmentos del propio cuerpo que el ojo puede ver cuando no se dispone de un espejo. Teresa, una de las mujeres que pasó más de veinte años internada en el manicomio de Ímola, la mayor parte del tiempo atada a una cama, antes de que Antonucci la liberara, pudo darse cuenta de su envejecimiento a través de un único elemento: sus manos. La visión del envejecimiento de sus manos era su única medida del tiempo.
Apertura de un nuevo camino
Valerio fue el último de los liberados del manicomio de Ímola. De sus 31 años de vida al momento de la liberación, había pasado 23 atado a una cama. En los historiales médicos los psiquiatras escriben: «Se trata de un cerebropático con grave carencia intelectual y evidente retraso del desarrollo», «incapaz de establecer el mínimo contacto».
Tras ser liberado, en pocos días Valerio empieza a recuperarse, a volver a vivir. Como escribe Antonucci, «es evidente que, desde el momento en que es tratado como un ser humano, Valerio manifiesta su «humanidad»: tiene reacciones de placer, de hambre, de molestia. Da muestras de interés por el agua, los animales, la música. Busca el contacto con las personas. De esta forma se le ha abierto un camino hacia una recuperación considerada imposible». Antonucci prescribió a Valerio la realización de dos electroencefalogramas, un examen que nunca se le había efectuado a pesar del diagnóstico de grave ‘cerebropatía’. El resultado fue que «ni éste ni el segundo examen indican alguna particular lesión o anomalía».
Recomponer la imagen
Al llegar a Ímola, cuando se convirtió en el responsable de cuatro pabellones del hospital psiquiátrico Osservanza, Giorgio Antonucci conoció los efectos de los tratamientos psiquiátricos. Empezó su trabajo liberando a las mujeres agitadas esquizofrénicas peligrosas irrecuperables del pabellón 14. Allí encontró 44 fotografías destrozadas, correspondientes a las vidas de las 44 mujeres que llevaban años, en muchos casos décadas, allí internadas. Personas aniquiladas por años de electroshocks, psicofármacos, contención física, violencias psicológicas: espejos hechos añicos.
Giorgio Antonucci recogió en soledad los fragmentos, con paciencia y perseverancia, intentando volver a componer la imagen de la persona para devolverle su integridad, demostrando que eran seres humanos como los demás cuyas vidas destrozadas eran el fruto de la intervención psiquiátrica. Y consiguió demostrarlo, con el método empírico que fundamenta la ciencia.
‘Para mí hablar contigo o con un paciente de una clínica psiquiátrica es lo mismo’, me dijo cuando lo entrevisté en su casa en Florencia. Y era verdad. Giorgio Antonucci hizo desaparecer la cesura que separa médico y paciente y, aún más, psiquiatra y paciente, sustituyéndola por una verdadera comunicación.
Fue precisamente la eliminación de esa cesura lo que hizo que Antonucci luchara prácticamente solo en su trabajo de liberación y rechazo a las clases sociales o las categorías profesionales, en abierto contraste con la defensa de los privilegios de la profesión de sus colegas, que se oponían a su trabajo, o simplemente lo ignoraban, como hizo y sigue haciendo todo el ámbito académico italiano.
Complementaria a la actividad de recomposición de la imagen fue su trabajo de oposición a su mutilación, es decir a cualquier internamiento forzoso. Giorgio Antonucci, desde que empezó a trabajar como médico internista, nunca autorizó una hospitalización involuntaria, el fundamento de la psiquiatría. Al neutralizarse esta arma la psiquiatría se vuelve impotente.
Al llegar a la casa de Antonucci, cuando lo conocí en persona, tardé bastante tiempo en encontrar la puerta del piso. Toqué el timbre de un vecino para pedirle información. Cuando me dijo que la puerta del doctor Antonucci era la de enfrente, a mi espalda, me di la vuelta: la puerta estaba tímidamente entreabierta. Antonucci estaba detrás, aparentemente divertido por la escena, esperándome con una sonrisa profundamente humana que borraba la imagen tradicional del médico, distante, autoritario, inmerso en una categoría profesional que marca una separación. Allí estaba un ser humano que se comunica con otro ser humano.
La época de la profesionalización había terminado aquella tarde. La profesión había desaparecido, sustituida por la relación entre dos personas. La imagen se había recompuesto.
Barcelona, 15 de octubre de 2018
Prólogo de Massimo Paolini a la edición castellana de El prejuicio psiquiátrico, el primer libro de Giorgio Antonucci traducido al castellano. Traducción de Massimo Paolini | Ed. Katakrak

Pubblicato il 13 febbraio, 2019
Categoria: Libri, Presentazione

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo