23°Convegno Nazionale MusicArTerapia nella Globalità dei Liguaggi – Progetto Persona



Venerdi 5 ottobre Tavola Rotonda “Dalla Riforma Basaglia al Progetto Persona” in collaborazione con Il Centro di Relazioni Umane di Bologna






Destinatari: Educatori professionali, Insegnanti di ogni ordine e grado, Genitori e Responsabili, Pedagogisti e Assistenti Sociali, Addetti all’Assistenza,Tecnici della Riabilitazione, Psicologi e Psicoterapeuti, Conselors, Musicisti e Artisti, Studenti iscritti a Scienze dell’Educazione, Formazione, Lettere ecc.







http://www.centrogdl.org/convegno_23.html

Pubblicato il 17 settembre, 2018
Categoria: Notizie

“Se mi ascolti e mi credi” – invito al Festival Psy 2018, Parma



“Il mondo interiore è di per se stesso la negazione della pace, del riposo, della quiete, della stabilità, dell’equilibrio. L’opera d’arte, di qualunque stile, è una risoluzione, ma l’artista continua a rodersi il fegato.” Giorgio Antonucci.


Il film “SE MI ASCOLTI E MI CREDI. LA STORIA DEL DOTTOR GIORGIO ANTONUCCI” sarà introdotto dalla dottoressa Maria D’Oronzo del Centro di Relazioni Umane di Bologna



Pubblicato il 24 agosto, 2018
Categoria: Presentazione

“Se mi ascolti e mi credi” – invito al Festival delle Autopruduzioni







 

“Ci hanno convinto che una diagnosi psichiatrica e il trattamento psichiatrico (isolamento, esclusione, droghe legali e incatenare a letto) significa aiutare qualcuno.
Questa è disinformazione ed è questo che le persone devono arrivare a capire.”
Thomas Szasz
 

Presentazione del docufilm
Se mi ascolti e mi credi. La storia del dottor Giorgio Antonucci. Un medico senza camice.


http://www.raistoria.rai.it/articoli/se-mi-ascolti-mi-credi/38025/default.aspx




 



 

Pubblicato il 24 agosto, 2018
Categoria: Notizie

Cancrini: no elettrochoc – Eugen Galasso





In un volume di 22 anni fa, concepito in forma di “libro-intervista” dal titolo “Date parole al dolore”, edito da Frassinelli,  curato da Stefania Rossini nel 1996, Luigi Cancrini, psichiatra e psicanalista, un’autorità nella lotta contro le dipendenze, in specie da droga, un esponente – a suo tempo – della cultura di sinistra, segnatamente del PCI (Partito Comunista Italiano), quando questo esisteva. Incentrato sul tema della depressione, pur se non in modo esclusivo, Cancrini ne parla come di “quel gran mare di situazioni che oggi molti vogliono chiamare “depressione” (op.cit, pp.110-111), dove comunque Cancrini, a differenza della prospettiva “rivoluzionaria” (purché si intenda bene il termine) di Giorgio Antonucci, riconosce l’esistenza della “malattie psichiche” (non diremo, comunque, “mentali”) ma ne relativizza la porta, riconducendole, senza orientarsi dogmaticamente verso un indirizzo psicanalitico o psicoterapeutico (non potremmo classificarlo come “freudiano”, “adleriano”, “junghiano”, seguace del cognitivismo, della teorie sistemica o altro) determinato. Molto interessante la parte nella quale (capitolo sesto del volume) nega validità all’elettrochoc (o shock, all’inglese), “per ragione terapeutiche, non per ragioni di principio” (ibidem, p.92): “L’elettrochoc , come l’eroina, è uno strumento al servizio dei meccanismi di difesa basati sulla negazione…L’episodio depressivo può anche essere momentaneamente interrotto dalla scossa elettrica, ma (è una prima possibilità) tornerà presto, sarà più grave e sarà vissuto dal paziente come una maledizione , perché sarà diminuita la consapevolezza di sé e delle proprie esperienze. Oppure darà luogo (seconda possibilità) a un deterioramento progressivo della personalità”(cit., p.93). Cancrini ricorda inoltre la morte neuronale indotta da questa barbara pratica, tuttora in vigore soprattutto(ma non solo) nelle cliniche private, da un certo numero di anni anche nelle strutture pubbliche della sanità italiana, ma purtroppo ancora regolarmente praticata in paesi arretrati, su questo piano, quali Gran Bretagna e Austria oltre a i paesi, ovviamente, a struttura politica autoritaria o totalitaria. Un libro forse non attualissimo, da leggere con le avvertenze del caso anticipate in apertura di testo, ma estremamente critico anche verso gli psicofarmaci. Peccato che quanto rimane della “sinistra istituzionale” (PD ma anche “Liberi  e Uguali”) si disinteressi del tema e comunque oggi accolga il peggio dell’esistente…   Eugen Galasso 

Pubblicato il 30 luglio, 2018
Categoria: Presentazione, Testi

Esempi di accoglienza secondo l’humanitas – Maria D’Oronzo






La città del secondo rinascimento - Trimestale, n.77 – Febbraio 2018


Presentazione del libro “La chiave comune. Esperienze di lavoro presso l’Ospedale psichiatrico Luigi Lolli di Imola”, di Giovanni Angioli, ed La Mandragola.


Il libro di Giovanni Angioli è importante non soltanto perché raccoglie gli elementi principali della sua vita, ma anche perché è un racconto, un’autobiografia, una testimonianza del suo lavoro, attraverso cui offre spunti, riflessioni e un metodo a chi si avvicina alle istituzioni totali, di cui c’è ancora molto da dire, nonostante la nostra democrazia.
Uno dei problemi principali in quest’ambito rimane il ricovero coatto, che avviene attraverso il T.S.O. (trattamento sanitario obbligatorio). Parliamo di persone che vengono prelevate con la forza, portate via dalla loro famiglia, dal loro ambiente, quindi trattenute, sempre con la forza: persone a cui vengono iniettate sostanze contro la loro volontà. Parliamo di tortura. Recentemente in Italia è stato redatto un Disegno di Legge contro la tortura, già presente in Senato. Se passa alla Camera, questa iniziativa deve riguardare anche la psichiatria, perché la convenzione dell’ONU considera tortura qualsiasi sostanza che venga iniettata nel corpo contro la volontà della persona. Questi argomenti vengono affrontati nel libro “La chiave comune” con una scrittura molto fluida e semplice, nonostante i temi trattati. Leggiamo di persone ricoverate per anni, di cui Angioli dà testimonianza a partire dalla sua lunga esperienza presso l’Ospedale di Imola e, in particolare, presso il reparto Autogestito, esperienze a cui ho partecipato anch’io, negli ultimi quattro anni. Al reparto Autogestito venivano “buttate” dagli altri reparti persone che gli psichiatri ritenevano di non essere più in grado di gestire. Il libro narra le storie di queste persone, in molti casi anche le storie pregresse, prima del ricovero, tratte dalle loro narrazioni, tratteggiate da Angioli con grande sensibilità ed efficacia. Storie che parlano d’isolamento, d’incomprensione, spesso di soprusi familiari e sociali, senza contare quelli subiti all’interno dell’istituzione, ma anche di talenti pregressi. Penso che questa azione di presa in carico, di accoglienza attiva da parte del personale del reparto Autogestito possa essere ancora un essempio in vari ambiti, specialmente in questo periodo di grandi flussi immigratori. Il lavoro svolto all’Autogestito è stato di umanità nel senso più vasto della parola. Non c’era superficialità nell’accoglienza, non c’era la volontà di accogliere tanto per accogliere, per un generico buonismo, anzi, per ciascuna persona si discuteva molto, c’erano dubbi. C’erano le assemblee, le discussioni, le occasioni di parola per ciascuno, invitato ad esprimere le proprie problematiche, i propri dubbi, le proprie paure. Fin dall’inizio del mio tirocinio presso il reparto, nel 1992, sono sempre stata accolta con attenzione e invitata a partecipare, a esprimere il mio parere, ma, in questa prima fase, ritenevo di avere soprattutto da imparare. Il reparto era già rodato e ben funzionante, ma, per costituirlo, c’era voluto un grande lavoro organizzativo, di elaborazione e di superamento di grandi resistenze, istituzionali e burocratiche.
A proposito di questo lavoro, occorre parlare di Giorgio Antonucci, entrato nella storia per il suo operato, per la sua testimonianza costante e per i suoi scritti, purtroppo recentemente scomparso, che a un certo punto assunse la responsabilità di tutto l’andamento del reparto. Ricordo che Antonucci ringraziò Giovanni Angioli, nel momento del conferimento del premio a lui intitolato, perché senza la sua alleanza egli stesso non avrebbe potuto spingersi fin dove è arrivato.

Pubblicato il 25 luglio, 2018
Categoria: Presentazione

Diritti alla follia – Assemblea costituente

Pubblicato il 18 luglio, 2018
Categoria: Eventi

Le contraddizioni psichiatriche – Eugen Galasso






Piero Cipriano, psichiatra “contro”, che è convinto di muoversi sulle orme di Franco Basaglia, ultimamente è molto attivo, anche per la promozione del suo nuovo libro. Se in vari testi, ormai è anche collaboratore fisso di “A” e nel testo di giugno, parlando del rischio di degenerazione cyber della psichiatria, parla della pistola “Taser”, sorta di arma aerospaziale (cyber, dunque, in qualche modo) per neutralizzare una detenuta, negli States, che, comunque, definisce “schizofrenica”, ciò che certo, nell’ottica di Szasz e di Giorgio Antonucci non esiste, voglio dire l’etichetattura in termini meramente nosografici di una persona. Anche in un’intervista in www.carmillaonline.corom , sempre a proposito del pericolo cyber parla del rischio “Panottico” (strumento ventilato dal filosofo del 1700 Jeremy Bentham), ossia di un controllo relativo per es. relativo all’assunzione di antipsicotici da “far assumere” (sic!) a un”malato di mente”. Bene che Cipriano critichi l’uso repressivo della psichiatria, mentre sconcerta non poco che egli si muova, comunque, in un’ottica ancora di tipo “nosografico” per cui si etichettano le persone non in baso alle caratteristiche individuali ma a una classificazione ancora riferita alla psichiatria, ossia alla”normalità”, oppure alla “nevrosi”, alla “psicosi” etc.  Forse un “salto” ulteriore che Cipirano, per ora, non si sente di fare…  Eugen Galasso

Pubblicato il 6 luglio, 2018
Categoria: Notizie

“I poveri sono matti” Festival internazionale di canto sociale Corazone





VIDEO:
Basaglia – Antonucci: la differenza di idee e pratiche
Le difficoltà della vita non sono malattie
Si può fare diversamente: che cos’è il Trattamento Sanitario Obbligatorio

Pubblicato il 21 giugno, 2018
Categoria: Eventi, Notizie, Presentazione, Video

Elettrochoc: vecchi e nuovi sponsor – di Eugen Galasso






Uno dei testi più recenti di “Psicologia clinica, psichiatria, psicofarmacologia”,  Milano, Franco Angeli, 2015, di Francesco Rovetto, medico psichiatra e psicologo,  per anni docente di psicologia generale, psicologia clinica, psichiatria e farmacologia, che scrive di aver partecipato con grande entusiasmo alla “rivoluzione” di Franco Basaglia, nonostante sia oltremodo critico verso l’abuso degli psicofarmaci, di cui rileva con dovizia le controindicazioni, a proposito dell’ECT (elettroshock) scrive: “Non ho mai prescritto un elettroshock in 40 anni di attività, comunque le evidenze scientifiche ne dimostrano l’efficacia in casi di pazienti particolarmente resistenti al trattamento farmacologico, con alto rischio suicidario; in caso di depressione psicotica; risposta positiva ad elettroshock in passato; in soggetti anziani; in gravidanza, anche se ora si è dimostrato che alcuni farmaci antidepressivi non sono dannosi per il feto. Si pratica in anestesia totale. Di solito sono previste 9/12 sedute in cui vengono praticati elettroshock su uno o su entrambi gli emisferi cerebrali. Le applicazioni avvengono ogni 2/3 giorni, con cicli di richiamo settimanali o mensili” (op.cit., p.128). Esposizione fredda della metodica usata, mera analisi, nessun accenno alle controindicazioni, con una quasi apologia delle possibilità di impiego, dove emerge in modo abbastanza marcato la contraddizione con l’altrettanto apodittica affermazione iniziale, dove afferma di non aver mai prescritto un elettroshock in quattro decenni di attività – verrebbe allora da chiedersi perché non l’ha mai prescritto, dato che in seguito ne enumera praticamente solo vantaggi, pur se solo in certi casi, beninteso… O è falsa (A), viene da dire, ossia l’affermazione iniziale oppure (B) ossia l’enumerazione quasi apologetica dei vantaggi. Tertium non datur, direbbe qui la logica, ma forse quella psichiatrica è altra, prevederebbe comunque sempre una terza possibilità. Saranno forse anche “contraddizioni feconde” nell’ambiente psichiatrico, ma certamente pesano come macigni su una logica che, comunque, vista la sua grande tradizione (da Aristotele se non da Zenone ad oggi), viene ancora accettata fuori dai “chiusi steccati” della psichiatria. E Rovetto non è certo l’unico, in questa schiera di apologeti (veri , forse inconsapevoli) della terapia elettroconvulsivante e non è neppure il peggiore…    Eugen Galasso 

Pubblicato il 23 maggio, 2018
Categoria: Notizie

Giorgio Antonucci: le sue idee e il suo lavoro – Giuseppe Gozzini

 


Il libro: “I pregiudizi e la conoscenza. Critica alla psichiatria”




I libri che contengono grandi insegnamenti non si lasciano facilmente riassumere. Il libro di Antonucci è uno di questi. Proverò, tuttavia, a seguirne alcune tracce, a dare spunti di lettura senza alcuna pretesa di esaurirne la ricchezza dei contenuti.

La “psichiatria negata”
La tesi centrale del libro, difficile da digerire, è che la psichiatria non è una scienza: “Ritengo – scrive Antonucci – che a poco serva attaccare l’istituto del manicomio se non si porta un attacco radicale allo stesso giudizio psichiatrico che ne è alla base, mostrandone l’insussistenza scientifica. Finché non sarà abolito il giudizio psichiatrico, la realtà della segregazione continuerà a fiorire dentro e fuori le pareti dei manicomi.”
E’ un’affermazione dura, perentoria, che contraddistingue il lavoro di Antonucci da quella di altri riformatori. Dall’”istituzione negata” alla “psichiatria negata” il salto è enorme. La legge 180 del 1978 prevede, almeno formalmente, il superamento del manicomio ma, a distanza di 9 anni, ce ne sono ancora 60 in pieno funzionamento, mentre cultura e costume sono rimasti favorevoli all’internamento e alla segregazione. E così il potere medico-psichiatrico, che è nella sostanza un potere di controllo e di “normalizzazione repressiva”, continua, dopo la legge 180, in quello che rimane nei manicomi (che è ancora troppo), nelle case di cura, nel territorio, nei centri di igiene mentale (CIM) e negli ospedali civili.
Il problema, per Antonucci, non è di sostituire la vecchia psichiatria con una nuova psichiatria (magari ‘democratica’,‘alternativa’, ecc.), ma di cancellarla: “L’unione psichiatria-manicomio – secondo Antonucci – non è stata l’effetto dello stravolgimento di un potere politico rispetto ad un corpus teorico scientifico neutro, bensì tale unione è finora stata essenziale alla psichiatria, ha costituito, costruito questo corpus teorico come l’ideologia della razza è cresciuta insieme ai lager”.

Vent’anni di esperienza
La tesi di Antonucci nasce non dai libri ma dall’esperienza: “Il mio pensiero e il mio lavoro critici nei riguardi della psichiatria non hanno origini da convinzioni teoriche elaborate a tavolino, studiano testi e criticando articoli, ma sono essenzialmente risultato di anni di esperienza diretta con uomini e donne, in un modo o nell’altro implicati in trattamenti psichiatrici”.
Il libro ripercorre a ritroso questi anni di esperienza: dall’Istituto psichiatrico “Osservanza” di Imola, dove attualmente lavora Antonucci, al S.Lazzaro di Reggio Emilia, all’ospedale psichiatrico di Gorizia e a Cividale del Friuli. E’ un viaggio molto istruttivo anche (forse soprattutto) per i non ‘addetti ai lavori’, intervallato da:
-analisi delle case-histories di ieri e di oggi (l’Anticristo, il caso Sabattini, Van Gogh, Teresa B., I miei capelli arruffati, lettera da un istituto psichiatrico);
-riflessioni storiche (le streghe, l’origine dei manicomi, razzismo e psichiatria sempre insieme);
-considerazioni sull’uso della psichiatria per le persecuzioni sia all’Est come all’Ovest, sui rapporti fra biologia, genetica e psichiatria, sull’arbitrarietà dei concetti di saggio e folle, normale e anormale, sano o malato di mente;
-utili e puntuali riferimenti letterari: Shakespeare, Dostoevskij, Cechov (Reparto n.6), Ernest Toller (Oplà, noi viviamo), Nietzsche, Gogol’.
Le citazioni molto precise e le critiche documentate ai teorici e ai sostenitori della psichiatria sono il modo scelto da Antonucci per ritrovare un filo conduttore tra passato e presente, per inserire in un quadro generale la sua esperienza, che parte non da posizioni teoriche precostituite ma dall’analisi rigorosa della realtà: la sua negazione della psichiatria è fondata su 200 certezze, tanti quanti sono i suoi attuali pazienti di Imola “liberati”.

Le cartelle cliniche
Contro la psichiatria c’è un’altra “prova documentale”, impressionante e inconfutabile nella sua nuda eloquenza: sono le cartelle cliniche riferite a persone, che attualmente vivono nei reparti “aperti” degli ospedali psichiatrici “L’Osservanza” e “Lolli” di Imola, affidati ad Antonucci.
Sono documenti che si commentano da soli e dimostrano nei fatti la funzione repressiva della psichiatria. Dietro le più assurde e immotivate diagnosi c’è sempre una storia fatta di emarginazione e di sfruttamento sociale e culturale, di drammi familiari ed affettivi. La malattia di mente o malattia mentale non va confusa con le malattie del cervello di pertinenza della neurologia. Ma la cura delle malattie reali, che hanno una spiegazione fisiologica, comincia appunto quando finisce la psichiatria, quando si supera il pregiudizio della malattia mentale.
Non è un caso che in apertura della maggior parte delle cartelle cliniche leggiamo: Condizione sociale: povero. Cultura: analfabeta. Professione: bracciante, disoccupato, casalinga. Gli emarginati in manicomio sono vittime proletarie della discriminazione e della violenza della società, sono “detenuti innocenti” che attendono una liberazione.

Le poesie

Fanno da contrappunto alle cartelle cliniche alcuni testi poetici di Antonucci, che . Il ricorso alla poesia, per Antonucci, è un “urlare dai tetti”, un modo per riacquistare il diritto di parola, per trovare un varco linguistico, uno spiraglio di libertà nell’universo manicomiale. E’ il caso qui di ricordare l’intervento di Ernesto Balducci al Festival dell’Unità di Firenze dell’’85 a proposito di “poesia della liberazione”: ‘Più l’uomo geme sotto il peso di una cultura che non è la sua, più si sente colonizzato dalla cultura imposta e più sente il bisogno della parola che liberi, sente dentro di sé il fremito delle ali della poesia che vorrebbero aprirsi..’. (cfr. “Collettivo R” n. 39, pp 46-49).



Saggi, testimonianze, interviste

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Pubblicato il 2 aprile, 2018
Categoria: Notizie

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo