Psicoanalisi oggi in Italia – 18° puntata “Diritto fragile”


La 18° puntata di “Diritto fragile” dell’associazione Radicale “Diritti alla follia” affronta l’annosa questione della psicanalisi in Italia con Antoine Fratini e Maria D’Oronzo


VIDEO


Pubblicato il 24 November, 2021
Categoria: Presentazione

Presentazione sito d’archivio di Giorgio Antonucci –



www.giorgioantonucci.org


https://www.youtube.com/watch?v=WDj2JkZ2Ags

Presentazione del sito dell’archivio di Giorgio Antonucci al IV Congresso dell’associazione radicade “Diritti alla Follia”, il 14 novembre 2021 a Roma.

Il sito raccoglie tutto il materiale cartaceo, foto e media lasciato da Giorgio Antonucci a Maria D’Oronzo e ad alcuni amici e collaboratori: il materiale più delicato come i suoi taccuini, con la trascrizione di Maria D’oronzo; i ritagli di giornali raccolti dalla moglie Noris Orlandi; le foto del reparto di cui era primario l’Autogesito di Massimo Golfieri; le videoregistrazioni conservate da Giovanni Angioli (coordinatore infermiere del reparto Autogestito) e da Gerardo Musca. La programmazione del sito è stata possibile da Mara Ceschini e Paola Torsello. Progetto editoriale di Massimo Paolini.


Pubblicato il 22 November, 2021
Categoria: Notizie, Presentazione

Presentazioni sito d’archivio di Giorgio Antonucci



Presentazione al Congresso dell’Associazione Radicale “Diritti alla Follia” – Un’altra “salute mentale” –
14 nobembre 2021, ore 10
Meeting Center, Largo dello Scautismo 1, Roma


https://www.radioradicale.it/scheda/652426/iv-congresso-dellassociazione-radicale-diritti-alla-follia-prima-sessione-unaltra






Presentazione del sito d’archivio di Giorgio Antonucci durante la cerimonia del
Premio Giorgio Antonucci” 2021,
21 novembre ore 15,30
Auditoriun al Duomo
via de’Cerretani 54/r, Firenze,



VIDEO





https://www.ccdu.org/comunicati/premio-giorgio-antonucci-2021?fbclid=IwAR0RmXDb0bgLirZLa5_xl33arxtsxJkF2riLhsa9ibuiU1zprJ5J-m4zN-s

Pubblicato il 10 November, 2021
Categoria: Notizie

IV Congresso dell’ASSOCIAZIONE RADICALE “DIRITTI ALLA FOLLIA”

“Diritti alla Follia” celebrerà il suo quarto Congresso, che abbiamo voluto intitolare Un’altra “salute mentale”, nelle giornate di sabato 6 e domenica 7 novembre in modalità da remoto e, in presenza a Roma, nelle giornate di sabato 13 e domenica 14.
Abbiamo scelto di dedicare entrambi i week end alla disamina dell’ “attualità” degli impegni oggetto dell’attività dell’associazione: i diritti degli utenti della psichiatria, la riforma del trattamento sanitario obbligatorio, delle misure di sicurezza per i soggetti non imputabili, degli istituti limitativi della capacità di agire come l’amministrazione di sostegno. Ma non solo.
Segui il Congresso In diretta zoom e live facebook alla pagina
https://www.facebook.com/DirittiallaFollia
e su https://www.radioradicale.it/














Dibattito online – Lo psichiatra è libero di scegliere la cura per il suo paziente? La persecuzione istituzionale a carico del dott. Enrico Loria






Dibattito online :
“Lo psichiatra è libero di scegliere la cura per il suo paziente?” La persecuzione istituzionale a carico del dott. Enrico Loria –


Il tema che verrà affrontato prende spunto dalla vicenda professionale del dott. Enrico Loria, medico psichiatra che svolge la sua attività a Cagliari, nel servizio pubblico.
Il dott. Loria racconterà la sua esperienza di psichiatra costellata di procedimenti disciplinari in rapporto a percorsi di cura intrapresi con passione e dedizione.
Ben al di là della vicenda – altamente significativa – del dott. Loria, intendiamo interrogarci sulle condizioni di lavoro affrontate dallo psichiatra in Italia, nel 2021, e della libertà del medico di individuare i percorsi terapeutici “per e insieme ai suoi pazienti” .
Enrico Loria ci scrive tra l’ altro : “Sono uno psichiatra e psicoterapeuta cattolico di Cagliari. […] Da circa 25 anni cerco di integrare i percorsi di cura con quelli della crescita interiore psicologica e spirituale. Undici anni fa ottenni un’autorizzazione scritta dal responsabile del Dipartimento di Salute Mentale, anche lui cattolico, per portare avanti una esperienza di psicoterapia di gruppo integrata con la spiritualità, nel servizio pubblico dove lavoro.
Da allora sono iniziati i miei guai. […] Sei anni fa in occasione di un tentativo di suicidio di una paziente (che non frequentava i gruppi) sono stato accusato di non fare bene il mio lavoro e di intraprendere pratiche non tradizionali lesive per i pazienti.
Da allora indagini, processi, provvedimenti disciplinari e numerosi giorni di sospensione dal lavoro.
Sono solo in questa che io sento come una missione di vita”.


Oltre che con il dott . Loria , ne discuteremo insieme a :
– Marco Bertali : medico psichiatra, psicologo, psicoterapeuta
– Mariano Loiacono : medico psichiatra
– Maria Rosaria D’Oronzo : psicologa, referente Centro Relazioni Umane
– Susanna Brunelli : familiare e ex utente
– Antonio Maria Pagano : medico psichiatra
– Antoine Fratini : psicanalista
– Vito Totire : medico psichiatra
– Andrea Michelazzi : medico psichiatra e di medicina generale


“Lo psichiatra è libero di scegliere la cura per il suo paziente? La persecuzione istituzionale a carico del dott. Enrico Loria
Dibattito organizzato dall’associazione Radicale “Diritti alla Follia”
Sabato 18 settembre h. 16.30
II webinar sarà trasmesso in diretta Facebook sulla pagina https://www.facebook.com/DirittiallaFollia
Con la partecipazione di: Enrico Loria, Marco Bertali, Mariano Loiacono, Maria Rosaria D’Oronzo, Susanna Brunelli, Antonio Maria Pagano, Antoine Fratini, Vito Totire, Andrea Michelazzi, Diritti alla FOLLIA
info & contatti dirittiallafollia@gmail.com”

Pubblicato il 13 September, 2021
Categoria: Notizie

Intervista Giorgio Antonucci – “Radio Logica” Imola

www.giorgioantonucci.org

Intervista a Giorgio Antonucci – 1979

Trasmessa a Imola da: Radio Logica
Dalle 13 alle 13,30
del 2 Agosto 1979

D.: È uscita recentemente una pubblicazione della Idea Books dal titolo Dossier Imola e legge 180 con articoli di Alberto Brunetti, Giuseppe Favati, Dacia Maraini, Gianni Tadolini, documenti della CGIL, CISL, UIL ospedalieri, e degli amministratori dell’Ospedale Psichiatrico “Santa Maria della Scaletta”, meglio noto come “Osservanza” della nostra città.
Questo libro vuole illustrare le prime conseguenze pratiche dell’applicazione della legge 180 sull’assistenza psichiatrica, emanata nel maggio dello scorso anno, e alcune esperienze vissute nei padiglioni difficili dell’Ospedale Psichiatrico “Osservanza”.
Abbiamo con noi in studio un diretto interessato il Dottor Giorgio Antonucci, al quale partendo dal contenuto del libro, vorremmo porre alcune domande.
Innanzitutto chi è, Lei dottor Antonucci, e che tipo di attività ha svolto e svolge all’Osservanza?

R.: Io lavoro all’Osservanza dal 1973. Sono venuto chiamato da Cotti che, in quel tempo, aveva intenzione di cambiare completamente la vita di un’istituzione del tutto chiusa, e siccome avevamo lavorato insieme negli anni precedenti – avevamo fatto un’esperienza abbastanza importante negli anni 68 a Cividale del Friuli – Cotti pensò che io avrei potuto aiutarlo a modificare la realtà dell’Istituto Psichiatrico Osservanza.

D.: Cerchiamo di spiegare in sintesi e in maniera comprensibile ai nostri ascoltatori che cos’è la legge 180, quali limiti Lei ritiene che abbia e come è stata applicata ad Imola finora.

R.: La legge 180 è il risultato di un diverso equilibrio politico, il risultato di una lotta che la sinistra ha tenuto negli ultimi anni in conseguenza dell’attività di singoli operatori avanzati in Italia, per vedere di modificare la realtà tragica delle istituzioni manicomiali.
Naturalmente – questo è mio pensare – essendo un compromesso è una legge che ha degli aspetti estremamente positivi se usate in senso progressista, al contrario può essere usata in modo tale che non cambia assolutamente nulla per quanto riguarda la realtà delle persone che hanno la disgrazia di capitare sotto le mani degli psichiatri.
La legge prevede, come si è detto tante volte, il superamento delle istituzioni psichiatriche, e per questo sono stati fermati i ricoveri nelle vecchie istituzioni; e sono stati sostituiti da ricoveri in reparti di Ospedali Civili, o in reparti, come Villa dei Fiori dell’Osservanza, che è stato, dal punto di vista burocratico, considerato come un reparto dell’Ospedale Civile e dove arrivano i nuovi ricoveri.
Secondo me la legge ha dei limiti grossi, e questi limiti sono il fatto che la legge considera ancora il problema psichiatrico come un problema sanitario mentre, a mio parere, questo problema è esclusivamente un problema di conflitti sociali e di realtà politica, e per essere modificato, oltre che dell’attività di singoli operatori che rifiutano l’ideologia psichiatria e le vecchie idee, da un’evoluzione e un cambiamento della società civile che faccia sì che non si richieda più che vengano messe da parte le persone che non possono essere più utilizzate secondo le leggi della nostra società che sono leggi di sfruttamento e di conseguenza anche leggi di esclusione di una parte delle persone del consorzio civile.

D.: Ecco: cosa intende Lei quando dice che la malattia mentale è un prodotto sociale: magari può farci qualche esempio che Lei ha riscontrato nella sua attività?

R.: Dunque: il fatto è questo: primo, va esaminato il discorso da un punto di vista storico. La psichiatria è nata rigorosamente in corrispondenza del formarsi della moderna civiltà industriale. I primi istituti, che erano considerati ospizi dove si mettevano, sana o malate che fossero, tutte le persone che non rientrano nel processo di produzione, sono nati con il formarsi della civiltà borghese capitalistica. Dal punto di vista storico si possono vedere i primi ospizi che si formano a Firenze o nelle Fiandre, col formarsi della nuova realtà economica-sociale cioè col fermarsi della borghesia.
Cercherò di essere più preciso: via via che col fermarsi della nuova società civile è sempre più necessario avere a disposizione grandi quantità di mano d’opera, che devono essere concentrate in certe zone e perciò dobbiamo emigrare da altre, col grande processo dell’emigrazione, che attraversa tutta la civiltà borghese delle origini fino a ora, una gran parte di queste persone che sono costrette a cambiare cultura, a cambiare modo di vivere, modo di persone e modo di lavorare; da un certo punto di vista non sono utilizzabili perché la mano d’opera viene utilizzata soltanto in parte da quelli che sono costretti a emigrare; da un altro punto di vista perché non riescono a adattarsi perché sono costretti a cambiare, come dicevo, completamente cultura, si formano dei getti che all’inizio, come per esempio nella Francia del cinquecento e del seicento, sono considerati chiaramente come ghetti per i poveri o per le persone inutili o per le persone che non servono; poi piano piano con l’estendersi della civiltà borghese, con l’Illuminismo, e col formarsi delle grandi città industriali moderne, si riforma parallelamente una ideologia psichiatrica; che, prendendo atto dalle persone che sono concentrate in questi ghetti, comincia a considerarle persone diverse dalle altre, diverse dagli altri da un punto di vista chimico, da un punto di vista psicologico e chimico: psicologico perché si dice che hanno delle caratteristiche diverse dalle altre persone; chimico perché si pensa che queste caratteristiche siano legate a una malattia.
D’altro canto nessuno psichiatra è riuscito mai a definire questa malattia in termini scientifici: si è sempre detto che queste persone sono differenti, che probabilmente hanno un difetto al cervello, e che questo difetto li fa ragionare in modo diverso e li fa essere perciò pericolosi alla società.
Nessuno però ha stabilito questo difetto, nessuno ha mai stabilito questa malattia, e quando appunto siamo arrivati noi, negli ultimi anni, per noi intendo dire quelli che hanno contrastato la psichiatria, abbiamo cominciato a renderci conto che queste persone non son diverse dalle altre, se non per condizioni sociali, ed è la condizione sociale e la situazione sociale in cui si trovano che le porta ad essere costrette con la forza ad essere concentrate in questi ghetti che sono i manicomi e le istituzioni psichiatriche.
Cercherò di essere più preciso e mi riferisco a singoli casi.
Ad esempio una donna di cui io mi sono occupato nel reparto, ritenuto dagli psichiatri il più difficile ed il più pericoloso dell’Istituto Osservanza, era ricoverata da ventisei anni, ritenuta diversi dagli altri, perché della sua condizione originale di contadina di famiglia povera, era stata estromessa perché per motivi di costume, o i altri termini si può dire per motivi di morale, o per motivi moralistici, si riteneva che il suo comportamento di donna non corrispondesse alle leggi ai regolamenti e alle usanze della sua comunità. Quando io l’ho incontrata, dopo averla liberata dai suoi mezzi di contenzione, io l’ho trovata legata a un letto, quando io l’ho incontrata mi sono messo a discutere con lei per chiederle come mai lei era stata ricoverata.
Lei mi rispondeva: io sono stata ricoverata perché sono malata.
Io le chiedevo: ma che malattia pensa di avere lei?
E lei mi rispondeva: ma io sono schizofrenica.
Allora io le dissi: ma come fa a dire questo?
E lei mi disse: me l’hanno detto i medici.
Allora io aggiunsi che lei doveva abbandonare quello che le avevano detto i medici e dirmi esattamente quello che pensava di sé stessa.
E lei mi disse – di questo caso ne ho parlato anche nell’intervista con Dacia Maraini – mi disse: io sono stata ricoverata perché malata e sono malata perché, quando sono stata ricoverata, mi piacevano troppo gli uomini.
Questo discorso, letterale, di una persona che io ho dimesso da diversi anni e che, essendoci una serie di circostanze positive cioè qualcuno che la voleva fuori, è potuta ritornare via.
Queste dichiarazioni dimostrano come questa donna fosse convinta di essere inferiore agli altri per un diritto invece che lei aveva e che rivendicava in un ambiente, che non permetteva a questa donna di avere i diritti che gli altri ritengono di avere.
Cioè molte donne, tutte le persone ricoverate, derivano da famiglie disagiate e sono immediatamente ricoverate per motivi di costume.
C’è un conflitto tra i loro diritti individuali e il contesto sociale in cui si trovano, e le convenzioni del contesto sociale in cui si trovano. Non c’è altro: questa donna è potuta ritornare, nonostante i tanti anni di reclusione, nell’ambiente sociale e avere la forza di ricominciare a vivere, nonostante le difficoltà e i pregiudizi a cui è andata incontro, perché ha un cervello e una psicologia come il nostro.
Le considerazioni psichiatriche che queste persone siano diverse, che d’altra parte derivano da una cultura che è la stessa cultura che ha formato il nazismo, Wundt ha scritto una “Storia psicologica dei popoli” che è una stori razzista; Kraepelin, uno dei teorici fondamentali della psichiatria, era un allievo di Wundt – queste teorie derivano dalla stessa cultura che ha formato il fascismo, e sono teorie di discriminazione sociale: si pensa che certi gruppi di persone siano diversi dagli altri e si cerca di eliminarli. Quando si comincia a ristabilire che sono persone come oi si può cominciare a capovolgere il discorso e a cercare di liberarle.

D.: Nel corso del libro Lei è più volte definito un antipsichiatra, che cosa intende dire l’autore e come intende Lei questa definizione?

R.: Io intendo con precisione dire questo: che la mia attività non è assolutamente un’attività che ha nulla a che vedere con la medicina e con quella branca, che si ritiene far parte della medicina, che è la psichiatria. Cioè: io rifiuto completamente tutti i concetti della psichiatria e mi pongo, all’interno dell’istituzione, oppure ho lavorato anche fuori dall’istituzione, come una persona che svolge un’attività scientifica, che parte dal rovesciamento completo delle posizioni tradizionali.
Io non sono neanche d’accordo con molte posizioni, definite antipsichiatriche, che modificano in parte le visioni tradizionali della psichiatria. Io rifiuto completamente ogni contenuto della psichiatria, perché ritengo in senso marxista, proprio riferendomi alle anali di Marx e di Engels, che la psichiatria sia una sovrastruttura ideologica che nasconde una serie di contradizioni sociali.

D.: Come ha lavorato nei padiglioni difficili dell’Osservanza? In pratica che cosa ha fatto?

R.: Ecco, mi spiego.
Quando arrivai nel ’73, chiamato da Cotti, discutendo con lui sui programmi che avremmo dovuto in pratica mettere in atto, io seppi che il Reparto 14 donne dell’Osservanza era considerato dagli psichiatri il reparto delle persone “più pericolose” e “più (sicuramente) irrecuperabili” – le parole che sto usando sono parole della psichiatria -.
Allora io chiesi a Cotti di prendere questo reparto perché io ritenevo che se avessi dimostrato che le persone del reparto 14 – le più pericolose, le più irrecuperabili – erano persone che potevano ricominciare a vivere, tanto più questo discorso avrebbe dovuto esser fatto negli altri reparti. Perché se quelle erano le persone da cui c’era meno d’aspettarsi, quando queste persone fossero uscite e alcune dimesse, bisognava che gli altri si rendessero conto che si doveva cominciare a lavorare diversamente: cosa che del resto non è avvenuta. Perché, nonostante che il Reparto 14, che era chiuso come una sepoltura – chiuso significa che le persone erano legate nei letti, legate mani e piedi, tra l’altro molte completamente nude, del resto non si vede a cosa sarebbero serviti i vestiti per stare legati notte e giorno nei letti; poi le stanze dove erano legate queste persone erano chiuse da una massiccia porta di grosso legno tra l’altro con serratura una centrale una in alto una in basso; queste porte davano in un corridoio che era chiuso con un’altra porta a vetri; questa porta a vetri dava in un ingresso che era chiuso con un’altra porta in legno; le finestre erano con le inferriate; se si usciva da tutte queste barriere si entrava in u cortile chiuso da un alto muro. Credo che fosse praticamente impossibile anche immaginarsi di andar via, comunque bisognerebbe passare sette o otto barriere.
Queste persone sono state liberate prima dai mezzi di contenzione poi sono state aperte le porte, sono stati buttati giù i muri, sono state tolte le inferriate, sono stati tolti gli psicofarmaci o neuroplegici, cioè paralizzanti delle funzioni del sistema nervoso centrale – anche questo è un sistema di contenzione – le persone hanno cominciato a uscire: ora, come ognuno può vedere, sono tutte fuori; alcune, quando voglio, vanno in città; sono tutte vestite con abiti propri, cosa che ho dovuto fare personalmente, e qui si entra in un discorso che si riprenderà, perché l’amministrazione non mi ha dato nessun aiuto; alcune sono state dimesse; comunque son tutte persone con cui ognuno può incontrarsi quando vuole venendo all’Osservanza, mentre prima era praticamente impossibile. Sono passate da uno stadio di segregazione incredibile e direi mistico perché – sì è vero che loro le consideravano pericolose, ma il pericolo doveva essere maggiore di quello dei leoni allo zoo, visto che i leoni non hanno sette o otto barriere e poi non sono legati.
Queste persone non sono affatto pericolose perché quando è stata tolta loro la violenza d’addosso e stato tolto anche loro il motivo di difendersi da questa violenza.
Il problema è questo: la persona che è aggredita si difende e questo è un fatto logico e naturale. Questo difendersi da pare delle persone aggredite dagli psichiatri è chiamata pericolosità sociale.

D.: Quali rapporti ha avuto ed ha con gli altri medici e con gli infermieri?

R.: Dunque. Dagli altri medici all’inizio ho avuto, appunto, incredulità, e su questo li capisco, perché gli altri medici non pensavano che io sarei stato capace di aprire i reparti ritenuti da loro più pericolosi, oppure pensavano che io li avrei aperti ma sarebbero successi dei guai: invece devo dire che non è successo niente. Credo che nei reparti che io ho aperto successivamente il 14, il 10 e il 17, non sono successi incidenti: per me questo è perfettamente logico, ma per loro era impassibile. Cioè loro dicevano: o non riesce ad aprirli, o se li apre gli succederanno tali guai che sarà costretto a richiederli. Invece non è successo niente.
Mi ricordo che uno dei medici miei colleghi, che ora tra l’altro è andato via, mi disse, proprio venendo da me, quando avevo appena cominciato il lavoro: – io sono convinto che tu non ci riesci, però se tu ci riuscirai, te e darò atto -. Ecco io ci sono riuscito ma me ne deve ancora dare atto! Perché non mi ha detto niente. Mi ha detto che è d’accordo col mio impegno di lavoro, ma non mi ha detto se questa nuova realtà dimostra o no che la psichiatra è sbagliata.
Gli altri medici – questo è un punto essenziale del discorso, e questa non è una critica personale a loro, è una critica scientifica di una nuova cultura contro una vecchia cultura – gli altri medici continuano a operare secondo criteri tradizionali, tutti quanti all’Osservanza.
E continuano a essere convinti che questi sono i criteri giusti: per cui siamo dal punto di vista scientifico in conflitto e il confronto tra l’uno e l’altro lavoro è sotto gli occhi di tutti. Questo lo dico perché è importante che si sappia che tutto quello che si fa può essere veduto, almeno quello che faccio io può essere veduto da tutti, vengono persone da tutte le parti d’Italia e anche dall’estero e possono vedere tutto quanto. Mentre non sempre è permesso vedere quello che fanno gli altri.

D.: E con gli infermieri?

R.: Con gli infermieri c’è stato un lavoro molto difficile all’inizio perché gli infermieri sotto una cultura differente, sotto la cultura della segregazione e della psichiatria, avevano paura di portare avanti il lavoro così come io lo concepivo; però via via che si son resi conto della differenza io credo di poter dire che loro si sono trovati bene e hanno capito che il miglioramento di condizione non riguardava soltanto i degenti ma riguardava anche loro, perché effettivamente stare lì a fare la guardia a persone oppresse e perciò perché oppresse pericolose è angoscioso; poi è anche angoscioso avere da dipendere continuamente da una gerarchia minacciosa; mentre i miei infermieri, che giorno per giorno vivono con i degenti e con me, discutono alla pari le questioni che ci riguardano e non hanno più né la paura della gerarchia né la paura dei degenti, perché i degenti sono cambiati diventando veramente, tolti dall’oppressione, persone come noi.

D.: Altri collaboratori che l’aiutano nello svolgimento del suo lavoro?

R.: Io devo dire che sostanzialmente la collaborazione l’ho dovuta agli infermieri, tenendo conto del fatto che ho potuto portare avanti questo lavoro perché Cotti non mi a ostacolato. Perciò questi sono i due punti di collegamento.
Poi ci sono tutti quelli che vengono dall’esterno, e quando è importante, i collaboratori che vengono da fuori: gli artisti che sono venuti a dipingere i muri e a vivere parte del loro tempo insieme ai degenti; altri che sono venuti di fuori a dare il loro contributo; sono stati dati concerti; è stata fatta l’altro anno una mostra di arte contemporanea; e devo dire di pittori e scultori fiorentini contemporanei e di altri pittori, alcuni anche di notevole valore, alcuni anche molto conosciuti, c’era anche un disegno di Carlo Levi: lo dico per dire che nessun amministratore è venuto a vedere, nessuno si è interessato: io posso aver avuto l’interessamento dell’amministrazione raramente, e l’ultima volta l’ho avuto perché un amministratore è venuto da me a chiedermi se ero al corrente di movimento di armi, cioè in pratica sospettandomi di essere in collegamento con le brigate rosse, ma non ha dato neanche un’occhiata al reparto 17 dove le persone, che prima erano chiuse come in una tomba, ora vivono liberamente in attesa di potere essere dimesse, e la dimissione è in rapporto con delle prospettive: per vivere fuori bisogna avere una casa, un lavoro, dei parenti, degli amici, qualcuno. Se no non si può uscire.

D.: I degenti che lavorano all’interno dell’Ospedale in che condizioni operano?

R.: I degenti che lavorano all’interno delle istituzioni in vari lavori – la cucina, il guardaroba, la lavanderia, poi i lavori collegati con la produzione di diversi articoli – non sono considerati secondo i diritti che devono avere tutti i lavoratori: cioè sono considerati senza i loro diritti sindacali.
Quando io tornai da Trieste, dopo aver seguito quello che fu detto e scritto dell’esperienza di Basaglia, cominciai pubblicamente questo problema agli amministratori e ai compagni, e chiesi che fosse provveduto il più presto possibile a restituire anche questi diritti ai degenti. Uno degli scopi della nuova legge è quello di restituire i diritti civili e politici ai ricoverati. I degenti che lavorano e che producono, e che lavorano anche duramente, devono essere trattati come tutti gli altri lavoratori. Tuttora questa questione non è ancora stata risolta.

D.: All’Ospedale Psichiatrico vengono inviati gli ex detenuti del Manicomio Giudiziario. Come sono stati trattati a Imola e come sono trattati di solito?

R.: Generalmente nelle istituzioni psichiatriche quelli che vengono dai manicomi giudiziari, per sospetti che si possono intuire facilmente, vengono controllati, tenuti chiusi, mentre i 6 ex detenuti di manicomio giudiziari che sono venuti all’Osservanza”, sono stati affidati da Cotti al reparto 17, che è uno dei reparti che io sto portando avanti.
Queste persone sono state libere fino dal primo giorno che sono arrivate.
Noi abbiamo discusso con loro i problemi che c’erano da risolvere ancora, abbiamo avuto contatti con la magistratura, e questi 6 ex detenuti dei manicomi giudiziari sono stati dimessi.
In questo momento c’è soltanto un ragazzo di diciotto anni, che, un anno fa circa, era stato destinato al manicomio giudiziario di Aversa. Però per una protesta della popolazione di Faenza e per intervento diretto della Presidenza della Repubblica, questo ragazzo è stato portato via dal manicomio giudiziario di Aversa ed è stato affidato al mio reparto. C’è ancora. Fin dall’inizio io ho provveduto a far sì che questo ragazzo potesse stare il più possibile nel suo ambiente e in pratica ho provveduto a mandarlo a casa. Il magistrato, saputo di questa mia iniziativa, mi ha chiamato, mi ha interrogato, io gli ho spiegato quali erano i motivi di questa mia iniziativa, e allora la magistratura ha concesso a questo ragazzo la semilibertà confermando la linea che avevo seguito. E dirò di più che al processo d’appello è stato deciso di rivedere tutto nell’eventualità di restituire a questo ragazzo la possibilità di vivere tra gli altri: anche perché i reati per cui questo ragazzo era stato estromesso dalla società civile e sbattuto in un manicomio giudiziario, che significava la fine, sono reati molto discutibili e poi di poco rilievo: si tratta appunto di reati che sono stati montati anche perché il giovane, che ha avuto la sfortuna a cinque anni di cadere, di battere la fronte, e di contrarre una sindrome epilettica, quando ha cominciato a avvicinare e frequentare gli altri, avendo diverse e frequenti crisi convulsive, è stato considerato diversamente.
Le cose che lui faceva venivano considerate diversamente perché epilettico il ragazzo. Allora si è formato dintorno a lui un ambiente ostile che ha portato da parte sua anche delle reazioni che poi sono stati questi reati.
Naturalmente andava rotto questo rapporto, e io mi sono preoccupato di romperlo, sia orientando la vita del giovane in modo differente, restituendogli la libertà di cui ha diritto, sia influendo con questo sui giudizi della magistratura, sia operando a Faenza con i genitori, con i vicini, e con quelli che si sono interessati di lui, perché si formasse un ambiente che possa permettergli di ritornare a casa e fare la sua vita come gli altri.

D.: Grazie.


Sbobinatura: Noris Orlandi Antonucci

Pubblicato il 13 September, 2021
Categoria: Testi, Testimonianze

“Consuelo” di Geroge Sand: romanzo di un visionario – Eugen Galasso




Nel suo “Consuelo”, romanzo storico, ma non solo, e roman fleuve (romanzo-fiume, 900 pagine) del 1843, la scrittrice che possiamo definire lato sensu “romantica” e  femminista George Sand (1804-1876) parla anche e direi soprattutto di telepatia, visioni, preveggenza e sogni premonitori, dove il personaggio maschile centrale, Albert, è un “visionario”, che molti nella sua stessa famiglia considerano un “alienato”, ma persino al momento della sua morte, a parte una straordinaria ricostruzione storico-culturale è capace di mettere in scacco il medico “voltairiano” che lo “cura”, che non capisce nulla della sua personalità, della sua psiche, di come egli veda e “anteveda” avvenimenti e di come la sua capacità intuitiva superi di gran lunga le capacità attribuite di solito a chi è “nella norma”. All’epoca della scrittrice francese, era viva solo la “frenologia” (espressamente citata, mentre non lo è lo scienziato Gall, tedesco, di una famiglia di origini italiane, Gallo) di Franz Gall, morto nel 1828, innovativa rispetto alla psicologia precedente che parlava-molto “metafisicamente” di “fluidi”, studiava, con le poche  conoscenze allora a disposizione, della struttura cranica, di disposizioni innate relative a tale struttura cranica, ossia dipendenti da esse. Se vogliamo,la Sand si muove soprattutto contro il razionalismo illuministico, entro cui si muoveva il citato Gall ma è indubbio che essa rivaluti funzioni e capacità che, dopo la psicanalisi,  oggi anche le neuroscienze studiano e considerano come esistenti, anche se certo non nel modo proposto ormai quasi due secoli fa dalla Sand. Pur se in modo molto “ampio” e quasi metaforicamente, possiamo considerare questa come altre opere dell’autrice anticipatrici di quanto Giorgio Antonucci e con modalità differenti Thomas Szasz hanno teorizzato scientificamente, ossia la totale negazione del “mito psichiatrico”.  Eugen Galasso

Pubblicato il 1 September, 2021
Categoria: Testi

Processo all’intimità sessuale di una giovane interdetta – Eugen Galasso








Facebook: https://www.facebook.com/events/338069837944409?ref=newsfeed



Diritti alla Follia: https://dirittiallafollia.it/2021/07/02/processo-allintimita-sessuale-di-una-giovane-interdetta-presidio-al-tribunale-di-firenze/?fbclid=IwAR0lWPjMSfZqRgOtu_x9qM9mNby75HUSRGbU3xzZpfPjIgnVzqYEq14Gun0


L’associazione radicale “Diritti alla follia” promuove, il giorno 16 luglio a Firenze,  
un presidio davanti al tribunale di Firenze in difesa di Jeanette A. Fraga, che avrebbe incoraggiato la figlia, cittadina italiana,  considerata “interdetta” ad avere rapporti sessuali con il compagno (che, peraltro, è tale da 10 anni). L’accusa alla signora Fraga è grave, di “concorso in violenza sessuale”, il che è veramente assurdo, considerando il fatto che siamo (o saremmo?) in uno Stato che garantisce la libertà dei singoli individui, laico, quindi libero da “religioni di Stato” e simili. La tematica della libertà di amare, dunque anche in chiave di rapporti sessuali (la quaestio se l’amore implichi anche l’esercizio della sessualità sembra vetusta, ma se pensiamo che in psicanalisi, due teorici e clinici, entrambi di provenienza e scuola freudiana, come Wilhelm Reich -per cui la sessualità implica “direttamente” l’amore e viceversa, dove l’autore critica la “società chiavante” – e Theodor Reik , per cui invece si dà una dimensione dell’amore non necessariamente legata alla sessualità, su questo non sono d’accordo e la fila dei contrasti potrebbe venir allargata, le cose non sono così semplici, salvo che il riferimento alla libertà per l’individuo non dovrebbe essere opinabile, dato anche che i centri autogestiti garantiscono stanze doppie, non singole. Chiaramente si tratta di battaglie di civiltà, nelle quali l’impegno dei Radicali (ma non solo) è acclarato (cfr.anche la recente iniziativa referendaria sulla giustizia tout court) come anche del Centro di Relazioni umane è noto da tempo.   Eugen Galasso


“All’inizio del’92, quando sono arrivata al reparto Autogestito dell’Ospedale Psichiatrico di Imola, c’erano diverse coppie di fatto tra i pazienti. Le coppie si erano scelte nel corso degli anni di manicomio, sotto la minaccia di elettrochoc se scoperti dagli infermieri.
I pazienti dell'”Autogestito”, erano ospiti residenti che aspettavano una sistemazione abitativa all’esterno dell’O.P.; nel frattempo, le coppie di fatto, sotto la direzione del dott Antonucci, erano sistemate in camere doppie per rispetto dei loro bisogni, privacy e condizioni reali della loro vita, piuttosto che dei regolamenti istituzionali.” Maria Rosaria D’Oronzo, psicologa fondatrice del Centro di Relazione umane e membro dell’Associazione Radicale “Diritti Alla Follia”.


Testimonianza di Paride Ugolini, ospite residente del reparto “Autogestito”:
VIDEO


Approfondimenti: “La chiave comune” di Giovanni Angioli, Editrice la MANDRAGOLA, 2016

Ardea un problema? – Eugen Galasso



L’episodio di Ardea presso  Roma, dove un ingegnere informatico 34 enne, disoccupato, s’è messo a sparare “all’impazzata”, uccidendo due bambini, un uomo anziano, poi sé stesso, sembra riproporre il problema del disagio “psico-esistenziale”, dove naturalmente i “buoni” sono quelli che magari vorrebbero tornare a “strutture chiuse” e comunque a riproporre il TSO come soluzione. Solo che l’uomo, come si apprende, aveva già subito un TSO e probabilmente proprio questo provvedimento ha contribuito a far scattare in lui una ribellione esistenziale “contro il mondo” e quindi non è vera la solita storia di chi vuole controlli rigorosi e magari la repressione di chi soffre del “disagio psichico” (o come si sente ancora dire “è malato di mente”), ma semmai l’anonimato di quartieri dormitorio, nei quali alligna l’alienazione iperindividualistica mista alla curiosità morbosa per comportamenti e pensieri (Antonucci docet…) considerati “strani”, “diversi dalla norma” etc, dove torna in mente la risposta di Thomas Szasz a una persona che gli chiedeva che cosa fosse la norma: “Una ragazza che abita a New York” (un italiano melomane forse citerebbe l’opera di Bellini… il prodotto non cambia…). Abituarsi all’altra persona, anche se “eccentrica” (magari solo secondo i canoni esistenti), accettarla invece di condannarla ante factum, cercare di capire che nessuna persona ha esigenze, desideri, pulsioni, pensieri “normati”, ciò costituirebbe un passo avanti nella comprensione della realtà (almeno di quella umana) nella quale ci troviamo a vivere.   Eugen Galasso

Pubblicato il 14 June, 2021
Categoria: Notizie

Presentazione dell’OMBUSDSMAN PERSONAL – Maria D’Oronzo



Il convegno organizzato dall’Associazione Radicale “Diritti alla follia” – GIUDICI TUTELARI E AMMINISTRAZIONI DI SOSTEGNO: prassi da superare e percorsi formativi da seguire – è stata l’occasione per fare la nostra presentazione della figura professionale e del ruolo del Ombusdsman Personale svedese.


https://www.youtube.com/watch?v=a41_-zJmOZw&t=480s


Al minuto 2:20:00
https://dirittiallafollia.it/2021/06/05/giudici-tutelari-e-amministrazione-di-sostegno-prassi-da-superare-e-percorsi-formativi-da-seguire/






Mi presento. Sono Maria D’Oronzo, psicologa; mi sono formata con il dottor Giorgio Antonucci, sua collaboratrice per venticinque anni.
Questa sera parlerò dell’Ombusdsman Personale che, per semplificazione, chiamerò Personal Supporter: figura professionale dell’esperienza svedese.

L’Associazione Radicale “Diritti alla follia”, di cui faccio parte, ha tra i suoi obiettivi la salvaguardia di spazi di autodeterminazione e scelte delle persone nella procedura dell’amministratore di sostegno: così come è previsto nelle Osservazioni delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo, e le Raccomandazioni di:
– Abrogare tutte le leggi che permettono a tutori e amministratori di sostegno di sostituirsi alle persone interessate
– Promuovere le emanazioni di provvedimenti per il sostegno al processo decisionale autonomo
– La formazione di professionisti in campo giuridico, sanitario e sociale per apportare tale cambiamento di prospettiva.

Nell’ottica delle Raccomandazioni ONU, l’associazione “Diritti alla follia” ha preso contatti con una ONG Svedese, OP-Skane, che ha sviluppato un sistema di Supporto Personale in linea con le osservazioni delle Nazioni Unite.
L’iniziativa dell’OP-Skane nasce nel 1995 dalla collaborazione tra l’Associazione di Utenti e l’Associazione di Familiari pazienti psichiatrici, in una provincia della Svezia: Skane.
Il Personal Supporter è un professionista formato dall’ONG OP-Skane, con finanziamenti statali (2/3) e comunali (1/3).
Visti gli aspetti positivi sia sotto il profilo di recupero personale, meno ricoveri e meno farmaci, sia per gli aspetti economici, il Parlamento Svedese ha deciso di allargare a tutta la Svezia il nuovo sistema e le Nazioni Unite raccomandano il sistema OP-Skane a livello mondiale.

Il Personal Supporter è un professionista con qualifica magistrale oppure giuridica oppure psicologica o altro.
La novità del Personal Supporter è che lavora esclusivamente su commissione del paziente psichiatrico, suo cliente: non ha alleanza né con la psichiatria, né con i servizi sociali né con le Autorità né con i familiari del paziente.
La posizione del Personal Supporter è indipendente rispetto alla cura e assistenza e quindi non può essere equiparato ai servizi sociali o ad altre forme di Autorità.
La mission del Personal Supporter è di migliorare la qualità di vita e le condizioni di vita dei clienti psichiatrici. Il Personal Supporter “fa solo ciò che il suo cliente vuole che lui faccia”.

Spesso occorre molto tempo prima che il cliente sappia oppure voglia dire il tipo di aiuto che desidera, questo vuol dire che il Personal Supporter deve impegnarsi per lungo tempo con i suoi clienti per sviluppare una condizione necessaria per una relazione di fiducia che permetta di affrontare questioni sempre più essenziali ed esistenziali.
L’esatto opposto di quanto usualmente avviene nei servizi territoriali dove il paziente viene assistito da professionisti che si propongono come suoi portavoce.
Il Personal Supporter contribuisce al recupero della persona dove per recupero si intende:

“opportunità di vivere la vita che vuoi in presenza o assenza di malattia.”

La collaborazione si basa sui desideri della persona e include:
– Supporto
– Collaborazione
– Risoluzione dei problemi
– Monitoraggio dei diritti
– Sostegno
– Orientamento alla cura

Il Personal Supporter ha anche il ruolo di segnalare le carenze del sistema assistenziale: carenze nell’accessibilità delle cure oppure pratiche discriminatorie che possono portare all’esclusione. Ad esempio trattamenti che limitano il potere dell’individuo e che portano ad una mancanza di speranza o ancora ad una mancanza di coordinamento tra gli attori responsabili della cura della persona.

Il lavoro del Personal Supporter mira a:
– Migliorare l’opportunità di influenzare le condizioni di vita del cliente e la sua partecipazione nella società
– Di ottenere l’opportunità di una vita più indipendente per il cliente
– Dare supporto agli utenti alloggiati i hoausing, o gruppi appartamento o unità abitative.
– Avere l’influenza sulla formazione del personale e sulla gestione delle residenze assistenziali e aumentare la comprensione delle prospettive degli utenti.

Il lavoro del Personal Supporter è un lavoro singolare nel significato che si è “soli nel lavoro” con u forte sentimento di solitudine: si incontrano molte situazioni differenti e individui che possono significare rischi sia fisici che emotivi; per questo è previsto un gruppo di preparazione alla crisi con un rappresentante sempre disponibile per i dipendenti da contattare in caso di incidenti o eventi seri.

Il Personal Supporter si deve mantenere su regole o linee-guida etiche:

– Incontrare l’altro i un rapporto alla pari
– Empatia, impegno, rispetto
– Beneficiare la persona
– Rispetto per l’autodeterminazione
– Migliorare il potere personale del cliente
– Ha il diritto di rifiutare la missione
– Non ha u ufficio perché “l’ufficio è potere”; non ha un orario d’ufficio ma è preparato a lavorare a qualsiasi ora 24/24 perché i problemi del suo cliente non si concentrano nelle ore dell’ufficio.
Il Personal Supporter lavora secondo uno schema flessibile in relazione ai bisogni e desideri dei suoi clienti che sono particolarmente diffidenti e abbandonati a sé stessi perché difficili da raggiungere e da aiutare.

Il Personal Supporter lavora secondo il modello relazionale, vuol dire uscire e incontrare i clienti nei loro luoghi: una piazza, per strada oppure dietro una porta chiusa.

I passi di contatto con i clienti sono:
– Realizzazione del contatto
– Sviluppo della comunicazione
– Costruzione di una relazione
– Mantenere un dialogo aperto
– Sviluppare progetti e/o impegni.

Per ottenere un Personal Supporter è necessario stabilire una relazione e semplicemente volere un Personal Supporter.

Il cliente deve avere il diritto all’anonimato di fronte alle autorità. Il Personal Supporter potrebbe essere pagato dalla comunità per il servizio che offre ma nel contratto di lavoro è chiaramente scritto che il Personal Supporter può rifiutarsi di dare i nomi delle persone e i luoghi dove le incontra.
Il personal Supporter dovrebbe supportare il cliente in tutte le questioni e non solo su quelle pratiche-concrete. Le prime priorità dei clienti solitamente non sono pratiche di tipo occupazionali-abitative piuttosto esistenziali. Ad esempio: perché la mia vita è diventata la vita di un paziente psichiatrico?
Il Personal Supporter deve essere in grado di spendere molto tempo a parlare con il suo cliente anche di queste questioni.
Il Personal Supporter deve essere ben preparato per tutelare i diritti del cliente di fronte alle autorità e anche nei tribunali.
Il cliente deve avere la massima trasparenza del lavoro che si sta eseguendo.
Il Personal Supporter ha il dovere alla privacy
Il Personal Supporter ha l’obbligo di denuncia nei casi di minori
Il Personal Supporter ha l’obbligo di eseguire l’incarico in conformità con la legge
Il Personal Supporter non può usare sul lavoro alcolici o psicofarmaci
Il Personal Supporter deve usare una grande cautela quando si tratta di ricevere regali o regalie dai clienti o loro familiari.

Il Consiglio Nazionale della Salute della Svezia ha limitato il tempo di supporto a due anni, ma questo non è una regola solo un punto di riferimento per non creare dipendenza in quanto c’è il rischio di diventare il risolutore dei problemi piuttosto di aiutare la persona a risolvere da sé stesso i problemi.

Il Personal Supporter è un supporto per le persone con disabilità mentale che hanno bisogno di aiuto per gestire la loro condizione di vita ed essere in grado di essere maggiormente coinvolti nella società.

A questo riguardo voglio ricordare, per onestà intellettuale ma anche per le similitudini le lezioni del dottor Giorgio Antonucci che dal 1960 ha sempre lavorato nella prospettiva di costruire rapporti alla pari, dare autonomia, poter personale e un ruolo nella società ai pazienti psichiatrici dentro e fuori i manicomi italiani.

Pubblicato il 13 June, 2021
Categoria: Notizie, Testi, Video

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo