GIORGIO ANTONUCCI
Diario dal manicomio.Ricordi e pensieri.
ed. Spirali

Maria Rosaria D’Oronzo

 Giorgio Antonucci  \“In questo diario si vedono sia esperienze mie personali sia espeienze di internati perchè le une e le altre concorrono a formare il tessuto di un’unica vicenda” pag 193.

Nel “Diario dal manicomio” l’autore Giorgio Antonucci, attraverso il racconto della vita degli internati nel manicomio di Imola, espone le sue teorie e la sua pratica per la liberazione dalla prospettiva manicomiale a favore della libera convivenza comune: “Io dovevo affrontare da solo e controcorrente il compito difficile di ricostruire la personalità delle internate con lunghi anni di reclusione, implicando in modo nuovo e diverso lo stesso personale dell’istituto, abituato alla diffidenza, alle prepotenze e a rapporti reciproci di prevaricazioni” (pag30). L’autore fa testimonianza della propria tenacia nella convinzione del rispetto e del dialogo: “Passavo molte ore a discutere con il personale, di notte e di giorno, con il proposito di costruire una cultura differente, ed era importante che mi trovassi insieme a loro sul lavoro per affrontare i problemi concreti ogni qualvolta si presentavano… La mia continua partecipazione alla vita di reparto cambiava tutte le abitudini…Anche a Gorizia con Basaglia io ero il medico che viveva di più insieme agli internati” (pag 44). Antonucci nel suo “Diario” scrive pagine di tolleranza volterriana: “Il mio modo di pensare e di considerare i problemi mira a liberare gli internati e a mantenerli liberi, mentre le teorie psichiatriche tolgono la libertà e affondano l’identità personale, anche quando classificano solamente, senza riuscire a rinchiudere” (pag 136). “La psichiatria..è una dottrina che inventa giudizi arbritrari per mettere da parte o internare le persone ritenute scomode o quelle che danno fastidio o gli individui troppo critici” (pag 153). L’autore non risparmia le proprie confessioni: “La mia passione per la loro sorte veniva considerata una stravaganza personale certamente abbastanza sospetta e pericolosa, e il mio impegno per i loro diritti era veduto come cervellotico e inopportuno” (pag 105). Nel libro è forte e lucida la descrizione della vittima sia nei panni del recluso (“Alcune erano contente di essere libere e abbastanza serene e consapevoli del vantaggio di vivere in un altro modo. Altre erano assediate da nuove paure e da grandi incertezze e timorose del futuro. Dovevo passare molte ore con ciascuna per discutere tutti i problemi” (pag 81); sia rispetto agli infermieri (“Se un’infermiera decideva di slegare un braccio o una mano a una ricoverata per dare un pò di sollievo alla sua sofferenza, l’ispettrice che la sorprendeva la inviava a rapporto dal direttore, il quale aveva la facoltà di prendere verso di lei provvedimenti di sospensione dal lavoro, con precise minacce di licenziamenti e tagli di stipendio” (pag 210). Il libro parla della solitudine dell’autore (“Cercavo di discutere i problemi nuovi con tutti e in tutte le occasioni, in particolare nei primi tempi, ma il discorso è rimasto difficile fino agli ultimi giorni del mio lavoro a Imola, perchè spesso dovevo cominciare da capo come se nulla fosse accaduto” pag 92) e della solitudine degli internati (“Il silenzio del manicomio è che nessuno ti ascolta. E’ allora che diventano importanti le voci interiori” pag 193). Il libro è arricchito dalle fotografie di Massimo Golfieri, amico e collaboratore di Giorgio Antonucci. Massimo Golfieri “Ha documentato negli anni le realtà all’interno delle strutture psichiatriche di Imola dove ha incontrato Giorgio Antonucci e a vissuto da vicino varie fasi del suo lavoro di liberazione dei detenuti” (pag 160). E’ un libro di arte e psicologia, filosofia e poesia (“Ti ricordi che i lumini notturni delle sale mi creavano paure e immagini di fantasmi” pag 201).

Maria Rosaria D’Oronzo

ottobre 2008, Bologna

Altre recensioni

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Pubblicato il: 29 ottobre, 2008
Categoria: Libri

Centro di Relazioni Umane (Bologna) — Maria Rosaria d’Oronzo